JARRO (GIULIO PICCINI).
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L'ASSASSINIO NEL VICOLO DELLA LUNA.
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1891. FRATELLI TREVES EDITORI, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo fornito dal Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale Liber Liber.
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PRESENTAZIONE.
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Questa  la seconda edizione del primo romanzo della serie che ha come protagonista il commissario Domenico Arganti detto Lucertolo, a seguito del successo riscontrato dalla prima pubblicazione del 1883. Lucertolo ha qu modo di mostrare le sue strabilianti capacit, riuscendo a trovare tracce e indizi col solo aiusilio della sua mente geniale, anticipando cos il modo di operare di un altro noto protagonista del genere poliziesco, linvestigatore Nero Wolfe, famoso per risolvere i casi dal proprio studio basandosi solo sulle informazioni raccolte dal suo assistente.
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L'AUTORE.
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Nella copiosa produzione di Giulio Piccini, alias Jarro, erudito, giornalista e critico teatrale, occupano un posto di particolare rilievo i quattro romanzi che vedono come protagonista lispettore di polizia Domenico Arganti, detto Lucertolo, primo investigatore seriale della letteratura italiana. Questa figura di investigatore, entrato per la prima volta in scena in Lassassinio nel Vicolo della Luna (1883) come semplice poliziotto di quartiere della Firenze granducale, e che vediamo avanzare di carriera nel corso dei quattro romanzi, guadagnandosi notoriet e rispetto, fino a diventare commissario, rientra a pieno titolo tra i primi esempi di detective moderno nel panorama europeo, precedendo pure di qualche anno lapparizione di Sherlock Holmes di Conan Doyle.
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L'intera serie dei quattro gialli pubblicati dagli Editori Fratelli Treves tra il 1883 ed il 1887  composta da: L'assassinio nel Vicolo della Luna. Il processo Bartelloni. I Ladri di Cadaveri. La figlia dell'aria.
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Alla signorina Mila Roeder.
A Voi, miracolo di grazia, di bellezza, d'intelligenza e di bont, dedico, trepidando, questo libro.
Firenze, 31 gennaio 1883.
Jarro.
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1.
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Era la sera del 14 gennaio 1831.
L'orologio del Palazzo Vecchio, in Firenze, suonava le 8.
Una donna, tutta velata, della quale sarebbe stato difficile dire l'et, avendo il volto coperto, ma che pareva giovane alle snelle movenze della persona, e alla scioltezza del passo, usciva da una casa in Piazza degli Amieri, traversava frettolosamente varie stradette, passava dinanzi alla Loggia del Pesce, e senza mai guardarsi a destra e a sinistra, entrava in quell'angustissimo e nero varco, che si vede tuttora fra due gruppi di case; e si chiama Vicolo della Luna.
Cotesto vicolo  cos stretto che un bambino, mettendovisi nel mezzo, e allargando le braccia, pu facilmente toccarne le sozze e sbonzolate pareti.
La donna appena ebbe messo il piede in quel luogo oscuro, su quel pavimento viscido, sempre dilagato da scolature di acqua putrida; infetto da lordure di ogni maniera, quasi provasse un sentimento di ribrezzo, stette per tornare indietro.
Ma subito si rinfranc.
Fece alcuni passi, quasi barcollando.
Era in preda ad una grande agitazione!
Finalmente gir gli occhi intorno a s per assicurarsi che nessuno la seguiva.
Si ferm davanti a una rozza porta, aperta nel muro a sinistra, e che aveva in tinta turchina sopra una lista dell'architrave il numero 5.
Pose una mano sulla porta e la porta si apr.
Fu immediatamente richiusa.
Antonietta! grid un uomo con voce piena di tenerezza, stringendo la donna fra le sue braccia, colmandola di carezze.
Essa non rispose, la commozione, la paura la soffocavano.
Non ne posso pi! mormor, gettandosi sopra una sedia e mettendosi una mano sul cuore, che le batteva sempre pi forte. Tu dici che non ti amo, essa riprese, e pure vedi che cosa faccio per te!
L'uomo si inginocchiava dinanzi a lei, le prendeva le mani e gliele cuopriva di baci.
La stanza, o per dir meglio la stamberga in cui si entrava, scendendo uno scalino, faceva un singolare contrasto col vicolo dal quale vi si accedeva: l'interno era ben diverso dalla squallidissima e bieca facciata, dalla grossa e sghangherata portaccia che la chiudeva.
La stamberga era mobiliata con lusso, con molto lusso, le pareti erano tappezzate di una stoffa color granato, con larghe frangie dorate: di damasco color granato erano le sedie, le poltrone, due sof, i cortinaggi di un ampio letto: sui mobili antichi, di un intaglio sapiente, erano sparsi piccoli, vaghissimi e preziosi oggetti d'arte; e qua e l, alle pareti, cinque o sei quadri moderni, che tutti rappresentavano in varie attitudini, nelle espressioni pi delicate, una donna: la stessa donna.
In ciascuno di quei quadri era lo stesso profilo; un profilo di Etra, di Ninfa Greca; un profilo simpatico, intelligente, di cammeo antico; uno di quei profili, che certi artisti sublimi ritraevano alcuni secoli fa con la massima sottigliezza sopra pietre preziose, che oggi costano mucchi d'oro, e fanno andare in visibilio i veri amatori delle cose perfette.
Dal soffitto pendeva una gran lampada di cristallo, color di rosa, in cui ardevano due fiaccolette.
Quel torrente di luce rosea si riversava, diffondeva per tutta la stanza e su tutti gli oggetti una tinta soave.
Sul pavimento di legno era steso un magnifico tappeto. Una pelle di tigre, foderata di raso scarlatto, serviva da scendiletto.
La donna che si era seduta, aveva alzato il velo che le cuopriva il volto.
Chiunque allora l'avesse guardata avrebbe riconosciuto la somiglianza di lei, coi quadri che la circondavano.
Erano gli stessi occhi azzurri, gli stessi capelli di un biondo carico, che le facevano sulla fronte d'avorio un superbo diadema, lo stesso naso finissimo e un po' arcuato, le stesse labbra sottili e vivide come le fresche corolle di un fiore.
Ci era di pi la voce della donna, che era una musica, una musica celeste, carezzevole, che rapiva l'anima del suo innamorato: ci era la innata eleganza dell'atteggiamento di tutti i suoi movimenti.
Antonietta! Antonietta! sospirava l'uomo, inginocchiato a' suoi piedi. E la guardava fisso, inebbriato, con gli occhi bagnati di lacrime.
Gi da cinque minuti erano insieme.
Lasciami! ella disse con gesto risoluto.
Si alz, gett lontano da s il velo e lo scialle, e comparve innanzi a Roberto in tutta la sua sfolgorante bellezza.
Poteva avere vent'anni!
Egli la guardava estatico, come se la vedesse la prima volta: non osava avvicinarsele: quasi tremava.
La ragazza, soddisfatta di quell'ammirazione, che si rivelava cos sincera e appassionata, corse verso di lui, gli gett le braccia al collo, gridandogli:
No, io non posso, io non voglio pi esistere senza di te!
Gli amanti si abbandonarono alle loro effusioni.
Chi avesse potuto sorprenderli, avrebbe udito baci, sospiri, il mormorio di dolci e sommesse confidenze...
Due ore dopo, Roberto, come svegliandosi con dispiacere da un sogno delizioso:
Bisogna partire, esclam,  tardi, a casa tua ti cercheranno....
Oh, s.... Che ore sono?
Le dieci e mezzo.
Mio Dio,  troppo tardi
Andr prima io per vedere se ci  qualcuno....
Pochi minuti dopo, Roberto usciva, lasciando l porta socchiusa.
Ma Antonietta, che stava dietro la porta, trepidante, tutta ansiet, sgomenta di separarsi, e chi sa per quanto dall'uomo che amava, sgomenta pure dell'ora cos inoltrata, fu spaventata a un tratto dal suono insolito di alcuni passi, come di persona che fuggisse, dal romore di un corpo che cadde, da un grido soffocato, ma straziante, terribile.
Infatti, un uomo d'aspetto truce e accigliato fuggiva, e salendo la scaletta, che  sulla cantonata sinistra del vicolo, entrava, spalancando con un pugno la porta rossastra, pallido, esterrefatto, nel malfamato ridotto, conosciuto col nome di Palla.
Antonietta voleva uscire, ma la paura l'agghiacciava.
L'assalivano mille cupi presentimenti.
Perch Roberto non tornava?
Furono per lei istanti di indefinibili angoscie.
La porta era rimasta socchiusa, e Antonietta stava per prendere una grande risoluzione, stimolata dal desiderio di sapere cosa fosse accaduto al suo amante, e dal pensiero della propria salvezza.
Ma in quel momento da una finestra dell'ultimo piano del palazzo della Cavolaia, finestra che corrisponde sulla Piazza della Luna, alla quale mette il vicoletto dello stesso nome, scendeva, vibrava, nell'aria un'onda di suoni. Lass un povero artista, uno di quei disgraziati, talvolta pieni d'ingegno, che vanno la sera a suonare nelle orchestre, dopo aver il giorno lavorato ne' pi duri mestieri manuali, si esercitava, o si allietava, ascoltando le armonie, che uscivano scintillanti dalla facile e briosa arcata del suo violino.

Nel furor delle tempeste....

E le note divine del Pirata risuonavano come un canto d'innocenza in mezzo alle umide pareti di quelle corti fosche e piene di tanfo.
Incontanente al violino si accompagn una voce, una voce strana, tremante, capricciosa, la voce di un uomo in demenza.
Chi cantava era Nello Bartelloni, mezzo idiota, e parente del famoso ladro Picchiero, ospite cos assiduo delle carceri criminali fiorentine.
Era Nello Bartelloni, che abitava una specie di covile in Piazza della Luna, a pochi passi dalla stanza dove si trovava Antonietta.
Il giovinastro melenso viveva di doni, di elemosine; passava una parte della giornata seduto su una seggiolaccia dinanzi alla porta della sua tana, dondolandovisi di solito per ore intere: interrotto di tanto in tanto dalla tosse, o preso dal sonno.
Come altri mentecatti suoi pari, aveva una straordinaria smania pei metalli, raccoglieva, in strada i bottoni, i pezzi di vetro, di ferro, gli oggetti luccicanti.
Ed aveva una qualit che si nota pure in molti poco sani della mente, una passione focosa per la musica. Per la sua debole memoria non era destata che per via del ritmo o del canto; riteneva e ripeteva le arie che aveva ascoltato una volta, ma era incapace di ripetere le parole senza l'accompagnamento della musica.
Ecco perch alle prime note del violino egli si era alzato dal suo pagliericcio, la memoria desta, e aveva intonato, col suo accento rauco e quasi avvinazzato, una delle pi patetiche canzoni che abbia inspirato la Musa dei casti sentimenti, e continuava:

Come un angiolo celeste....

E cos cantando, lo sciocco si era mosso dalla sua casa e veniva gi per il Vicolo della Luna, battendo i piedi nudi sulle lastre, e picchiando con la palma della mano destra sulla muraglia.
All'avvicinarsi di quel canto Antonietta fu tramortita.
Tutto l'inferno era dunque scatenato contro di lei?
E Roberto? Andato via, per tornare dopo un secondo, andato ad osservare se qualche indiscreto potesse vederli uscire dal nido ove erano tanto felici, perch restava fuori tanto tempo?
Una sventura di certo era accaduta o stava per accadere.
Ah! mormorava Antonietta, crudelmente turbata come tutte le donne che navigano nel mare della passione, io pago ben caro il mio amore con tutto questo tormento.
Ma subito uno scrupolo l'assaliva, e la torturava pi di tutto il pensiero di aver potuto dire fra s tali parole.
Perch essa calunniava l'amore? e quell'amore, che era tutto per lei, la luce della sua vita, la speranza del suo avvenire, la delizia, l'incanto, il paradiso del suo cuore?
Allora si pentiva di quell'istante di rammarico, come di una vera ingratitudine, come di un sentimento di egoismo volgare; allora, quasi avesse dimenticato tutti i pericoli immensi che la circondavano, quella donna, amante appassionata, cominciava ad esser colta dal timore, il pi grande timore per lei, di poter esser punita con la perdita dello stesso amore, che aveva, poco prima, quasi deplorato, calunniato.... E le balenava alla mente, come rischiarato da un improvviso sprazzo di luce folgorante, il breve loro passato, e ne accarezzava la memoria, e lo benediceva: e si rivedeva accanto a lui sola, il giorno che tutta tremante aveva avuto da lui il primo bacio, ricordava i fiori, che lui le donava, che essa conservava, che rendeva a lui dopo averli portati, e che egli cuopriva di baci.... tutte le poetiche e sublimi puerilit dell'amore!
E tutto questo sentiva, ripensava, sognava, rivedeva in un attimo.
Ridivenuta coraggiosa, ripreso l'ardire, che non conosce ostacoli, della giovane donna, che  invasa da una passione profonda, e che  separata dall'uomo, che ha la sua pi pura affezione, Antonietta, che non si era mai scostata dalla porta, si risolv di aprirla, e guardare nel vicolo, e chiamare Roberto.
Ma lo stolido se ne veniva gi sempre per il vicolo battendo nel muro la palma della mano, e cantando.
Il violino del Palazzo della Cavolaia continuava a suonar l'aria del Pirata.
Appena Nello fu arrivato dinanzi alla porta, dietro alla quale era Antonietta, vi dette una manata, e la porta si apr.
La ragazza mise un grido e cadde tramortita sul pavimento.
Nello aveva urtato molto duramente contro la porta, avendo inciampato in un ingombro, che impediva il passo.
Cerc di andare innanzi, ma sentiva tra' piedi un non so che di morbido e di pesante.
Si chin.
Stese una mano e la ritrasse bagnata di sangue.
Egli palpava un corpo inerte.
Brancolando, tocc il ferro di un pugnale, e tent di averlo.
Ma il pugnale era confitto nella testa di un uomo, i capelli, intrisi di sangue, si erano avvolti ed attaccati alla lama.
Il ferito dette in un gemito sordo, lungo, doloroso, quando il pugnale gli fu cavato a forza dalle carni.
Nello non cantava pi.
Trascin il corpo del ferito, che non dava alcun segno di vita e pareva un cadavere, nella Piazzetta della Luna, che  come una angusta corticciuola, chiusa da ogni parte, e lo tir sino all'uscietto del suo abituro.
Entr, e usc poco appresso, portando un lume.
Guard ben bene quello che a lui pareva un cadavere.
Gli tolse la catena dell'orologio, uno spillo, alcuni bottoni di metallo luccicanti, che allora erano di moda, e tutti portavano agli abiti.
Poi torn in casa e tir il piccolo chiavistello che teneva fermo l'uscio.
Un vecchio ebreo, appoggiato sotto l'arco, che mette in Piazza della Fonte, a pochi passi dal Vicolo della Luna, aveva veduto, sebbene si tenesse nascosto, una parte di questa scena.
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2.
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Ai tempi, de' quali io tengo racconto, ogni sera alle 10 e mezzo suonava la campana cosidetta del Bargello.
Il suono si ripercoteva in tutti gli echi della citt, rompendo gli alti silenzi della notte.
Ai primi tocchi si chiudevano gran numero di caff, di osterie, di taverne, che la polizia non voleva stessero aperte oltre quell'ora. Specialmente in quell'anno 1831, gli animi erano impauriti, sollevati dalle cospirazioni di Romagna, dalle agitazioni, che avevano minacciato la stessa Roma, e in cui erano apparsi, tra' pi ardenti, due giovani Bonaparte, l'uno de' quali Luigi Napoleone, che fu poi imperatore de' Francesi. La gente, sempre in sospetto e in attesa di nuovi rumori, si affrettava la sera a rincasare.
Era l'ora in cui met dei cittadini se ne tornavano al focolare domestico a raggiungere le loro altre met; in cui i padri attendevano severi sulle porte i figliuoli, che tardavano a ricondursi a casa, e li accoglievano con rimproveri, e talvolta pur troppo con bastonate.
Nelle strade del resto era poco piacevole il passeggiare.
Ogni strada era al buio, o quasi, illuminata soltanto da uno o due fanali, e da fanali a olio, a riverbero, con sottili lumicini.
La ronda dei birri, o volanti, dopo il suono della famosa campana, si metteva in giro, pi energica, pi attiva che mai; tastavano le porte delle case e delle botteghe per assicurarsi che fosser ben chiuse: e quando sentivano che un cittadino si avvicinava, spesso gl'intimavano di fermarsi e spaventavano i pi timidi col metter loro sul viso, abbarbagliandoli, una di quelle lanterne che portavano seco.
E mentre la campana suonava, brontolavano, e si irritavano i curiosi spettatori, stipati nel Teatro popolare della Quarconia, a cui il tocco prolungato impediva di udire, di gustare, di ammirare i frizzi dello Stentarello: turbava la serenit, la spensierata gaiezza del loro riso.
Pi fortunati, se il suono capitava fra un atto e l'altro, quando erano occupati ad assaporare la squisita diacciatina di ciliegie, che i garzoni dell'annesso caff portavano attorno nei palchi e nella platea.
Cosicch il lettore comprende come in tali condizioni, e per tali prescrizioni, nelle ore della notte ben poche persone si trovassero in strada; e sebbene anche adesso non vi se ne incontrino molte, come per avventura accade in altre citt d'Italia, pure ve ne sono tante, che rispetto a que' tempi pu parer gala.
Ci spiega in che modo il luogo che ho descritto, gi di per s cos rimoto, si trovasse deserto in ora non molto inoltrata.
L'uomo sinistro che abbiamo veduto fuggire dal Vicolo della Luna, e, salendo a corsa la scaletta che  alla cantonata tra il Vicolo e Via de' Naccaioli, entrare precipitoso nel ridotto della Palla, quando ebbe respinto dietro a s la porta, guard intorno e non vide nessuno nella stanza d'ingresso, che ordinariamente! serviva di sala di riunione.
Sulla tavola bislunga, appoggiata alla parete, in faccia all'entrata, ardeva una candela di sego.
Un cagnaccio lurido, irsuto, di pelo giallastro, era accovacciato accanto alla porta.
L'uomo, che sembrava molto pratico del luogo, prese la candela, sal alcuni scalini, cammin per un breve andito ed entr nella cucina.
L pure non ci era nessuno.
Gl'inquilini e le inquiline del ridotto si trovavano tutti al primo piano, e si udivano risate, sghignazzi, rumori di voci, urti di bicchieri, e di tanto in tanto il bofonchio di una chitarra sconnessa, che qualcuno si occupava ad accordare.
Era evidente che nelle stanzuccie del primo piano si compieva qualche orgia volgare.
L'uomo, che aveva presa la candela, appena arrivato nella cucina, si guard e rabbrivid.
Si accorse che aveva il polso destro circondato, da un cerchio di sangue. Tir su la larga manica della carniera, il sangue a larghe chiazze si era sparso per la camicia e arrivava quasi sino al gomito.
Dal taglio, dalla stoffa della carniera, l'uomo avrebbe potuto esser creduto un birro, ma egli non apparteneva alla polizia.
Nella squallida cucina, fra le rare e sucide stoviglie, prese una catinella di coccio, tutta sbocconcellata intorno agli orli.
La emp d'acqua, gettandovi parte di quella contenuta in un buglioletto di legno, cerchiato di ferri rugginosi.
Mise la catinella in terra e cominci a lavarsi.
Il cagnaccio, che gli era venuto dietro, si dette a bere a gran sorsi l'acqua mescolata col sangue.
Che cosa fai! url a un tratto una voce robusta.
La voce usciva dalle labbra tumide di una donna grossa e grassa dalle larghe spalle e dal seno ricolmo, che, ritta sulla soglia, con le mani sulle anche adipose, riempiva del suo corpo tutto il vano dell'uscio.
Era la Sguancia, la maestra, come la chiamavano, la massaia dell'immondo ridotto.
L'uomo a quella esclamazione sonora, improvvisa, divenne bianco nel volto, prese a tremare, sembr che le gambe gli si ripiegassero in due, e per tenersi ritto dov protender le braccia e appoggiarsi all'orlo di pietra dell'acquaio.
La Sguancia gli era apparsa davanti come il fantasma del suo delitto, poich egli veniva da commettere un grande, un atroce delitto.
Non era per uomo da smarrirsi, e subito riprese animo.
E senza neppure asciugarsi tir gi la manica della carniera, perch la Sguancia non vedesse il sangue.
Ma la Sguancia era fine di accorgimento, quanto era grossa di corpo e aveva veduto tutto.
Che facevi dunque, Marrone? replic con malizia.
Eh tu lo sai, riprese l'uomo cos interrogato, nel nostro mestiere accade facilmente di sporcarsi le mani.... sono entrato.... e non trovando nessuno nella prima stanza, ho pensato di venir a lavarmi prima di salire.
Sei stato forse all'incendio di San Pier Gattolini?
Una casa era bruciata quella sera in San Pier Gattolini, vi erano accorsi i pompieri, ma per quanto facessero durante alcune ore, sebbene alcuni di loro dessero spiccate prove di coraggio, non erano riusciti a vincere le fiamme.
Un incendio... c' stato un incendio stasera... Sguancia? disse l'uomo balbettando, e divenendo pi pallido di prima e tremando di nuovo.
S, un incendio.... come? fai il pompiere e non lo sai?
L'uomo non stette a dir altro.
Dette un salto, usc dalla cucina, travers il piccolo andito, la stanza d'ingresso, scese in un attimo la scaletta e si allontan correndo dalla Palla.
Mezz'ora dopo un pompiere, giovane, dall'aspetto sconvolto, alto e forte della persona, giungeva trafelato, vestito della sua uniforme, a San Pier Gattolini sul luogo dove infuriava il fuoco.
Sebbene arrivasse tardi, fu notato il suo coraggio, anzi la sua temerit ad avventurarsi tra le fiamme.
In un momento di pericolo e di eccitazione, si cav in fretta la tunica.
Un tale che gli era vicino, gli vide la manica destra della camicia imbrattata di sangue.
La stessa sera, in quella medesima ora, il vecchio ebreo Isacco Spoleto, che aveva la cura di sorvegliare i portoni del Ghetto, di aprirli a coloro che arrivano dopo l'ora della regolare chiusura, entrava nel Ghetto dal portone di Via del Mercato, trascinando a stento dietro a s un viluppo di panni, sotto il quale sarebbe stato difficile riconoscere le forme snelle di una giovane donna.
Quando fu entrato, lasci cadere in terra il suo fardello e sbarr il portone adagio, adagio.



3.

L'uomo scappato repentinamente dalla Palla, e che la Sguancia aveva chiamato Marrone, era dunque un pompiere.
Era entrato nel corpo dei pompieri soltanto da un mese, e il carattere impetuoso, collerico, i modi ruvidi, gli avevano fatto pochi amici tra' suoi commilitoni.
I superiori lo vedevano di mal'occhio.
Era cupo e simulatore.
Come altri pompieri, esercitava un mestiere: lavorava nella botteguccia di un trombaio in Via Cardinali.
Saputo dell'incendio, in quattro salti se n'era andato, traversando Pellicceria, nella catapecchia che abitava in un grande casamento presso San Miniato fra le Torri.
La sorella, che lo aspettava, riconosciutolo al passo, gli venne incontro con un lume e lo chiam.
All'udire la voce della sorella, egli sal gli scalini quattro a quattro, e quando si trov dinanzi ad essa, le ficc gli occhi nel volto con un'espressione orribile, la spinse in casa con un gesto febbrile, da forsennato, e dato un calcio alla porta per richiuderla:
Quanto  che sei in casa? le grid con accento feroce.
E i suoi occhi mandavano faville; le sue guancie erano infuocate.
La sorella rabbrividiva dallo spavento.
Ti ripeto, egli esclam con voce terribile, pigliandola per un braccio, ti ripeto.... quanto  che sei in casa!
Sono tornata alle nove, disse in modo appena intelligibile la ragazza.
Allora, come all'annunzio di un'immensa sventura, come se avesse appreso dalle labbra della sorella, la pi immane, la pi dolorosa, la pi irreparabile catastrofe, l'uomo dette in una specie di ruggito, cominci a gettare schiuma dalle labbra, e cadde in terra divincolandosi, agitandosi, come se fosse colto da convulsioni epilettiche.
Su, Bobi! le diceva la ragazza, chinata verso di lui, e anch'essa mezza fuori di s a quello spettacolo, su! sono stati a cercarti due volte.... ti hanno lasciato questo foglio.... ci  un incendio a San Pier Gattolini.
Tali parole, udite, afferrate dall'uomo in mezzo alle torture, alle sofferenze fra cui si dibatteva, quasi avessero una virt magica, lo scossero, sembr attutissero in lui ogni sensibilit.
Alz il capo, si mise ritto sui ginocchi, appoggi le sue alle mani che gli tendeva la sorella per sorreggerlo.
In pochi istanti fu in piedi.
Oramai un'idea fissa lo dominava e avea ricuperato una straordinaria lucidit di mente.
Era ridivenuto bieco e simulatore.
Allontan con un pretesto la ragazza sempre pi stupita di quello che accadeva: stacc la tunica da un arpione, fitto nella parete della stanza d'ingresso; butt via il cappello, tir fuori il berretto da un piccolo armadio, si cinse la sciabola, e senza dire neppure addio alla sorella, scese precipitoso le scale, e sorreggendo con una mano la corta sciabola, corse fino al momento in cui, non avendo quasi pi fiato, giunse a San Pier Gattolini.
L per l, in mezzo alla confusione, alla eccitazione di tutti, nessuno pens a muovergli rimprovero di essere arrivato cos tardi, ed egli prest il suo servizio con un'alacrit, con un coraggio da disperato.
Si sarebbe detto che non avesse voluto uscire incolume dalle fiamme.
Scoccata la mezzanotte, isolato l'incendio, lasciati due o tre uomini a guardia, i pompieri tornavano al loro quartiere in San Biagio.
Di l, uno dopo l'altro, o soli, o a due o a tre, se ne andarono alla spicciolata.
Quando Bobi Carminati pass dinanzi al comandante, che si teneva impettito sulla soglia della porta, questi lo chiam a s:
Dove siete stato, gli domand piuttosto in collera, stasera.... dalle 9 alle 11, ora in cui siete arrivato sul luogo dell'incendio? Vi hanno cercato a casa, a bottega.... ma inutilmente.
Il pompiere fu turbatissimo sentendo che la sua assenza, il suo ritardo erano stati osservati; pure sostenne imperterrito lo sguardo del superiore, gli dette una risposta evasiva, che fece credere all'altro qualche cosa di molto diverso da quello che era accaduto.
E soggiunse in tuono sempre severo, ma pi benevolo:
Giovinotto, siete per una cattiva strada, frequentate luoghi e compagni che saranno la vostra rovina, il vostro disonore.
Ma a quell'uomo non rimaneva pi alcun disonore da subire; la sua coscienza glieli rimproverava tutti.
Salutato il comandante, cerc di liberarsi dagli altri compagni, e per le straducole pi segrete, sempre volgendosi indietro, e fermandosi tutte le volte che gli pareva di sentire il pi piccolo rumore, strascicando lungo i muri arriv in Via Vergognosa, dietro il Palazzo del Bargello.
Quella via derivava il suo appellativo da un uso infame.
In essa si apriva una porticciuola, che metteva per una scaletta segreta nelle stanze dell'Ispettore capo della polizia.
Da questa porticciuola entravano non visti gli abbietti delatori, le spie, che andavano a confidare alle orecchie paterne tutto ci che inventavano o sapevano: i delitti, i segreti delle famiglie, le conversazioni prese al balzello in un caff, al canto di una strada, a svelare le abitudini di questo o di quel cittadino, le sue opinioni, le sue follie.
Al primo piano del Palazzo del Bargello, accanto alle prigioni della Rota Criminale, che ne occupavano la maggior parte, erano gli Ufficii di quella polizia toscana, che ha fatto tanto parlare di s, composta di uomini arditi, intelligenti, avveduti, soverchiatori.
Il pompiere, giunto dinanzi alla porticciuola, stette come sopra pensiero in un momento di crudele esitanza.
La piccola strada era al buio.
Si mise in orecchio: non si udiva il suono di un passo o di una voce.
Era sicuro di non esser veduto.
Dette sulla porticciuola due, tre, quattro colpi con la mano agitata da un tremito.
La porticciuola fu aperta.
Chi sei? disse un uomo con voce velata.
Un fiduciario! rispose l'altro, con accento esile, pieno di commozione.
Il dialogo avveniva al buio. L'uomo, che avea aperto, non portava lume e rimaneva nella pi perfetta oscurit.
Dammi una mano, soggiunse, cercando al tasto la mano del pompiere, lo tir dentro, e richiuse lentamente la porticciuola.
Sempre tenendolo per mano, sal con lui al buio la lunga scala, sino a che, fermatosi, spinse dinanzi a s un uscio, e si trovarono in una stanza illuminata.
Era l'anticamera al Gabinetto dell'Ispettore capo della polizia.
Ci era qualche cosa di cupo, di fatale, per cos dire, in quel luogo.
Si capiva che ogni piet vi era morta. Una voce sola poteva e doveva turbare quei duri silenzii, la voce della giustizia; singolare giustizia forse, la cui maest appariva circondata anzi guidata da traditori e delatori!
Quanta gente era venuta in quel luogo a sfogare le proprie vendette, ad appagare i proprii odii, ad accusare per solo impeto di rabbia, o per abbiezione, a fuorviare la giustizia con l'apparente scopo di illuminarla!
Come  incerta, vacillante, penosa, attorniata d'inganni e d'insidie, la giustizia degli uomini!... E quante volte il magistrato, firmando una sentenza irrevocabile, deve aver tremato nella sua coscienza, al pensiero che Dio, giudice buono e supremo, la cui giustizia sola  grande e inesorabile, nel suo spirito infallibile di verit, non trovasse il giudizio, pronunziato da sue creature contro sue creature, inclemente o dettato dalla passione!...
L'Ispettore, udito il rumore, venne ad aprire egli stesso la porta del gabinetto.
Il delatore entr e si trov solo dinanzi al funzionario, che senza sedersi, e senza invitarlo a sedere, lo guardava freddo, impassibile.



4.

Dunque, che cosa c'? domand dopo pochi istanti, il funzionario, vedendo che il nuovo arrivato non si arrischiava a spiccicare parola.
L'altro si fece il segno della croce, e in un linguaggio met compunto e met spropositato, incominci:
La Provvidenza, che mi guarda, sa che io non obbedisco a inimicizie, a rancori, a persecuzioni.... Sono venuto qui per dire la verit, tutta la verit, ognuno mi conosce, Vostra Eccellenza....
Al fatto, al fatto! grid l'Eccellenza.
S, signore, al fatto.... Dunque sappia che stasera, circa le undici, io passavo dalla piazzetta di Sant'Andrea. A un tratto sento un bisbiglio di voci, che veniva da Via dei Cavalieri. Mi fermo, poi adagio, adagio, rasentando il muro dell'antica chiesa, fo capolino.... Vedo due all'ombra del lampione, che  sotto l'arco de' Cavalieri.... Erano due uomini magri, mal vestiti, con lunghe barbe. Gesticolavano, e l'uno di essi teneva un foglietto in mano.
L'hai ammazzato? diceva l'uno.
No, rispondeva l'altro, non l'ho ammazzato io.
Ma chi l'ha ammazzato allora?
I due uomini, continuava il delatore, si sono sempre pi avvicinati l'uno all'altro e hanno parlato fra loro in modo che era impossibile il capire una sillaba.
Stati un poco, era sempre il delatore che parlava, ecco che nasce una disputa fra i due.
Sei sicuro che sia morto? disse uno di loro che portava un mantello grigio.
Sicuro.... sicuro, no, riprese l'altro, che doveva tremare dal freddo sotto la leggera giacca, che indossava.
Ma il foglio?
Il foglio l'ho ricevuto ora.... eccolo qui. Me l'ha consegnato di nascosto un ragazzo, che vendeva le noci d'oro coi numeri del lotto all'osteria dell'Impannataccia.
Che dice il foglio?
Guarda!
S'era levato di tasca un pezzetto di carta, e i due uomini usciti dall'ombra, che era sotto il lampione, si accostavano verso la cantonata alla quale io ero affacciato, e si fermavano dove battevano i primi raggi del lume.
Io feci un grande rumore.
L'uomo che teneva in mano la striscia di carta fu il primo a fuggire.
L'altro lo segu, anch'esso dandosela a gambe.
Io tenni loro dietro. Presero di via Lontanmorti e poi entrarono in via del Sassetto.
Ero solo, senz'armi, fuor che la sciabola, di cui mi sono pi volte servito negli ultimi incendii come di un'ascia e che non ho mai pensato a far assettare, sicch tornai indietro.... molto pi che mi era sembrato, quando i due si erano dati alla fuga, veder svolazzare per aria un foglio....
E il foglio? interruppe l'Ispettore di polizia.
Il foglio lo trovai infatti sotto l'Arco dei Cavalieri.
Dov'? dov'?...
Eccolo, rispose il fiduciario, togliendosi di tasca un foglio piegato con gran cura.
Il funzionario lo prese e lo spieg subito.
Si vedeva che il foglio era stato toccato da dita macchiate di sangue.
Era impossibile leggere le parole che v'erano scritte col lapis, tanto il carattere di esso appariva confuso e strano.
L'Ispettore si accost ad un lume, si mise le lenti, ma non raccapezzava nulla.
Alla fine riusc a decifrare tre parole.
Esse erano le seguenti:
Cadavere, Piazza Luna.
Si tratterebbe proprio d'un omicidio! mormor tra s l'Ispettore, che ora teneva gli occhi sul foglio, ora li gettava in faccia al delatore.
Ma, disse a un tratt, come interrompendo i pensieri che uno dopo l'altro gli venivano alla mente, voi siete pompiere.... e nell'ora in cui dite di aver ascoltato questa conversazione, non dovevate trovarvi air incendio in San Pier Gattolini? Non eravate forse di turno?
S, Eccellenza, rispose il delatore, che eziandio con lo sfoggio di quel titolo indebito dava prova della sua bassezza. S, Eccellenza, appunto lo zelo di essere il primo a venir a informare l'autorit d'un fatto di tale importanza, mi ha indotto a dimenticare per un poco il mio dovere.... Per sono andato sul luogo dell'incendio, e, sebbene arrivato tardi, credo che l'opera mia sia stata utile.... Ad ogni modo, conto sulla discrezione di Vostra Eccellenza.
Va bene! va bene! disse l'Ispettore, con piglio sdegnoso, quasi si ritenesse offeso che un delatore facesse cos diretto appello alla sua delicatezza di gentiluomo.
Avete altro da dire? soggiunse.
No! rispose il delatore.
L'Ispettore si trasse di tasca il portamonete, e dette cinque paoli all'uomo che era entrato nel suo gabinetto come una spia.
Costui tese la mano non arrossendo, e non esitando a ricevere il prezzo della sua falsa delazione.
Andate! disse l'Ispettore, accennando la porta.
Un birro, che aspettava nell'anticamera, prese per mano il delatore e lo ricondusse a tastoni gi per la scala segreta sino alla porticciuola in via Vergognosa.
Il birro, risalendo, non era ancora a mezza scala, che sent una forte strappata di campanello data dall'Ispettore.
Fece gli scalini a due a due, e entr trafelato nel gabinetto.
L'Ispettore gi si era messo da s il tabarro, e volgendosi all'agente che entrava col cappello in mano:
Ci sono agenti graduati in palazzo? gli domand.
S, signore, rispose il birro, ci  il tenente, ci  lo scrivano della Piazza, che si  trattenuto in ufficio per un affare urgente, e ci sono due caporali.
Dite a questi signori che ho bisogno di vederli.
Pochi secondi appresso un rumore di passi, un chiuder di porte, un andare e venire di birri, uno scintillio di lumi per le scale e pei corridoi del Bargello dava ai silenziosi Ufficii della polizia un insolito aspetto di movimento.
Presto si trovarono nel gabinetto dell'Ispettore cinque o sei persone.
Signori, egli disse loro, quando li vide accorsi dinanzi a s, l'ora  tarda, ma noi dobbiamo innanzi tutto fare il nostro dovere.... Bisogna che usciamo alla ricerca di un delitto di sangue, il quale mi si fa supporre sia stato commesso in un luogo remoto del Mercato.
E il volante di servizio non ne sa nulla?... E non ci  rapporto? osserv il tenente.
La polizia, signori, rispose l'Ispettore con sdegno, oggi dorme.... dorme troppo! soggiunse alzando la voce. Gli agenti, che essa mantiene, non mostrano pi alcuno zelo e fanno di tutto per screditarla.... Suppongo che un qualche delitto  stato commesso, poich due uomini sono stati sorpresi or ora a parlare di un individuo da essi fatto ammazzare, e son fuggiti ad un rumore che hanno udito, lasciando sul luogo questo foglio insanguinato, che per l'onore della polizia, disse guardando in volto alcuni bassi agenti, avrei preferito ricevere dalle vostre mani!
Uscirono dalla Via del Palagio, tutti cheti e raumiliati dopo quel violento rabbuffo.
I birri portavano la tracolla verde, a cui era appesa una sciabolaccia: i graduati, gli ufficiali, prima di uscire, si erano messi sotto il soprabito la placchetta d'argento, alla quale si riconoscevano i personaggi pi ragguardevoli della polizia.
Da Via del Palagio entrarono in Via del Proconsolo, traversarono la Piazza del Duomo e infilarono l'Arco dell'Arcivescovado.
Nel tratto da essi percorso non avevano trovato nessuno.
Tre birri andavano innanzi, tenendo in mano le loro piccole lanterne semichiuse, dalle quali usciva un debole spiraglio di luce.
Quando furono in Piazza dell'Olio, una voce forte, che pareva venisse da una stanza del pianterreno, di dietro una porta semichiusa, grid:
Chi va l?
La polizia! rispose un birro con voce stentorea.
Una piccola porta a sinistra dell'Arco del Ghetto si spalanc ed usc un uomo munito di una grossa lanterna.
Era l'agente di servizio, che per quella piccola porta, la quale da Piazza dell'Olio aveva un'uscita sotto l'arco in Piazza della Fraternit, entrava la notte, quando le grandi porte erano chiuse, per vigilare le ricche botteghe, gli opulenti magazzini del Ghetto.
Avvicinatisi, i birri alzarono le lanterne e le diressero gli uni sugli altri.
Ci  l'Ispettore, Lucertolo! disse uno dei birri, che precedevano il capo della polizia.
Gi l'Ispettore si era avvicinato con gli altri ufficiali.
Lucertolo si lev il cappellaccio e fece un inchino.
Nulla di nuovo? domand in tuono brusco l'Ispettore.
S, signore, qualche cosa di nuovo c', e che mi tiene in pensiero da pi di un'ora.
Di' su! riprese l'Ispettore ansioso.
Gli altri fecero cerchio intorno al superiore.
I birri tenevano sempre alte le lanterne, che avevano aperte, e che illuminavano quella scena fantastica.
Circa le undici, continu Lucertolo, facevo il mio giro d'ispezione. Passeggiavo in Via dell'Arcivescovado dinanzi al portone di Via della Nave. A un tratto ho sentito un acutissimo grido dentro il Ghetto.... un grido, che mi parve di donna. Sono accorso qui, sono entrato dentro.... ho guardato per tutto.... ho salito alcune scale... mi sono nascosto... ma nulla.... nulla.... e pure quel grido aveva traversato l'aria chiaro, distinto.... non posso dubitare di essermi ingannato.... Qui ci  di certo qualche mistero: stasera tra le mura del Ghetto ci  qualcuno che passa di certo una brutta notte.... Ma come fare a scoprire?
E sul volto del birro si dipingeva la desolazione dell'artista, che ha paura di vedersi disputata una vittoria da un rivale.
La polizia ha i suoi amor proprii, le sue velleit, le sue passioni di gloria. Gli agenti si disputano l'applauso, l'approvazione del pubblico per una brillante operazione, come la chiamano nel loro gergo, per una difficile scoperta, per l'arresto di un delinquente con lo stesso ardore con cui certi artisti, che sono tanto pi in alto di loro, si disputano gli applausi e gli entusiasmi nelle cavatine, nelle scene di una commedia o di una tragedia.
Lucertolo era il vero tipo di quegli agenti, che si danno alle indagini con trasporto, con smania, che esercitano la polizia come un'arte, e vi trovano tutte le soddisfazioni.
Un delitto commesso nel quartiere, affidato alla sua sorveglianza, e da lui non scoperto, non gli avrebbe pi lasciati dormire i suoi sonni, avrebbe interrotto quei sogni, pieni di promesse ambiziose, ne' quali si vedeva, salito al primo piano del Bargello, nel gabinetto di un ufficiale della polizia, e si vedeva lui, venuto su dal basso, riverito, rispettato, non pi semplice e volgare strumento, ma testa e braccio dirigente, consultato dai cancellieri, dagli auditori, dagli avvocati di Rota; si vedeva infine nella condizione per la quale egli si credeva nato con tutti i requisiti necessari e da cui si sentiva escluso soltanto per un'ingiustizia crudele del destino. E poi in quei tempi non si scherzava: non si cercavano col fuscellino circostanze attenuanti; tutto anzi serviva ad aggravare la condizione di un disgraziato.
Se un delitto si commetteva di notte in una strada, senza che l'agente a cui era affidata la vigilanza, se ne fosse accorto e lo denunziasse, l'agente era severamente punito, la sua carriera ne soffriva, le sue ardenti speranze erano presto troncate.
Nessuno dunque pi attento, pi sulle intese di Lucertolo, cos inquieto per farsi un nome, per aprirsi una strada con qualche atto notevole e arrischiato. Nessuno pi geloso della propria reputazione di uomo fine ed accorto.
Era tutto sottosopra per iscuoprire il mistero, che doveva secondo lui esserci quella notte in una casa del Ghetto.
Aveva guardato una a una quelle case di sei, otto piani, con tre o quattro diramazioni, diverse scale, tre, quattro, perfino sei entrate e uscite ad ogni pianerottolo, con due o tre sbocchi in strade diverse.
Avrebbe voluto col suo sguardo penetrare a traverso i muri; poter vedere nella stanza da cui era venuto il grido di donna da lui udito.
Ma le nere muraglie del Ghetto erano mute, solenni, impenetrabili.
Alla rivelazione del birro l'Ispettore alz le spalle. Si trattava di ben altro che di un grido di donna, si trattava di un delitto commesso a due passi e di cui l'agente non sembrava avesse il pi piccolo sentore.
Meno ciancie! disse in tuono acerbo. Su via! e fece atto di muoversi verso la piazza degli Orlandini.
Tutti gi si erano di nuovo messi a camminare, dopo quello scarso minuto di sosta.
Quando furono alla cantonata di Via de' Naccaioli, Lucertolo, che si era gi accostato ad uno dei birri, gli domandava sotto voce, trepidando:
Che cosa  accaduto?
Un delitto, pare.... un delitto di sangue nel Vicolo della Luna o in Piazza della Luna!
Un delitto di sangue? E commesso a due passi dal luogo ove egli aveva passato la serata, commesso nel quartiere affidato alla sua sorveglianza, e lui, lui Lucertolo, non ne sapeva nulla, non ne aveva neppur sospettato!
Egli non ebbe pi fiato di rispondere.
Gi la pattuglia era arrivata dinanzi alla Palla. I birri si fermarono.
Entrate! disse l'Ispettore, e i birri entrarono nel vicolo.
Ci  una gora di sangue! esclam il birro, conosciuto col nome di Zampa di Ferro, posando la lanterna in terra.
Sangue! sangue per tutto!... nei muri.... nella porta....
E anche verso la Piazza.... Guardate! interruppe il tenente, che ai riflessi delle lanterne aveva gi veduto la striscia del sangue.
I birri andarono innanzi.
Zampa di Ferro, giunto sulla Piazza della Luna, volt la lanterna da tutte le parti.
Un cadavere! un cadavere! grid finalmente.
Tutte le lanterne infatti illuminarono in quel momento un corpo insanguinato, e che pareva ormai senza vita.
Un cadavere! pensava il birro Lucertolo, trafitto al cuore da tale scoperta.
Ma dunque il suo avvenire, le sue speranze, le sue ambizioni, tutto in un istante si era spezzato!



5.

Quella sera una scena ben diversa accadeva al quarto piano di una casuccia in Piazza degli Amieri.
In una stanza piuttosto vasta un vecchio era seduto accanto ad un braciere acceso e teneva le mani stese sopra di esso.
Il vecchio era cieco, e il suo volto in quel momento esprimeva un'immensa angoscia.
A pochi passi da lui, una povera vecchierella era inginocchiata sul nudo pavimento con le braccia appoggiate ad una sedia e teneva in mano una corona. Di tanto in tanto la vecchia guardava amorosamente il cieco, come se ne comprendesse tutta l'ambascia e i pensieri penosi che lo torturavano.
Egli sospirava ed essa pregava!
Cari e buoni e santi vecchi! Da quarantatr anni erano vissuti sempre insieme, i loro cuori avevano palpitato l'uno accanto all'altro. Avevano avuto sempre in comune gioie e lacrime e sconforti e speranze, e un amore forte, scambievole, una fedelt lealmente giurata e lealmente serbata, avevano a loro abbellita la vita.
In quei quarantatre anni non una sola acerba parola, non una disputa irosa era sorta fra loro: lui aveva riguardato sempre la donna come il suo angiolo, ed essa aveva riguardato lui come il suo protettore, come l'oggetto di tutte le sue cure pi delicate, come l'unico oggetto de' suoi pensieri.
Il vecchio non era sempre stato cieco, ricurvo, affranto.
Era stato bello a' suoi giorni, e molto piacente e aitante della persona, artista incisore, ricercato ne' ritrovi allegri, nelle liete brigate, per il modo con cui sapeva suonar la chitarra, improvvisare una canzonetta popolare, per la conversazione arguta, per le sue barzellette di fiorentino antico.
Indomito al lavoro, aveva perduta la vista per gli eccessi fatti in esso: i soli suoi eccessi: lavorando specialmente di notte, e con lume sottile.
E lei pure era stata una ragazza, poi una donna da far delirare; con un paio d'occhioni azzurri, sereni, tranquilli, in cui si specchiava, per cos dire, la sua anima onesta, con un fresco incarnato, coi denti nitidi, uniti, con una capigliatura ricchissima, che le faceva come un manto di fulgido oro sulle spalle, quando la lasciava cadere disciolta, con una grande vaghezza di linee e di forme.
Ormai da cinque anni il marito era cieco, ma contento nell'amore, sublime di piet, della sua tenera sposa, nell'affetto e nel pensiero di una figliuola, che aveva circa vent'anni e che dava di s le pi grandi promesse.
Tutte le speranze, tutta la consolazione dei due vecchi erano ormai riposte nella giovinetta.
Essa era cresciuta, s'era sviluppata ripetendo in s perfezionata la bellezza della madre; aveva mostrato sin dai primi anni un'attitudine spiccata alla musica, e i genitori, che vivevano col frutto di rendite modeste, raggranellate dal vecchio col suo lavoro, l'avevano fatta istruire, educare come la figliuola di una famiglia signorile, sopportato volentieri a tale scopo dure privazioni.
Tutti conoscono quanto sia eroica nei cuori dei padri e delle madri del popolo la virt del sacrifizio: nel generarli e nell'educarli, essi danno due volte al figlio il loro sangue!
Da vario tempo la ragazza usciva di casa la sera due, tre volte la settimana.
Il suo maestro di musica aveva consigliato ai genitori di farla intervenire a un concerto, che si preparava per una solenne occasione, e al quale doveva assistere il granduca col fibre della cittadinanza.
La ragazza doveva quelle due o tre sere della settimana andare alle prove.
Alle dieci per era sempre tornata.
Quella sera i vecchi l'aspettarono indarno all'ora usata.
Mandarono una donna del casamento, loro amica fidata, a cercarla, ma essa torn, confidando sommessamente alla madre che recatasi nel luogo dove si facevano le prove dei concerto aveva saputo che ih quella sera non ci era stato pi prova.
La madre si sent stringere il cuore!
Pure volle dissimulare; fece vista di rasserenarsi; raccont all'amica che forse la ragazza era andata a visitare una loro parente, che si sarebbe trattenuta da lei fino a che essa non l'avesse riaccompagnata. E con volto quasi ilare, e ringraziandola, la licenzi.
In quel momento cessava di suonare la campana del Bargello.
Erano dunque le undici.
E la ragazza non era tornata!
Ma insomma, disse il cieco, mentre due lacrime gli solcavano il volto severo e pieno di tristezza, insomma la nostra creatura, la nostra Antonietta non torna?
L'avr trattenuta il maestro! disse la vecchia con una menzogna, inspiratale dall'amore.
Non aveva pi forza di parlare. Si sentiva inquieta, agitata, in preda a mille terrori.
Segu un lungo silenzio.
Basa si era buttata in ginocchio e diceva le sue preghiere, preghiere di madre, recitate con vero slancio, lui se ne stava cupo, immobile, le mani tese sul braciere, nell'attitudine in cui l'abbiamo veduto.
Passati per pochi minuti, non pot pi resistere:
Agatina! egli disse, Agatina mia.... noi siamo proprio infelici.... prevedo qualche grande disgrazia.
E il vecchio dette in uno scoppio di pianto.
La vecchierella si alz, corse accanto al vecchio, gli gett le braccia al collo e la stanza risuon dei singhiozzi di quegli infelici.
Coraggio, Enrico! disse finalmente l'Agatina, a cui pareva dovere il vincere la propria commozione. Non  poi tanto tardi.... l'Antonietta torner.... l'anderemo a cercare, se vuoi.... non dubitare.... Dio ci consoler.
S, mia Agatina, riprese il vecchio, hai ragione, non bisogna dubitare, Dio ci consoler!...
E alzandosi dritto sulla persona, quel vecchio maestoso, alto di statura e di complessione vigorosa, si lev il berretto dal capo, si trasse dal seno una crocellina d'oro, e la baci e ribaci, esclamando fra i singhiozzi:
S, s. Dio ci consoler!
E col capo sempre scoperto, gettandosi in ginocchioni insieme con la moglie, egli intuon con la sua voce robusta una preghiera.
Per alcuni istanti que' due umili e grandi cristiani, prostesi sul pavimento, unirono le loro belle anime in una fervida effusione.
Il vecchio si alz dalla preghiera pi forte, la fede gli aveva comunicato le sue celesti, ineffabili rassegnazioni.
Dammi il cappello, Agatina! egli disse alla moglie. E tu mettiti lo scialle.... e cuopriti bene.... e andiamo, cara, a cercare la nostra figliuola!
L'Agatina si era gi messo il cappello e lo scialle: aveva aiutato il cieco a infilarsi il tabarro, e presolo per mano lo guidava verso la porta.
Ma dimmi, Enrico, essa osserv, cessando dal piangere, dove credi che dobbiamo andare?
Per tutto, rispose il vecchio, sino a che non l'abbiamo trovata.... Ma dove sar, dove sar Antonietta?
E di nuovo lasciava sopraffarsi dal suo immenso dolore.
Il meglio che possiamo fare, soggiunse la vecchia,  di andare all'arione in Via degli Avelli.
Col nome di arione, o guardilo, il popolo fiorentino designava que' luoghi dove convenivano i birri ne' varii quartieri, dove stavano sempre di guardia il giorno e la notte.
La polizia si era allora divisa la citt in tre quartieri: Santa Croce, Santa Maria Novella, Santo Spirito. Ogni quartiere, aveva un capoagente, tre agenti di prima classe, tre di seconda, tre di terza e un certo numero di volanti.
Il Mercato con le sue adiacenze era sotto la giurisdizione del Commissario di Santa Maria Novella, che aveva il suo ufficio in Valfonda, sul canto della strada ove sorge oggi l'Arena Nazionale.
I bassi agenti avevano il loro guardilo nella cantonata tra Via degli Avelli e la Piazza Vecchia.
Credo anch'io, replic il cieco dopo breve riflessione, che il meglio sia di andare all'arione. L incontreremo il Mangia e con lui possiamo confidarci.... e ci pu aiutare a trovar la ragazza.
Piano piano i due vecchi scesero le scale.
Scesero usando ogni cautela, non volendo con pensiero delicato che i vicini si accorgessero che essi uscivano a quell'ora.
Era una cupa serata d'inverno: il vento ghiaccio soffiava infuriato: lo stesso vento che aveva in un attimo sparpagliato le fiamme nell'incendio di San Pier Gattolini, e era costato tanta fatica e tanti sforzi ai poveri pompieri.
Ma i vecchi arrivati in strada parve non sentissero n il vento, n il freddo intenso.
Una forza provvidenziale sostiene i padri e le madri in tutto ci che fanno per amor de' figliuoli.
Per il camminare era difficile a quella coppia: il marito cieco, la moglie di vista assai debole, e le strade quasi all'oscuro.
Lasciami veder bene dove siamo! diceva di tanto in tanto l'Agatina, e si fermava come per orientarsi, e guardava ben bene le case, le mura per riconoscerle.
Ma vedeva poco. I suoi occhi erano velati di lacrime!
In quei momenti il cieco sentiva pi che mai tutto il peso della sua terribile sventura.
Egli stringeva forte forte la mano della sua vecchiarella, se l'accostava alle labbra come un innamorato e le diceva con voce soffocata dalla commozione:
O angiolo mio! siamo pur disgraziati!
Coraggio! coraggio! ripeteva la buona Agatina, che sentiva spezzarsi il cuore.
A un certo punto la loro tristezza fu per mutarsi in disperazione.
L'Agatina si accorse che si erano smarriti nei laberinti di quelle straduzze.
Cerc un pezzo prima di ritrovare la via. Per i suoi occhi si indebolivano e l'impresa diventava pi difficile.
Gridare non poteva, non poteva domandare aiuti, soccorsi, poich dovevano evitare ogni scandalo.
Il cieco non osava lamentarsi, sebbene si accorgesse che si trovavano in grande imbarazzo. Temeva di affliggere la sua Agatina, e in que' due animi di popolani la gentilezza dei sentimenti era meravigliosa.
Alla fine sent un singhiozzo, che l'Agatina non riusc a trattenere.
Che hai? che hai? disse Enrico.
Non trovo pi la strada! disse la vecchia, dando in un pianto dirotto.
O mio Dio! mio Dio! riprese il cieco, siamo di certo puniti di qualche grande peccato.
E col bastone cerc il muro e vi si accost per appoggiarsi, sentendo che non poteva pi reggersi in piedi.
L'Agatina era balzata in mezzo alla strada, con l'ardore e la prontezza di movimento di una giovane, e aguzzava gli occhi nell'oscurit.
Agatina! continu il vecchio, io mi sento morire.... sento che in questa terribile incertezza io non potr arrivare sino a domattina.
Ma poi pentito di quelle parole, che immaginava dovessero straziare il cuore della moglie, che egli sentiva piangere:
Vieni qua! disse, vieni qua! Io non ti voglio dar dispiaceri.... Troveremo, troveremo la strada, e sia fatta la volont di Dio!
Quel pensiero di Dio lo ingagliardiva sempre.
 il pensiero, che ha consolato tanti dolori, alleviato tante miserie, sostenuto tante fragilit.
Ora ho capito dove siamo! grid, a un tratto la moglie.
Ringraziamo il cielo! sospir il vecchio, levando in alto i suoi occhi, privi di luce.
Ma egli cercava, con l'anima piena di fede, una luce eterna, immortale.
Entrarono poco a poco in via degli Strozzi e in un quarto d'ora arrivarono in piazza di Santa Maria Novella Vecchia.
Ci siamo! ci siamo! esclam l'Agatina.
Per tutto quel tratto non avevano pi scambiato una parola, immersi nelle loro cocenti tristezze.
Giunti vicini al guardilo, furono scossi da una voce, una mezza imprecazione, e la vecchia fu spaventata dalla subita luce di una lanterna, che le batteva sul viso.
Era il birro di guardia, che si era a loro accostato.
Che volete.... a quest'ora? domand l'agente, non sapendo a che attribuire la passeggiata, per lui cos strana, de' due vecchi.
Vorrei parlare al Mangia, disse il cieco.
Non c', ma star poco a tornare.... deve star lui di guardia fra pochi minuti.... Potete intanto entrare, se volete, e aspettarlo....
Il birro era stato quasi commosso al vedere i due vecchi tanto accasciati.
Certamente, egli pensava,  accaduto loro qualche cosa di molto grave!
I vecchi entrarono nel guardilo, e l'Agatina aiut il cieco a sedersi sopra una panca.
Poi sedette al suo fianco.
Nella stanza accanto si udiva una conversazione rumorosa.
I due vecchi udirono spiccatamente pronunziare pi volte le parole: sangue.... cadavere....
I birri discorrevano del delitto, commesso in quella sera e del quale la polizia aveva, ratta come il lampo, diffusa la notizia a tutti i suoi agenti.
I vecchi raccapricciarono e stavano in orecchi, non osando comunicarsi la truce idea, che in quel momento li dominava.
Trascorsi pochi minuti, la porta del guardilo fu spalancata, e entr il Mangia.
Che c'? che c'? esclamarono i birri, che erano nell'altra stanza, e che lo videro entrare.
Ci  una gran confusione.... Chi la pagher per tutti sar Lucertolo! Figuratevi che due ore fa ha udito un grido di donna.... e poi hanno trovato un cadavere....
Un grido cupo, rantoloso usc dalla gola del cieco.
Egli si alz, agit le mani in aria, come se volesse cercare qualche oggetto, poi piomb in terra disteso, irrigidito, come se avesse perduto i sensi.
L'Agatina, presa da violentissime convulsioni, urlava.... le sgorgavano dagli occhi torrenti di lacrime.... chiamava Antonietta con strilli, che pareva le dovessero squarciare il petto.
I birri si erano tutti precipitati nella stanza d'ingresso.



6.

In piazza della Luna l'agitazione degli ufficiali e degli agenti della polizia era grande.
I delitti di sangue erano allora rarissimi nella citt.
La notizia d'un assassinio bastava a gettare lo sgomento e il terrore nella popolazione.
Lucertolo era andato nel Ghetto a cercare dei lumi; Zampa di Ferro, partito subito a un ordine dell'Ispettore, era andato a chiamare un medico; il Matto, celebre birro, conosciuto con tal nome per le sue stranezze, per il suo ceffo stravolto, era corso a svegliare il signor Carolti, padrone della farmacia all'Insegna dello Spirito Santo.
Questa farmacia, in que' tempi famosa, si trovava accanto all'antichissima e non meno famosa rosticceria della Fila. I barattoli, gli alberelli, le guastadette negli scaffali della farmacia erano tutti oggetti in maiolica delle riputate fabbriche di Faenza, di Gubbio, di Montelupo, vetusti oggetti di molto valore, disputati e ricercati fra gli antiquarii.
Appeso al palco, sopra il banco, si vedeva una specie di globo di legno. Alla parte inferiore, e pi incavata e profonda del globo era attaccato un cordone, che scendeva sino al banco.
Il globo serviva di cassetta pei denari. Ogni volta che il farmacista voleva dare un resto, o incassava un paolo, tirava il cordone, la parte inferiore del globo scendeva, quindi egli la lasciava risalire e unirsi all'altra parte che le serviva di coperchio.
I vecchi fiorentini riconosceranno l'esattezza di questa descrizione.
Lucertolo in due minuti torn in Piazza della Luna, portando i lumi, e li pos a terra.
Uniti alle lanterne, che gi vi erano, fecero incontanente un grande chiarore.
Tutti videro la larga gora del sangue, che inzuppava le vesti del giovane assassinato, si attendeva intorno al suo corpo.
L'Ispettore si chin per il primo, mentre Lucertolo, tenendo un lume, lo seguiva in tutti i suoi movimenti.
Dov' la ferita? domandava l'Ispettore.
II tenente, lo scrivano della piazza, altri birri si erano chinati.
Lucertolo, ansioso di scuoprire, di rendersi utile, di riparare in qualche modo la sua tremenda sconfitta, tenendo una mano dinanzi al lume, guardava attento, col suo occhio pratico, per essere il primo a segnalare qualche indizio.
Ecco la ferita! disse egli sollevando leggermente la testa della vittima.
Furono accostati altri lumi e tutti videro nella parete sinistra del cranio un'apertura, dalla quale, a quel movimento, sgorg un filo di sangue, che spruzz la mano di Lucertolo.
Il sangue  caldo! molto caldo! disse il birro.
Adagi di nuovo la testa sullo sterrato e tutti allora esaminarono il volto della vittima.
La fronte era quasi coperta dai lunghi capelli insanguinati, e il sangue, che imbrattava gi tutte le gote, si era fermato nella cavit degli occhi. Si vedeva qua e l appena qualche poco di pelle pallidissima. Era un orrido e ripugnante spettacolo!
La fisonomia non poteva essere ravvisata.
Lucertolo cerc di aprire le labbra della vittima. Esse erano rigide, chiuse, contratte come in una suprema espressione di spasimo e non cedevano. Alla fine riusc ad aprirle e v'introdusse un dito. Dopo ripetuti tentativi e osservazioni fatte a suo modo, egli alz il capo e grid:
 vivo!  vivo!
Impossibile! esclam il tenente. Non si vede in questo corpo segno di sensibilit:  ghiacciato: non ha polso.
In quel momento teneva appunto in mano il polso sinistro.
E poi, soggiungeva, guardando intorno a s, e cercando approvazioni, quando gli fu alzata la testa, e che di nuovo  venuto fuori del sangue non ha mostrato di provare la pi piccola sensazione di dolore. E osservino, e col fazzoletto gli aveva ben bene asciutte le palpebre, gli occhi sono immobili, vitrei..., questo  lo sguardo di un morto.
Ma io lo sento respirare! interruppe Lucertolo.
Il medico? il medico non arriva? interrog l'Ispettore.
E intanto, aiutato da un agente, scuopriva, sbottonando le vesti, il petto della vittima.
Gli mise una mano sul cuore e ve la tenne per alcuni secondi.
Quindi alzando le spalle, e rizzandosi in piedi, disse:
 morto!  morto! e si tocc la fronte.
Lucertolo non era persuaso, ma non gli bastava l'animo di contradire al superiore.
L'Ispettore, dopo un istante di raccoglimento, riprese:
Ora  importante, prima che venga il medico, che altri entri qui, osservar bene le traccie del sangue, tutto quello che potr aiutarci a scuoprire il colpevole. Cerchiamo di stabilire, se  possibile, di dove  venuto, di dove  partito l'assassino....
Si misero tutti a cercare.
Dal luogo dove si trovava disteso il corpo, vennero sino al vicolo della Luna, guidati dai continui sprazzi del sangue, ma piccoli sprazzi, qua e l.
Giunti nel vicolo furono sorpresi dal trovare una s grande quantit di sangue, dinanzi alla porta, che aveva in turchino il N. 5.
Ci erano macchie sulla stessa porta e sul muro.
Si direbbe, not un birro, che l'uomo sia stato ammazzato qui e poi trascinato nella piazza.
La porta  chiusa, disse il tenente, e ben chiusa.
E, prendendo un piccolo lume dalle mani di un subalterno:
Vedete, egli continu,  chiusa e con una serratura finissima, non di quelle che si trovano ordinariamente nelle case del Mercato.
Due agenti si mettano di guardia a questa porta! intim l'Ispettore, e non si muovano senza mio ordine.
L'assassino  qui.... l'ho trovato!...  nel suo nido.... diceva Lucertolo, tutto ansante, accorso all'entratura del vicolo della piazza della Luna.
Accompagnato da tutti egli si ferm all'uscietto della tana di Nello Bartelloni e mostr sullo scalino l'orma sanguinosa di due piedi Incalzi, volti verso l'entrata.
Tre uomini anche dinanzi a questa porta! grid l'ispettore.
In tale istante giungeva Zampa di Ferro, accompagnato dal medico.
Il medico, dopo aver scambiato alcune parole concitate col primo funzionario della polizia, procedette al suo esame.
Tutti attendevano anelanti le sue parole.
Il medico si chin sul corpo insanguinato. Tast il polso, pose una mano sul cuore, rovesci le labbra, fece varie esperienze, poi, rivoltosi all'Ispettore con la massima gravit:
Qui disse, non si tratta di un omicidio, ma di un tentato omicidio.... Quest'uomo  vivo!
Lucertolo ebbe un brivido.
La sua fama di sagacit, poco innanzi cos offuscata, tornava a trionfare.
La farmacia  aperta! disse a un tratto una voce.
Era il birro che tornava da adempiere l'incarico ricevuto.
La farmacia era aperta! La polizia, obbedendo a questa formalit, pur l'aveva ritenuta inutile, essendo quasi persuasa di trovarsi dinanzi ad un cadavere. Ora la sua previdenza, le sue precauzioni si rivelavano necessarie.
Mentre il medico continuava ad esaminare il paziente, il Matto and a cercare dell'acqua e alcune fascie, e torn immantinente.
Il medico cominci a lavare il sangue e il volto del ferito apparve in pochi istanti, liberato dalle sozzure, bianco come la cera.
Era un volto ovale, di fattezze finissime, di soave espressione.
Gran Dio! grid Lucertolo, che teneva da alcuni secondi gli occhi fissi su quel volto, senza batter palpebra. Ora ho riconosciuto chi !
Chi ? chi ? parla! ripeterono gli altri.
Zitto! ingiunse a Lucertolo l'Ispettore, che aveva sorpreso un gesto d'impazienza del medico.
Quest'ultimo infatti, uomo di studii e di gran cuore, vedeva dinanzi a s soltanto un infermo, che aveva bisogno delle sue cure, e non si preoccupava, sopra tutto in tal momento, n della scoperta del delinquente, n del nome di colui, che egli credeva suo dovere di soccorrere.
L'uomo della scienza, adunque, rivoltosi all'Ispettore, esclam:
S, lei ha ragione.... ora prima di tutto siamo obbligati ad occuparci di salvare questo infelice. La polizia potr fra alcuni minuti riprendere le sue ricerche. Essa user di un suo sacro diritto.... Ma adesso dobbiamo pensare subito a far trasportare il ferito. Sono certo che egli  qui da alcune ore.... e ogni indugio potrebbe essergli fatale.
Con ogni precauzione il ferito fu sollevato sulle braccia robuste di quattro agenti.
Quando dovettero per traversare il vicolo, cos stretto, che appena un uomo vi pu passare, ebbero a vincere grandi difficolt.
Andavano innanzi lentamente, preceduti, circondati da lumi e da lanterne, e guidati dal medico.
Prima di arrivare alla Loggetta del Pesce si fermarono per riprender fiato e per assicurarsi che il ferito non soffriva.
Si fermarono di nuovo, fatti pochi passi, dinanzi all'arco del Ghetto, al portone, che poco pi di un'ora prima aveva chiuso dietro di s, in tanta fretta e con tante cautele, il vecchio ebreo Isacco.
I birri sotto gli occhi dei loro superiori, del medico, tenevano a dar prova di zelo.
Traversata, con frequenti riposi, la piazza del Mercato, giunsero alla farmacia dove il ferito fu convenientemente adagiato.
Incontanente la farmacia fu richiusa.
Lo scrivano della piazza, o pubblico querelante, sedette ad un tavolino, che era accanto al luogo ove era stato disteso il ferito.
Due agenti si tenevano in piedi a poca distanza da lui.
Gli altri erano andati a raggiungere l'Ispettore, il tenente e gli altri compagni, rimasti di guardia in Piazza della Luna.
Un'impresa per loro ben pi importante li chiamava: la scoperta dell'assassino.
E dopo le assicurazioni di Lucertolo erano cos sicuri di trovarlo subito!
Nella farmacia il pubblico funzionario, dopo essersi seduto, aveva macchinalmente preso una penna e si preparava a scrivere, sopra un pezzo di carta che aveva trovato dinanzi a s, un rapporto dell'accaduto.
L'abitudine lo vinceva.
Egli non pensava n agli spasimi, che doveva provare il ferito, n allo strazio che a coloro che lo amavano avrebbe cagionato la notizia del suo infortunio, non pensava se quel giovane avesse un padre, una madre, parenti, insomma chi a quell'ora soffrisse, o piangesse per lui.
No, la polizia non permette a' suoi agenti questi divaghi!
Davanti ad un cadavere, davanti alle conseguenze de' delitti pi atroci, essi non hanno che un unico pensiero: scuoprire il reo, vendicare la societ offesa.
Il funzionario pensava gi a stendere la sua querela.
Gli venivano quasi da s alla penna le solite formule.
"Attesa la denunzia di N...."
Ma no; la formula non era buona: l'Ispettore aveva scoperto il delitto da s.
Ci era dunque una lacuna nei procedimenti, e una lacuna, che non faceva onore alla polizia pi militante, alla polizia pi direttamente incaricata di vigilare sui delinquenti.
Il vecchio funzionario si mordeva le labbra; si stizziva fra s della decadenza di un'istituzione, alla quale egli aveva sempre ambito di appartenere, che considerava tanto utile, tanto provvida, tanto benemerita.
Le formule della sua denunzia continuavano a tornargli in mente, a se le ripeteva a bassa voce:
"Con l'intervento e presenza degli infrascritti, e del dottore ***, per gli effetti che appresso, fatto chiamare, vidi e trovai un cadavere disteso sopra la nuda terra supino...."
Il dottore, aiutato dal farmacista, aveva finito l'esame della ferita, e aveva gi lasciato il capo del paziente.
Ho finito! disse egli, dirigendosi al funzionario, che se ne stava con gli occhi fissi sul foglio e la penna in aria, immerso nelle sue riflessioni.
Ha finito?... Crede che sia qualche cosa di grave?
S, di molto grave! rispose il medico.
L'uomo  scampato per miracolo da una morte immediata. Il pugnale, attraversando il cappello, certamente ha un po' deviato.
Il cappello! il cappello! esclam il funzionario, ecco un oggetto che  necessario ricuperare e subito.... Andate a avvertire in Piazza della Luna.... affinch lo cerchino, prosegu volgendosi a uno dei birri, che stavano dietro di lui.
Ed uno di essi usc.
Lei, dottore, prima di partire, abbia la bont di lasciarmi, come  prescritto, il suo referto sulla ferita.... Quindi anch'io andr a raggiungere i miei colleghi.
Lo scrivano aveva chiesto al dottore di lasciargli il suo referto sulla ferita, con molta ironia.
Gli ufficiali e i bassi agenti della polizia, in ossequio all'opinione espressa dai loro superiori, dall'ispettore e dal tenente, persistevano nel credere, non ostante l'affermazione del medico, che si trattasse di un cadavere.
Lo scrivano anzi, come abbiamo veduto, nel cercare le formule della sua denuncia, avrebbe voluto scrivere: "vidi e trovai un cadavere, ecc."
Mi accorgo che l polizia dubita di me, osserv il medico, abituato a tali opposizioni, e che si era accorto del sarcasmo con cui lo scrivano gli aveva domandato di stendere il suo referto.
La polizia dubita sempre, rispose il funzionario. Essa, del resto, cerca raccogliere tutte le dichiarazioni e tutte le prove, appena un delitto  commesso e, trattandosi di un assassinio, il referto del medico  di grande importanza. Ma, in verit, dottore, come pu ella sostenere che abbiamo dinanzi un uomo vivo? Come dicevano or ora l'Ispettore e il tenente, non  forse chiaro che questo corpo non d pi segno di sensibilit?
Mio caro, rispose il dottore con benevolenza, la scienza ha i suoi misteri, impenetrabili ai profani.
Il dottore prese il lume, che era sulla tavola, e facendo cenno allo scrivano di avvicinarci, accennando sotto le fascie il punto in cui si trovava la ferita, soggiunse:
Veda.... la ferita ha leso la terza circonvoluzione cerebrale dell'emisfero sinistro....
Lo scrivano aggrottava le sopracciglia.
In tal guisa, continuava il medico,  stata prodotta la commozione di tutto il cervello....
La perdita della coscienza, la respirazione lenta, i polsi brevi, quasi insensibili, dipendono dalla detta lesione. Tali lesioni mettono in pericolo la vita.... l'ammalato, in seguito di esse, anche riconoscendo le persone e le cose, perde spesso la facolt del parlare.... talora rimane eziandio cogli occhi chiusi, immobili....
La convinzione, il tono di autorit con cui il medico diceva queste cose, avevano quasi persuaso il funzionario.
Ma un rumore insolito si udiva poco discosto dalla farmacia.
Allo scrivano parve udire la voce di Lucertolo, che gridava:
Avanti, avanti, briccone!
L'ufficiale tendeva le orecchie, il medico aveva interrotto la sua diagnosi, quando ad un tratto fu picchiato alla porta e nel silenzio della notte risuonarono queste parole:
Aprite, in nome della legge!
Lo scrivano corse subito ad aprire, poich aveva riconosciuto la voce dell'Ispettore.
Quest'ultimo, appena entrato, traendosi in disparte, si volse indietro, e subito entrarono dopo di lui alcuni agenti, che portavano i lumi; dopo di essi entr, o per meglio dire fu spinto in mezzo alla stanza, un giovinotto con le mani legate da una fune, e che era accompagnato da Lucertolo e da Zampa di Ferro.
Il giovinotto, mezzo vestito, e mal vestito, era Nello Bartelloni.
Egli aveva sempre i piedi scalzi, una giacchettaccia di color chiaro in dosso, molto aperta sul dinanzi e sotto la quale si vedeva una camicia assai lurida e macchiata di sangue.
Chiazze di sangue si scorgevano anche sui pantaloni di color chiaro.
Il cappello di feltro molto fine era poco in armonia col rimanente del vestiario.
 forse questo l'assassino? domand lo scrivano all'Ispettore, stimolato dalla curiosit.
 questo.... Andando dietro alle traccie del sangue, scoperto da Lucertolo, siamo arrivati sino ad un uscetto in Piazza della Luna, che  quasi di faccia all'imboccatura del vicolo.
L'uscetto davanti al quale era il cada.... il corpo del ferito? replic lo scrivano, che pareva non potesse distogliersi dalla sua idea.
Precisamente. Sulla soglia dell'uscio si vedevano le orme sanguinose di due piedi ignudi.... Abbiamo picchiato.... nessuna risposta.... Aprite!... ho detto io stesso in maniera da essere inteso.... Chi ? rispose una voce rauca e strana. La polizia! io ripresi. Succedette un profondo silenzio. Nella piazza nessuno parlava e si muoveva. Io mi accostai alla porta, e ascoltai.... nessun rumore, nessun movimento dentro la stanza. Gi la porta! io intimai, e allora Zampa di Ferro, mettendo tra le commettiture il fodero della sciabola a guisa di leva fece s che la porta in un istante si apr.... Entrammo. Il tanfo, il cattivo odore ci soffocava.... Figuratevi un tugurio largo dalle due alle tre braccia, lungo al pi quattro braccia, le pareti nere, come se fossero coperte dalla filiggine.... sopra due panchette una specie di pagliariccio, sul quale si trovavano ammonticchiati tutti gli abiti dell'inquilino, abiti da inverno e da estate.... Abiti, che servivano di coperte e di coltroni... e sotto tutti questi cenci il giovinastro, che vedete qui.... Il suo giaciglio fu presto circondato dai lumi, e non tardammo a scorgere che era in varii punti insanguinato, e che insanguinato era anche il giovane nelle mani e nel viso. Alzatevi! gli gridai, prendendo di mano a un agente la lanterna, e mettendogliela sugli occhi. Alzatevi, la polizia vi cerca.... Si alz, borbottando parole sconnesse, incoerenti.... Intanto si scopriva altro sangue.... Lucertolo volle alzare la materassa, e trov fra esso e la tavola su cui posava un orologio con catena, uno spillo, e....
Che cosa altro  stato trovato? interrog il dottore.
Il capo della polizia fece cenno al Matto, che era rimasto indietro, di avvicinarsi, e prendendo un oggetto, che e' gli porgeva:
Abbiamo trovato, prosegu, questo pugnale insanguinato.
Il dottore volle esaminare il pugnale, sfasci la testa del ferito, fece nuove esperienze, poi lasci cadersi sopra una sedia, che era dinanzi al tavolino, vicino a cui il ferito era stato disteso.
Non ci  che dire, egli aggiunse, la ferita  stata fatta con questo pugnale.
Lo scrivano non aveva perduto d'occhio un istante il presunto assassino dacch era entrato.
Quando il medico ebbe finito di parlare, egli si accost all'arrestato, che era sempre in mezzo ai due birri, e cavandogli il cappello di testa, lo guard ben bene.
Ecco, dottore, egli esclam, ecco il cappello, che, come lei diceva dianzi, ha fatto deviare il pugnale.
Il dottore esamin il cappello. Vi era un foro che corrispondeva alla lama del pugnale, trovato sotto la materassa di Nello.
Doloroso ufficio  quello della polizia, mormor il medico all'orecchio dello scrivano. Domani nella vostra querela voi accuserete un uomo, che  pazzo!...
Lo scrivano fu scosso da tale dichiarazione.
E non vi ho detto ancora, riprese l'Ispettore, l'ultima parola di questo dramma.... Siamo entrati anche nella porta n. 5, nel vicolo della Luna, davanti alla quale si giudica debba essere accaduto l'assassinio.
Ebbene? interruppe lo scrivano.
La porta era appena accostata. Io l'ho spinta.... sono entrato e ho veduto una delle cose pi straordinarie.... Figuratevi una stanza addobbata con gran lusso, con ricche stoffe, con bellissimi quadri alle pareti, e sempre illuminata da una lampada di cristallo color di rosa....
L'uomo assassinato doveva uscire da quella stanza quando  stato consumato il delitto.
Il medico fece un gesto d'orrore.
Ma il mistero, aggiunse l'Ispettore, non  tutto qui. Si complica, perch sul tappeto abbiamo trovato un velo nero.... un velo di donna.... e sopra un tavolino di ebano, incrostato di madreperla, una bottiglia di vino di Cipro e due bicchieri, e dei canditi, uno de' quali mangiato a met e nel quale  rimasta l'ammorzatura di denti piccoli, sottili, delicati.... denti di donna.... Dunque l'uomo non era solo.... E la donna deve essere la causa del delitto.
Tutti facevano segno di assentimento.
Intanto, disse alla fine l'Ispettore, conducete l'arrestato alle carceri criminali e domani sieno fatte a buonissima ora le denunzie regolari alla Cancelleria.
Dieci minuti dopo, l'arrestato, accompagnato da varii esecutori e dallo scrivano, giungeva alle carceri della Rota Criminale.
Fu fatto entrare nella stanza di custodia.
Lo scrivano sedette dinanzi ad una tavola, coperta da un tappeto verde molto scolorito e sul quale qua e l si vedevano grosse macchie d'inchiostro e persino disegni, fatti da penne oziose, per passar la noia dell'aspettare, cio mentre erano attesi i risultati di ricerche, dalle quali dovevano dipendere l'onore, la felicit, l'esistenza di un uomo, o di varii uomini!
L'arrestato, sempre circondato dagli agenti e dagli esecutori, era ritto dall'altro lato della tavola dinanzi allo scrivano.
L'ufficiale della polizia, messi in ordine alcuni fogli, cominci L'interrogatorio.
Come vi chiamate?
L'arrestato non rispose.
Girava gli occhi qua e l, gli fissava nel volto dei birri, guardava l'ufficiale che l'interrogava.
Come vi chiamate? ripet lo scrivano con accento terribile.
Nessuna risposta.
Su, manigoldo! disse Zampa di Ferro, avvinghiando un braccio al disgraziato, e in maniera che egli dette in un grido di spasimo, su, rispondi! Il nostro superiore ti domanda come ti chiami.
Segui un lungo silenzio, che fu interrotto dal Matto.
Parler io, egli riprese, per questo impostore....
Ed io vi dico di tacere! soggiunse l'ufficiale, e rivoltosi di nuovo all'arrestato, con voce alla quale si sforz di dare la maggiore espressione di benevolenza, torn a domandare:
Qual  il tuo nome?
Nuovo e lungo silenzio.
Ho capito! disse lo scrivano, dopo aver atteso indarno. Risponderete domani al cancelliere maggiore. Ora per autorizzo gli agenti a far le loro dichiarazioni.
Tre agenti presero nello stesso istante la parola.
Uno alla volta, disse lo scrivano; e indirizzandosi al Matto, gli ordin che parlasse per il primo.
Io, egli cominci, conosco l'arrestato.
Il suo nome?
Nello Bartelloni.
La professione.
Vagabondo.
I precedenti?
Pessimi, rispose il birro. Io l'ho gi arrestato un'altra volta.... e una volta  stato arrestato da Lucertolo.
Specificherete queste dichiarazioni, durante l'inquisizione, allorch sarete chiamato dinanzi al cancelliere.
Nello dondolava la testa, chiudeva gli occhi, il sonno, che gli avevano cos repentinamente turbato, lo riprendeva.
A un cenno dello scrivano fu aperta una porta, e i birri, preceduti da uno de' loro, che portata la lanterna, condussero seco l'arrestato; gli fecero traversare il cortile del Bargello salire la scala, e traversato un lungo corridoio lo chiusero in una delle carceri pi remote e sicure.
Nello, rimasto l al buio, dopo un istante, cadde in terra e si addorment come se fosse disteso sul pi morbido letto.
Dormiva ancora quando pi tardi placidamente entrarono nella prigione l'Ispettore e Lucertolo.
Lucertolo fece un gesto di sorpresa, vedendo il prigioniero disteso a quel modo sulla nuda terra, dove non dava segno di sentir freddo, non ostante la crudelissima notte invernale.
Il birro and a esaminare, facendosi lume con una candela, le piante de' piedi dell'addormentato. Poi usc con l'Ispettore.
Appena ebbe richiuso la porta, il birro pronunzi queste parole:
Si direbbe che  veramente lui! I piedi sono insanguinati!
La polizia era dunque sicura di aver messo la mano sull'assassino.
Tutto cospirava a mettere in suo potere le prove pi indiscutibili, pi irrefragabili.
La parentela dell'arrestato con un uomo, che era allora il terrore della popolazione fiorentina, col sanguinario Picchiero; il pugnale, la catena dell'orologio, lo spillo trovati sotto la materassa, le traccie del sangue nelle vesti e nella persona, le rivelazioni sui due precedenti arresti, di cui i birri avevano per taciuto scaltramente i motivi; tutto induceva a credere ad un'incontrastabile evidenza.
Uno solo fra gli ufficiali e gli esecutori cominciava a dubitare.
Ed era Lucertolo!
Egli, che non aveva scoperto il delitto, voleva ora con le sue indagini mostrare una destrezza, una finezza maravigliosa.
A quale scopo, egli pensava tra s, il Bartelloni avrebbe commesso il delitto? Se la causa del delitto era una donna, chi aveva armato la mano del mentecatto e del vagabondo? O l'assassino era un altro, o ci era un complice necessario.
Ma, ripensando agli oggetti trovati, a tutti i particolari di quella notte, si smarriva in mille penose congetture.
La polizia aveva gi messo i sigilli alla porta della casa di Nello in piazza della Luna, e alla porta della stanza misteriosa nel vicolo della Luna e un agente era rimasto di guardia all'entrata del vicolo.
La mattina appresso i sigilli dovevano esser tolti per l'accesso nei luoghi fatto dall'autorit giudiziaria.



7.

Quando il cancelliere maggiore, la mattina appresso, alle sette, insieme col coadiutore del commissario di Santa Maria Novella, coi cursori, e con varii esecutori, usc dalla porta del palazzo del Bargello, che dava in via de' Librai, trov la strada ingombra da uomini, donne e ragazzi.
All'apparire dei birri e del magistrato tacque ogni rumore, la gente in atto timido e rispettoso ced il passo, gli uomini quasi tutti si levavano il cappello, allorch il cancelliere, traversando la strada, passava loro daccanto.
Inutile il dire che quella folla era in gran parte di mercatini.
Vi si vedeva la Bacchettona, flore di avvenentissima donna, che derivava il soprannome dal vestirsi quasi sempre di nero, con un fisci bianco intorno al collo; donna di molta autorit sulla marmaglia del Mercato e alla quale ricorrevano i buoni e i cattivi per comporre le liti, acquietare i diverbii sorti fra loro. Con le sue belle mani essa vendeva il burro ad un banco sotto la colonna e il suo occhio vellutato, assassino, il petto onusto, le braccia rotonde, le guancie, che schizzavano la salute da tutti i pori, attiravano intorno al suo banco i ronzoni. Era la vera donna popolana in tutta la forza del suo vivace carattere, delle sue robuste seduzioni. La voce era pura, armoniosa, d'una tempra argentina d'oro; la stupenda persona avventava i riguardanti.
E vi si vedeva col suo faccione tranquillo e florido, in mezzo ai popolani, il celebre vinaio Bobi, detto Barba, di via Cardinali; vinaio che aveva una clientela illustre, e nella cui botteguccia ai soli quattro tavolini, che vi si trovavano, si erano seduti i gentiluomini pi eleganti e pi ragguardevoli, che contasse Firenze.
Pochi passi dal Barba gesticolava Gegge, l'immenso, il proverbiale Gegge, il popolano fiorentino per eccellenza, che di solito andava attorno per le strade, vendendo teste di agnello e, alludendo alla smorfia che rimane loro sulle labbra quando sono pelate, cantava in tuono patetico, melanconico, su un'aria della Norma, allora da tutti zufolata:

Cinque cervelli un paolo!
Guarda come le ridono!

Ma uno dei pi chiassosi era il friggitore Baldacci, grosso e grasso, che invece di andare quella mattina ad aprire la sua bottega di faccia al Barba se n'era venuto con la moglie, secca, stenta e allampanata, a far chiacchiericci davanti al Bargello.
Tutti parlavano dei fatti misteriosi avvenuti nella notte.
Come accade in tali circostanze, i particolari del delitto consumato nel vicolo della Luna s'ingrandivano, si abbellivano, se cos pu dirsi, si modificavano; ogni lingua vi aggiungeva la sua peculiare eloquenza, il suo termine pittoresco.
I venditori del Mercato erano stati naturalmente i primi ad essere informati. Alcuni di quelli che avevano i banchi verso la Loggia del Pesce e sotto la Loggia, venuti la mattina a bruzzo, avevano veduto il birro rimasto a guardia del vicolo della Luna ed avevano da lui saputo come erano andate le cose.
II birro aveva mostrato loro da lontano, senza permettere che entrassero nel vicolo, le macchie del sangue, i sigilli posti alle porte.
Subito que' venditori erano corsi a ripetere a quanti incontravano ci che avevano udito e veduto e pi di quello che avevano udito e veduto: e in poco tempo dinanzi al vicolo fu un pigia pigia di curiosi. Nessuno per osava spingersi oltre un passo dal punto in cui, vedute arrivare tante persone, si teneva l'agente, duro, impassibile, severo, con un ceffo, che sconsigliava dagli scherzi.
La polizia era allora temutissima. I casi di resistenza agli esecutori erano rari, direi mostruosi. Alle volte essi commettevano anche arbitrii, senza che nessuno osasse rifiatare. Di notte, suonata la campana del Bargello, cio dopo le 11, non erano pi permessi nelle strade i gruppi di tre o quattro persone; di giorno la presenza di uno o due agenti bastava a sedare qualsiasi rissa, a ridurre i riottosi all'obbedienza della legge.
La calca dunque si faceva sempre pi grande dinanzi al vicolo della Luna, tra via de' Naccaoli e la Loggia del Pesce, ma nessuno si moveva oltre la linea segnata, nessuno alzava la voce.
A poco a poco, alcuni si staccavano da quella calca e andavano qua e l a raccontare le chiacchiere, raccolte, e fatte cos a mezza voce, come se si trattasse di una congiura. Ma altri sopravvenivano, e circa due ore dopo non si poteva pi passare per tutta la lunghezza e larghezza che  dall'imboccatura del vicolo all'Arco del Ghetto, che mette in piazza della Fonte.
Ed  superfluo l'aggiungere che in tale ora tutta Firenze cominciava a risuonare della cupa e spaventosa notizia del delitto.
Ma nel Mercato quella notizia naturalmente si sparse col maggiore strepito.
Ne parlavano tutti: tutti si agitavano: tutti conoscevano Nello: e dopo aver discorso, fatte congetture, sfogata la meraviglia in interiezioni di tutti i generi, i pi senza sapere il perch e che cosa si proponessero di andar a vedere, prendevano la via per recarsi al Palazzo di Giustizia.
Ci era del resto di che dar da fare alle pi fredde fantasie.
Gl'incidenti erano questi.
Un cadavere, cos andava di bocca in bocca, trovato in piazza della Luna davanti alla porta di Nello.
Nello assassino.
L'assassinato un gran signore forestiero, che Lucertolo aveva riconosciuto.
Nello lo aveva ammazzato per rubargli la catena, l'orologio, un gioiello, che poi gli erano stati trovati nascosti sotto il materasso.
Ma che cosa quel gran signore era andato a fare nel vicolo della Luna?
Allora venivano fuori le pi bislacche storielle sulla stanza misteriosa.... su' suoi mobili di lusso, sul velo di donna, che vi era stato trovato.
Alcuni, senza tanti scrupoli, affermavano che il signore forestiero dava appuntamenti in quella stanza a un'attrice in quel tempo famosa, e dicevano il nome, e assicuravano non pochi di avercela veduta entrare.
Altri si slanciavano in pi feroci supposizioni.
Tornavano a galla le leggende di uomini murati vivi, di scheletri, che si sarebbero potuti e dovuti trovare, cercando bene in certi ripostigli del Ghetto, in certi torrioni, in certe catapecchie nelle straduccie del Vecchio Mercato.
Insomma le fantasie si riscaldavano e i motivi, che avevano spinto Nello al delitto, e pe' quali il forestiero si trovava nel vicolo cambiavano quasi secondo ogni interlocutore.
Il capo della cancelleria criminale, uscito dal Bargello, entr in piazza San Firenze, e, con grande stupefazione della folla, invece di recarsi nel Mercato, travers la piazza, e poi imbocc in via dei Leoni.
Dove vanno? dove vanno?...  stato commesso qualche altro delitto?...
La folla si mosse lentamente, e tenne dietro, a molta distanza, al magistrato, il quale pass dinanzi alla Loggia del Grano, poi prese di fianco, arriv sul Lungarno, travers il ponte alle Grazie e, sceso il ponte, si ferm alla porta di una casa in via de' Renai.
Gli spettatori instancabili erano rimasti al principio della strada e guardavano.
Un cursore suon il campanello.
Fu subito aperta una finestra e si affacci una donna.
Costei era la sorella del pompiere Bobi Carminati.



8.

La porta fa subito aperta.
Il magistrato entr, seguito da tutte le persone, che l'accompagnavano; salvo due birri i quali rimasero dinanzi alla casa, come di sentinella.
La casa aveva un'apparenza piuttosto elegante: sebbene i vetri delle finestre del primo piano fossero chiusi, si vedevano dalla strada tende azzurre e scarlatte, di belle stoffe, e festoni di fiori, che pendevano fra esse.
Era la casa di gente che viveva con lusso.
La folla non osava muoversi dalla cantonata di via de' Renai e spingersi innanzi per rispetto all'autorit del magistrato.
Ma che cosa era andato a fare col il magistrato?
Ecco la domanda che tutti si facevano.
Hai visto, diceva una donnaccola ad una comare, che aveva accanto e che abitava nella piazza di San Miniato fra le Torri, hai visto... si  affacciata la Lina Carminati.... Tu la conosci.
Se la conosco?... Si sta di casa a un passo di gallina l'una dall'altra.... Se io conosco la Lina? Eh, caspita! Ma per chi mi prendi? ti dir anzi che l ci deve stare a servizio....
Ecco! rispose la donnaccola, mettendosi un dito alla fronte, ora mi spiego....
Sono tre o quattro mesi, che va a far le faccende in casa di un signore forestiero... un pittore.... Ci passa una parte della giornata... poi torna a casa sua dove quel capaccio di Bobi... il suo fratello, le d da fare... non aver paura!
Non si pu parlar poi tanto male di Bobi, via....  un po' focoso, ma  un bel giovinotto.
Io almeno posso dire di non esser venuta qui a perder il tempo.... Era tanto che domandavo alla Lina con chi stava precisamente, in che casa, quanti erano in famiglia: mi rispondeva sempre: di l d'Arno con un signore.... e poi altro.... non mi  riuscito cavarle mai una parola di bocca. E la Lina  una ragazza tutta fiori e baccelli, un pezzo di.... grazia di Dio.... e a sentire che stava con un signore, alle volte mi era frullata una certa idea.... Che ne di' tu, Nena?...
Ah, si! a costo di rimanere qui sino all'Avemmaria mi vo' scapriccire.... vo' sapere che cosa  andato a fare in quella casa il tribunale, chi ci sta....
S, s, bisogna sapere tutto, tutto....
E le due donnette pigliavano tutte le disposizioni per prepararsi a passar l magari la giornata.
Intorno ad esse si alternavano i dialoghi, pieni di supposizioni strane, vivaci; si narravano, in modo sempre pi curioso e pi feroce i casi della notte antecedente; si cercava di spiegare ad ogni costo la presenza del cancelliere maggiore in quella casa.
Ma la vera spiegazione sfuggiva a tutti.
Ebbene, al primo piano della casa in via de' Renai abitava, ed era stato trasportato l'uomo assassinato la notte nel vicolo della Luna.
Nel tempo in cui la folla si occupava tanto di lui, in una camera, la cui finestra si trovava appunto al di sopra della porta davanti alla quale stavano i birri, il ferito giaceva disteso nel suo letto, immobile, irrigidito sempre in un'apparente insensibilit, gli occhi aperti, ma che pareano senza vita, con la testa fasciata.
A un lato del letto stavano due medici, dall'altro il cancelliere maggiore.
Dunque, diceva il cancelliere rivolto ai medici, credono sulla loro coscienza che l'interrogatorio sia impossibile?
Impossibile! a dirittura impossibile! soggiunse il medico pi attempato. Bel vecchio, di simpatica fisonomia, di quei medici che consolano l'anima del malato che li guarda, e che riceve da loro un gran benefizio morale prima eziandio di cominciare la cura.
Per la giustizia, riprendeva il magistrato, non pu mai peccare di debolezza. Io intendo ricominciare i tentativi....
Ma la giustizia, rispose il medico in tuono severo, non pu essere inumana. I primi ad aver diritto su quest'uomo, che soffre, ora siamo noi. Le ripeto: una lesione nella terza circonvoluzione cerebrale ha messo in serio pericolo la vita dell'individuo,... In seguito a questa lesione, egli ha perduta l'intelligenza, e chi sa per quanto tempo rimarr in tale stato.... Dagli esperimenti, che abbiamo fatto col mio collega nelle prime ore del mattino risulta che il ferito ha perduto eziandio la facolt del parlare, sebbene riconosca le persone e le cose....  un fenomeno, che non  nuovo per la scienza, che rivela le pi intime e delicate complicazioni nell'organismo umano....
Ma io voglio, interruppe il cancelliere, ricorrere ad un espediente. Far condur qui da due uomini della milizia civile l'assassino. Messo a confronto col ferito pu darsi che egli si turbi, e offra nuove prove all'accusa, che pure ne ha ad esuberanza, e che il ferito, avendo, come essi dicono, serbata intatta la facolt della conoscenza.... lo riconosca.
Lei non lo far! insist il vecchio dottore, divenuto rosso nel volto, e cercando di non alzare la voce, che gli prorompeva irritata dal petto. Lei non lo far perch noi difenderemo con ogni mezzo la vita di questo infelice, che voialtri, continu ammiccando al magistrato e a' suoi agenti, volete ammazzare!
Un dialogo meno concitato seguiva tra i due birri di guardia alla porta.
Ehi, Mengo! diceva l'uno.
Ehi, Mordente! replicava l'altro. 
Non vorrei essere nei bigonci, nei calzoni di quel pivello, che  ora in bujosa (in prigione).
E neppure meodine! (neppure io).
Oggi smorfir un brutto ruffo e il chiaro non gli verr di certo dalla miglior tasca.
E com'era cupo stanotte il maggioringo (l'ispettore).
Figurati, quando Fioccone (il Granduca) o il Paus (il Presidente del Buon Governo) sapranno tutto l'affare di stanotte!
E quella pivella, che ha preso il porco (che  scappata) da piazza degli Amieri?
Figurati che il suo carnente e la sua carnenta (padre e madre); dopo aver battuto tutte le righe (le strade) sono rimasti come stecchiti all'arione (quel luogo di guardai e birri).
Quando finiranno su di scarpionare? (di scrivere?).
Ma i birri furono distratti da una immensa eccitazione che si manifestava nella folla, sempre ferma in cima a via dei Renai.
Erano arrivati nuovi curiosi ed erano arrivati con una notizia, che sino allora non si era diffusa; la sparizione della ragazza, che abitava in piazza degli Amieri....
Un signore forestiero, un pittore, un artista celebre (ormai si sapeva il nome) assassinato: Nello in prigione: una ragazza sparita; e tutto in quella notte.
Si assicura che molti fiorentini, durante la giornata, si portarono la mano alla testa per accertarsi se l'avevano al suo posto.



9.

Ed ora cantiamo l'amore!
L'amore, anima del mondo, come disse Francesco Petrarca, l'amore, palpito dell'universo intero, come ha cantato Giuseppe Verdi in un motivo dei pi appassionati.
Cantiamo l'amore a cui obbediscono tutte le cose create, sorriso e tormento della vita: croce e delizia al cuor!... come hanno sospirato tanti tenori di grazia.
Cantiamo l'amore, nel cui mistero si perpetua la infelice razza degli uomini, l'amore che brilla nelle quiete pupille verginali e nel tremulo raggio delle stelle lontane, l'amore a cui i fiori mandan profumi e il cielo e la terra eterne armonie.
Cantiamo l'amore che nasce tra le rose, e fra le lacrime: l'amore in cui soltanto si trova l'oblio della vita: la passione sublime, la sola degna dell'uomo.
Amate!  questa una voce, che par prorompa dal seno stesso della natura, e ripetano in un coro melodioso le sirene allettatrici dell'esistenza.
Ma non domandate consigli sulla felicit di amare a coloro che sono usciti dalle battaglie e dalle tempeste della passione, a coloro che tuttora sanguinano di ferite mortali, che hanno nell'animo lo spavento dei corsi pericoli. E per piet non andate a domandare che cosa siano dolcezze di amore alle tombe nelle quali scesero, mietute nel fiore degli anni, nel rigoglio delle speranze, le vittime pi care; non andate a interrogare circa i gaudii dell'amore i molti, che esso ha con le sue ingiustizie barbaramente ucciso.
Il mio romanzo, come gi altri miei romanzi,  tutto dedicato all'Amore.... al fragile e venusto Dio.... da uno de' suoi devoti, che pi l'adorano e pi lo temono!
Il delitto commesso la sera del 14 gennaio 1831 in un luogo de' pi orridi e sozzi di Firenze aveva dunque per motivo pi o meno diretto, l'amore.
Una giovane era entrata nella stanza numero 5 nel Vicolo della Luna, e ne era uscita non sappiamo come, di certo camminando sul sangue e vicino al corpo quasi esanime del suo amante. L'amante staccatosi un istante dalle carezze e da' baci di lei, stramazzava a terra sotto il pugnale di un assassino.
Qual era il mistero del delitto, che tenne per tanto tempo sospesi gli animi di una intera popolazione, fece trepidare centinaia di padri e di madri, sparse il terrore in una intera citt, fu argomento per lunghi mesi delle pi lugubri e fantastiche conversazioni?
Negli Ufficii della Rota criminale i cancellieri lavorano a scuoprire il vero, a raccogliere le prove pi palpabili contro il supposto autore del delitto: la polizia  sempre in moto e con le sue accorte e sottili indagini cerca i motivi a delinquere, che debbono e possono avere armata la mano dell'assassino, vuol trovare i complici, cerca a ragione del sangue versato.
Noi ripiglieremo pi tardi l'esame delle sue indagini.
Due birri, Lucertolo e Zampa di Ferro, messisi d'accordo, comunicatisi i loro dubbi, imprendono segretamente una serie di ricerche per conto loro. Dei resultati, che si sono chiariti in quella notte non sono contenti, la loro coscienza di fini poliziotti non  in pace. Nelle loro ricerche terranno una via opposta a quella tenuta officialmente dagli altri agenti della polizia, dall'autorit giudiziaria.
Chi la Rota criminale condanner come reo dell'assassinio consumato la notte del 14 gennaio nell'oscuro vicolo della Luna?
Per ora l'esito del giudizio  incerto.
Un gran numero di mercatini sono stati chiamati alla Cancelleria criminale, e interrogati, i testimoni vanno e vengono e ciascuno reca nuove prove e nuovi dubbi all'accusa.
Il Direttore degli Atti, giudice severo, di una rigorosa imparzialit, sebbene il processo non gli sia stato ancora regolarmente comunicato, ha palesato ad un suo collega in un colloquio confidenziale che l'andamento dell'inquisizione, o procedimento istruttorio, per quanto ne abbia udito sino allora, non lo soddisfa.
Nello, pi volte visitato dal cancelliere maggiore, dagli agenti, nella prigione, non ha mai dato alcuna risposta concludente e assennata. Un agente  stato messo nella prigione come condetenuto per strappar di bocca al compagno qualche confessione, ma non  riuscito. La giustizia resta perplessa dinanzi alla franchezza con cui l'arrestato dichiara di aver rubato la catena dell'orologio, l'orologio, lo spillo, il pugnale, di aver trascinato dal Vicolo a Piazza della Luna il ferito, negando per risolutamente di averlo egli ferito, o tentato di uccidere.
Un caso da strappare le lacrime era avvenuto nel guardilo dei birri in Piazza Santa Maria Novella.
I due vecchi che vi si erano recati, immersi nella desolazione, a notte inoltrata per chiedere aiuto a ritrovare la loro figliuola, i due vecchi, come si ricorder il lettore, udendo una conversazione nella stanza accanto a quella d'ingresso del guardilo, conversazione in cui sentirono parlare di un grido di donna.... poi di un cadavere, erano cascati tramortiti sul pavimento.
Invano i birri, sollevatili da terra, si adoperarono a soccorrerli. N il cieco, n l'Agatina proferivano parola. Avevano gli occhi stralunati, il cieco mostrando le sue pupille vuote, le guancie accese, le labbra pendenti. E rimanevano tutti intirizziti.
Conduciamoli all'ospedale qui vicino di San Giovanni di Dio! disse il Mangia, che era il capo agente del quartiere.
Allora i birri detter mano a far muovere i due vecchi, ma essi non potevano pi camminare. Sembravano colti da una paralisi fulminante. Il cieco gettava sempre bava dalla bocca: l'Agatina aveva una piccola macchia di sangue sulla congiuntura delle labbra, a sinistra.
Bisogner trasportarli! soggiunse il Mangia, dopo inutili tentativi.
E furono infatti presi a braccia e trasportati all'ospedale.
Il medico di turno, che ricevette quei disgraziati, era un fraticello, molto innanzi negli anni, magro, asciutto, pallido, ricurvo, un uomo che pareva pi malato dei malati che lo circondavano e in mezzo a' quali passava i giorni e le notti. Il suo volto si era atteggiato a una espressione di profonda dolcezza.
Si fece raccontare l'accaduto, esamin i vecchi, poi scosse il capo in atto d'immensa piet.
Senza un miracolo di Dio, disse alzando al cielo gli occhi pieni di mestizia, questi due infelici non guariranno mai! La paralisi  parziale, forse momentanea, ma osservandoli bene, io che ho gi veduto centinaia di malati, e che per alcuni anni ho curato unicamente dei pazzi, vedo in essi i segni sicuri della perdita della ragione. E alla loro et....
I vecchi erano stati adagiati sopra un gran sof nella stanza di osservazione l'uno accanto all'altro. Si tenevano sempre per una mano, che non potevano per stringere n piegare, e senza proferire parola, n poter fare altro movimento.
Credo fare un'opera di umanit e di carit cristiana, disse il fraticello, rivolto all'agente, arbitrandomi di dar loro ricovero qui.... almeno fino a domani. Cerchiamo di coricarli.
Ma mentre gli agenti stavano per separare i vecchi, e avevano gi preso la donna sulle braccia e si avvicinavano alla porta, il cieco a un tratto dette in una specie di mugghio, gli usc dalla gola un rantolo, un suono inarticolato. A quel suono, il corpo inanimato della vecchierella si scosse: essa dette un balzo, sgattaiol di mano ai birri e corse difilata a gettarsi al collo del cieco, urlando:
Enrico! Enrico!
E i due vecchi, abbracciandosi, dettero di nuovo in un pianto dirotto.
Il fraticello, che li guardava, sent spezzarsi il cuore, e pianse come piangono i cristiani dinanzi alle pi tremende sventure, che essi considerano come un'espiazione voluta dalla divinit.
Poi i vecchi cominciarono fra loro a parlare, o meglio a gridare, a strillare, a ripetere le frasi pi sconnesse.
Il giorno appresso fu necessario trasportarli all'Ospedale dei pazzi. Il cieco dava in tali escandescenze, che fu necessario mettergli subito la camicia di forza; per non lo potettero separare dalla moglie, poich, allontanatolo da lei un tratto, si rifiut a prendere qualunque cibo e pass tutte quelle ore in un pianto cos angoscioso, che vi era da temere che i violenti singhiozzi, la smaniosa ambascia lo soffocassero.
Col tempo il cieco si calm e i due vecchi dementi, ridivenuti tranquilli e inoffensivi, furono lasciati liberi a girare per lo stabilimento.
Da mattina a sera rifrustavano tutti i cantucci, tastavano dietro le porte, alzavano le coperte dei letti per frugarvi sotto, come se cercassero di continuo un oggetto prezioso.
Talvolta, al sopravvenire della sera, sembravano sopraffatti da immensa tristezza, si abbracciavano e tornavano a piangere.
Ma che cosa era avvenuto della loro figliuola Antonietta? Chi era il suo amante e in che condizione egli si trovava ora nella sua camera, tenuta quasi al buio, circondato dai medici, visitato spesso dal magistrato inquirente! Come si erano conosciuti e perch si erano amati?
Appunto per fare tali rivelazioni scrivo questo capitolo.
Roberto Gandi (si chiamava veramente Gandyk, ma gli era piaciuto dar suono italiano al nome svedese) era venuto in Firenze sui primi del 1828.
Aveva allora ventisette anni; bello, elegantissimo, seducente; ingegno raro, amore dello studio, che era vero entusiasmo. Pittore molto stimato, il pi gran pittore, sebbene in et giovanissima, del suo paese; cos scarso di artisti originali.
In Italia lo aveva tratto vaghezza di ammirare i capilavori, di affinare il gusto, di dar nuovo alimento alla sua inspirazione. E poi questo nome d'Italia gli aveva sempre fatto battere il cuore sin dai primi anni.
Lasci la gloria facile, che aveva nella patria, e scelse a sua dimora Firenze, dove tutto parla all'animo degli artisti, dove le arti si rivelano nella loro pi squisita espressione: venne da s ad accettare una battaglia con emuli molto riguardevoli e di gran valore. Ma presto i pi difficili furono da lui conquistati. I primi suoi lavori furono celebrati da un coro di lodi. Egli era un maestro, maestro nel colorire e nel disegnare, aveva il tocco leggero, delicato, la linea soave, una fantasia ricca e piena di magnificenze. Possedeva una facolt preziosa, che fu sempre rara, in quei tempi rarissima, la facolt di sentire profondamente e di sapere in bel modo ritrarre il vero.
La sua arte era grande, spontanea, perch nasceva dalle sue osservazioni, dalle sue passioni.
Prima che si desse al dipingere, lo avevano attirato, ammaliato gli studi delle lettere. Era uscito dal collegio con tutti i trionfi: primo premio nella lingua latina, menzione onorevolissima nella lingua greca. Aveva sentito una vera inclinazione per la musica e cantava, sebbene la sua voce non fosse delle pi melodiose, cantava sempre come fanno coloro, che pur avendo un organo imperfetto, nascono col sentimento musicale.
E cantava le arie popolari del suo paese, cos divinamente malinconiche e che inebbriano l'anima con la loro tristezza ineffabile. E col canto si accompagnava quando dipingeva, infervorandosi in esso come se fosse avido di provare ad un tempo le commozioni, che danno tutte le arti.
Al suo arrivo in Firenze and attorno una voce curiosa....
Giunto da pochi giorni, protetto dal ministro inglese, dalla moglie del ministro, gentile patrocinatrice di artisti, fu subito conosciuto, apprezzato, invitato, ricercato ne' ritrovi pi eletti.
Ventisett'anni, ingegno, fama, bont di cuore, nobilt di carattere, che si rivelavano negli sguardi, negl'intimi colloqui, ne' modi, un volto irradiato dalla intelligenza e dal quale traspariva la generosa sincerit dell'indole, con un sorriso fresco, espansivo, comunicativo, che scuopriva i denti nitidissimi: nella persona attraente, e nelle maniere insinuantissimo, egli aveva a esuberanza le qualit che il mondo chiede alla giovinezza per aprirle le porte e ammetterla a percorrere una via che  tutta cosparsa di fiori.
Per egli si era repentinamente tolto a tutte le tentazioni, e a tutte le seduzioni. I bigliettini profumati, misteriosamente posati sugli stipiti, sui mobili del suo studio sfarzoso, di un lusso asiatico, insolito in quegli anni, e nel quale egli tanto si compiaceva, rimasero spesso senza risposta, o ebbero fredde e strane risposte.
Alcune delle pi rigogliose e affascinanti bellezze, che allora tenevano schiavi all'autorit sovrana del loro capriccio i cavalieri pi prestanti, i pi destri nelle teorie della passione, sembr che lo avessero indifferente. Ed  a notare che per vezzo dei tempi un giovane forestiero, e un giovane come Roberto, diventava presto e facilmente obbietto di preferenze invidiate.
Ma egli non se ne curava.
L'amore ha i suoi grandi uomini, come li hanno tutte le arti, tutte le discipline, come li hanno la politica e la strategia; solamente i grandi uomini dell'amore compiono nel silenzio e nel mistero le loro sublimi imprese. Nell'ombra, nella solitudine essi meditano quei capolavori di devozione, di sagrifizio, di fedelt, di affezione, che devono avvincere i cuori, a cui prestano volontari la loro soggezione, la loro adorazione e la loro obbedienza; e non per la folla essi pensano, soffrono, vanno incontro al martirio e talvolta anche alla morte.
Roberto, comecch giovanissimo, era di quegli uomini la cui vita  trasformata, combattuta, turbata dall'amore. Gi conosceva il pregio di un'alta affezione corrisposta, meritata con l'abnegazione di tutto s stesso, di ogni volont, di ogni altra velleit. Aveva detto un giorno ad una donna d'ineffabile bellezza, la quale lo torturava, e lo rimproverava che, mentre si lamentava tanto di lei, pur le fosse sempre fedele: preferisco soffrire mille tormenti per questa mia passione, che esser felice in altre! E lo diceva con profonda convinzione. Ecco perch disdegnava tutti gli amori volgari, fuggevoli, tutte le ignobili leggerezze dei cuori deboli e tapini.
Scomparve dunque a un tratto dai ritrovi fastosi, rumorosi, dalle feste, dai luoghi ne' quali fa pi chiasso la gente che ha il cuore e la testa oziosi. Dove passava il suo tempo? Cos nacque la prima voce.
Si ripeteva che egli era pazzamente innamorato della stupenda Meric Lasalte, sua compatriotta, che in quell'inverno del 1828 cantava alla Pergola, e la cui voce deliziosa, la cui perfezione di forme avevano ammiratori appassionati.
E infatti gli amici di Roberto in apparenza potevano credere non esser lontani dal vero.
Ogni sera egli andava al teatro, quando cantava la prodigiosa, la vezzosa, l'incomparabile Meric. Si beava nel guardarla, nel gran fragore degli applausi Che in alcuni momenti accoglievano quasi ogni sua nota, nella pioggia odorante di fiori, che cadeva a' suoi piedi di Fata!
Poi, finito lo spettacolo, usciva uno de' primi, e se ne andava unico, solo, privilegiato ad aspettare la donna, della quale in quell'ora deliravano, parlavano e sognavano centinaia di persone entusiasmate, ad aspettarla nella vastissima sala di un albergo signorile, di uno di quegli alberghi, che avevano gi cominciato a occupare in Firenze gli storici palazzi, in altri tempi abitati da famiglie illustri di patrizii doviziosi.
Il caminetto era acceso nell'ampia sala, le fiamme crepitavano, i loro riflessi scintillavano negli intagli dei mobili dorati, negli specchi, si allungavano oscillanti sino all'alto soffitto dipinto a grandi affreschi.
A pochi passi dal caminetto era una tavola tonda apparecchiata.
Roberto di solito si metteva in piedi dinanzi al fuoco fra la tavola e il caminetto ed aspettava.
Poi udiva il rumore di una carrozza, quindi la grande porta dell'albergo che si richiudeva, poi il suono di un passo conosciuto, l'uscio si spalancava e entrava la Diva.
Si gettava sulla prima poltrona, o sul sof, che era a poca distanza dalla porta, ravvolta nella sua pelliccia, nella sua veste da camera; tutta trepidante del suo successo, palpitante delle commozioni provate durante la rappresentazione.
Roberto se le accostava: lei gli stringeva la testa fra le sue mani febbricitanti; e gli ripeteva sempre: Come sono stanca! Ma sono contenta. Non ti pare che abbia cantato bene stasera? Meglio dell'ultima sera?
E allora cominciava fra i due amici una conversazione di critica musicale. Tutti i pezzi dell'Opera, tutti gli applausi erano giudicati, commentati.
Ma la divina Meric part. Le chiacchiere degli stolti cessarono.
Sarebbe stato facile del resto metter fine alle supposizioni maligne sin dal momento in cui cominciarono a propalarsi.
Meric Lasalte era la sorella di latte di Roberto Gandi: erano cresciuti insieme nella stessa amena campagna: poi, molti anni pi tardi, la madre di Roberto, rimasta vedova, aveva sposato il padre di Meric, vedovo anch'esso.
Dare tali spiegazioni sarebbe stato agevole, ma Meric e Roberto erano di una tale tempra, avevano tali idee, che riusciva loro indifferente in modo supremo, quello che di essi altri pensava o diceva.
Partita la sua amica, l'artista torn alla solitudine del suo studio. L non giungevano rumori, non vedeva alcuno, non riceveva visite, viveva tutto immerso nelle contemplazioni della bellezza ideale. L'arte era la sua consolazione; in essa sfogava le sue tristezze, si distraeva dalle malinconie, che lo assalivano di sovente.
L'arte ha sempre fatto questi miracoli:  stata spesso rifugio a' cuori migliori, feriti dai colpi crudeli dell'esistenza.
Nel suo studio addobbato con sfarzo sovrano erano accumulati veri tesori. Figuratevi una immensa stanza, di una grande altezza: con ampie vetrate esposte a mezzogiorno, dalle quali la luce entrava a torrenti. Le pareti erano tutte coperte di arazzi antichi ancor freschi e a disegni e colori mirabili, il pavimento era coperto da tappeti di Persia a fondo rosso e fiorami verdastri.
Qua e l fra un arazzo e l'altro, alle pareti, sopra pezzi di stoffe preziose erano tenuti sospesi dall'alto, con forti funicelle, scudi antichi, armi istoriate di bellissimo lavoro. In un canto della stanza sorgeva un caminetto di pietra, con ornati e bassirilievi e due figure modellate con molta arte, che servivano da cariatidi, e che riproducevano esattamente in pi grandi proporzioni i due diavoletti di ferro, che dettero il nome di Canto de' Diavoli alla imboccatura di una strada del Vecchio Mercato.
Sopra i mobili d'ebano e avorio, nelle vetrine, attiravano l'occhio, risvegliavano la curiosit, facevano di s vaghissima mostra le fini porcellane della China, del Giappone, i cristalli, i bronzi, i gioielli lavorati da artisti del Rinascimento: ci era un Museo raccolto da un uomo di gusto elettissimo e di somma intelligenza.
Sopra due sof, su' quali erano stati gettati piccoli tappeti d'Oriente, si vedevano disegni, incisioni, costumi di modelli, strumenti musicali, fogli, tutto in una curiosa confusione. Poi dappertutto quadri, quadri di Roberto, incominciati, condotti a met, finiti, bozzetti, e in una nicchia aperta nel muro una statuetta graziosissima, da lui comprata, per aiutarlo, da un artista giovanissimo, che porgeva di s le pi sicure speranze ed era in lotta penosa, continua con la sfortuna e la miseria.
La statua rappresentava Euterpe.
Chi avesse rovistato nei cassetti di certi mobili, che ornavano lo studio, vi avrebbe trovato ricordi di una giovinezza ardente, seria, appassionata. Paginette ingiallite, scritte con la febbre, che danno i forti moti dell'animo, piccoli oggetti accuratamente e caramente conservati, diplomi di onorificenze, di benemerenze, ricordi di ci che egli aveva fatto di bello e di buono; di una vita operosa, di un cuore generoso.
Roberto, sebbene riverente, tutto fervide ammirazioni per gli artisti immortali, de' quali era venuto in Italia a studiare i capilavori, aveva voluto avere uno stile suo proprio, mettere nelle sue opere l'impronta del proprio ingegno. E vi era riuscito. L'arte vuole la solitudine, il raccoglimento, il concentramento dell'intelletto, e nella solitudine la Musa gli si era non solo rivelata, ma data in merc confidandogli il segreto ineffabile, mediante il quale gli artisti riescono a dare perspicuo pregio alle opere loro.
Giovane, egli si vedeva aver gi formato una scuola, e una scuola, a cui non solo sembravano lieti di unirsi altri giovani, ma artisti vecchi, provetti, dismesse le invidie, cos difficili a sedarsi, e le suscettibilit, cos vive negli artisti e cos irose e irreflessive, che bastano talvolta a divorarne la gloria, l'ingegno, a pervertirli, a gettarli in una falsa strada, che li rendono cos ciechi al merito altrui.
Verso la fine del 1829 Roberto si era invaghito di un soggetto de' pi poetici.
L'Otello del Rossini lo aveva eccitato, meravigliato. Nella romanza del Salice, il Rossini col suo genio ci ha fatto sentire i gridi strazianti del cuore umano, che non potendo contenere la foga, la violenza della passione si spezza.  una vera pioggia di lacrime! Roberto pi volte, udendo quel canto cos patetico, interpretato da Meric Lasalte, sotto quell'onda di celesti melodie aveva chinato il capo per prorompere in singhiozzi.
Ripeteva spesso tra s quelle melodie, che lo esaltavano e lo rapivano. Del resto, quel canto vibrante sulle labbra di una donna far piangere sino a che nel mondo vi sieno anime delicate.
Il soggetto, che tormentava Roberto, e che egli voleva ritrarre in un quadro era dunque la sublime scena dello Shakespeare, che il Rossini ha tradotto nel linguaggio inspirato della melodia.
Per il soggetto lo disperava.
Letterato, musicista, pittore, egli ne sentiva la perfezione in tutte queste tre espressioni dell'arte.
Ma quando un soggetto entra nella mente di un artista, la attrae, la domina, vi rimane fisso, vi prende forma; e l'artista vede per tutto il suo quadro, ha bisogno di parlarne di continuo nelle sue confidenze, nelle sue espansioni. Parlandone, gli sembra che egli gi ne fornisce una parte; forse non la peggiore, poich  quella che vede il suo pensiero, che sente il suo animo.
Roberto aveva parlato pi volte del quadro con Antonio Brinda, musicista insigne, uomo di bellissima intelligenza, adoratore del Rossini, che egli credeva fosse tutta, o quasi tutta la musica. Correva voce che quell'uomo dottissimo ripetesse la mattina e la sera in guisa di preghiera alcune delle arie pi inspirate del compositore suo prediletto.
 certo che nella stanza in cui dava le sue lezioni, dinanzi a un ritratto del Rossini, guardandolo con occhi imbambolati, non di rado con lacrime di commozione, egli ripeteva di sovente nel calore della sua sincera ammirazione: Quello  il genio,  il Dio della musica!
Il soggetto che Roberto voleva raffigurare nel suo quadro gli piaceva, e gli aveva dato eccellenti consigli.
Un giorno Roberto era andato a trovare il maestro a casa sua.
Il maestro dava una lezione.
L'annunzier, disse una vecchia, antica comprimaria, che aveva cantato per varii anni su tutti i teatri d'Italia, senza fortuna, e che ora vegliava con ogni cura su colui, che ella chiamava il suo professore.
Roberto, mentre aspettava dinanzi alla porta della stanza in cui si trovava il maestro, ud una voce di donna, che cantava:

Assisa a pi d'un salice

Era una di quelle voci, che le donne hanno soltanto nella primissima giovinezza, limpide e sfolgoranti come  limpida e sfolgorante quell'aurora della vita.
Pochi istanti dopo, Roberto entr.
Il Brinda, seduto su una poltrona, teneva in mano un pezzo di musica.
Una giovine leggiadrissima era ritta in mezzo alla stanza, e aveva anch'essa un pezzo di musica in mano.
Il Brinda fece segno a Roberto di sedersi, e senza dirigergli parola, disse rivolto alla giovane:
Continuiamo la lezione, Antonietta!
Antonietta era la figliuola di Agatina e di Enrico, la ragazza che abitava in Piazza degli Amieri.
Appena il signor Brinda ebbe detto di continuare la lezione, il giovane, che sedeva al cembalo, ricominci a suonare.
Ma la ragazza rimaneva sempre in mezzo alla stanza cogli occhi fissi sulla musica, e sembrava non volesse pi muovere le sue labbra rosee.
Roberto si era seduto accanto al Brinda e guardava ammirato, stupito quel miracolo di grazia e di bellezza, che gli appariva come l'incarnazione de' suoi pi cari sogni.
Il giovane, non udendo pi cantare, cess di suonare il cembalo.
Antonietta! esclam allora il Brinda fra benevolo e severo. Vuoi cantare in pubblico, dinanzi a migliaia di persone e la presenza di un mio amico basta a confonderti, a farti paura? Andiamo!... andiamo!... sai che non perdono facilmente certe ragazzate. E devi cantar bene perch ora tu non canti pi davanti a un maestro, ma a due maestri. Ti presento il pittore Roberto Gandi, che  intendentissimo dell'arte nostra.
Al sentire quel nome celebre, e che aveva udito pi volte ricordare, la ragazza arross e alz timidamente i suoi belli occhietti azzurri sul pittore.
Gli sguardi de' due giovani s'incontrarono e Roberto prov un insolito turbamento. Fu costretto ad alzarsi, a fare alcuni passi nella stanza, per sfuggire al fisso dardeggiare di quelle due pupille; gli sembrava di soffocare, di essere come avvinto, rattristato ad un tratto dal presentimento di qualche grande, imminente sventura, che stava per accadergli, che avrebbe distrutto la calma, la felicit della sua esistenza, oscurato, empito di lacrime e di dolore il suo avvenire.
Antonietta aveva uno di quegli sguardi, che gettano il disordine nei cuori, sguardi ne' quali la vittima anelante non sa se debba leggere una promessa, o una condanna, sguardi che hanno contemperata insieme un'espressione di bont, di crudelt, d'innocenza e di malizia, sguardi pieni di freddezza e di insolenza, di carezze e di minacce, che chiedono a tutti un omaggio, all'uomo pi raffinato, pi intelligente, e all'uomo pi volgare, al primo che passa per la via; sguardi insomma di donna, che le vili e bugiarde adulazioni alla sua bellezza di gente sensuale hanno trasformato in un despota, che ne' suoi peggiori momenti  pronta a sacrificare anche chi l'ama alla sconfinata sua vanit.
Roberto, con la divinazione che  propria delle grandi passioni, sent in un attimo i terrori e le volutt, che doveva avere l'amore per una tale creatura. Comprese che quella mano gracile doveva sapere cos ben flagellare e torturare!
Ma la lezione ricominciava: la scolara gorgheggiava, empiva la stanza de' suoi trilli, delle sue cadenze, della sua voce calda, colorita, argentina.
Il Brinda di tanto in tanto scuoteva il capo in segno di disapprovazione.
Quando la ragazza si avventurava in certe agilit, il maestro si agitava in guisa che la nappa d'oro della sua papalina balzava da una tempia all'altra con un movimento furibondo e pareva si volesse staccare a ogni istante e cader sul tappeto.
Roberto si era appoggiato nel vano di una finestra, e la ragazza cantava ormai, senza alcun imbarazzo, facendo di tratto in tratto alcuni brevi passi per la stanza, e aggiustandosi, ricomponendosi di quando in quando sulle spalle un mantelletto rosso, che i gesti un po' violenti, che faceva col braccio, le tiravano gi, or da un lato or dall'altro.
Quando ebbe finito di cantare, il maestro scagli la papalina con un atto di rabbia in un canto della stanza, al di l del cembalo, e battendo una mano su uno de' bracciuoli della poltrona, col volto tutto infuocato, accirito grid:
Tu canti bene, bene.... perch hai una bella, una bellissima voce.... ma sei.... una bestia!
La ragazza non aveva sembiante di commuoversi molto, accostumata forse a quei rabbuffi.
Le si leggeva nel volto la persuasione che essa sapeva la musica, e sapeva come cantarla, meglio del maestro, meglio del Rossini e che gli angioli non scendevano dal cielo ad ascoltarla per invidiosa rivalit, per gelosia.
Aveva cantato tutto quel pezzo, quasi ascoltandosi con ammirazione, e provando in s la pi sincera meraviglia per la perfezione del suo metodo, per la incomparabile forza ed estensione della sua voce.
E muovendo per la stanza, mentre degnava di lasciar cadere dalle sue labbrette auguste quei gruppetti di note, si guardava con la coda dell'occhio in un grande specchio, che era vicino alla porta dalla quale era entrato Roberto, e le pareva strano che il maestro, Roberto, il giovane accompagnatore, il cembalo, non fossero gi a' suoi piedi e adorassero la sua bellezza, la sola bellezza vera. Tunica bellezza, che esistesse nel mondo!
Sei una bestia, s.... te lo ripeto! continuava il Brinda, e te lo ripeter sempre fino a che tu non sii guarita dal maledetto vizio di voler strafare, cercare effettacci, abusare delle agilit, delle sonatine di gola.... Vuoi far la prima donna sul serio, o la ballerina di cartello! Caspita! venirmi a sciupare la musica, e che musica.... la pi bella musica che sia stata scritta.... la musica del secondo atto dell'Otello....
Ma, maestro.... tent osservare la giovinetta.
Non ci  maestro che tenga! Qui io sono padrone, voglio parlare io, io solo, e tu mi devi ascoltare.... e ascoltarmi con grande rispetto! Ho dato consigli ad altre artiste che te! Quante volte ti ho detto che la romanza Assisa a pi d'un salice Desdemona non la canta cos per cantare, per fare sfoggio di chicchiricch, di balorde fioriture, ma la canta per sottrarsi ai pensieri funesti, alle spaventose idee che l'assalgono? E per ci vuole somma naturalezza, l'artista deve cantare, come uno che parli quasi astratto, e sopra pensiero. Un'affettazione, un manierismo, e quel pezzo  sciupato!
Antonietta, avvezzata alle continue carezze del babbo e della mamma, alle lodi di tutti i conoscenti, alle dichiarazioni incessanti di coloro che le ripetevano che essa era un prodigio di bellezza, un prodigio d'ingegno e di voce, sebbene dal maestro tollerasse in generale i pi severi rimproveri, si mise il fazzoletto agli occhi e cominci a singhiozzare.
Roberto sent a dilaniarsi da que' singhiozzi. Gi egli avrebbe dato la vita per risparmiare una lacrima a quella ragazza, che conosceva solo da pochi istanti: era convinto che la voce di lei fosse la pi bella, la pi insinuante voce da lui udita, gli pareva persino pi bella, pi pastosa di quella della divina Meric. Si era deliziato, imparadisato nell'udire quegli accenti. Per lui la Desdemona, che vedeva in mezzo alla stanza, co' suoi capelli biondi, co' suoi occhi azzurri, col suo profilo greco, con la stupenda armonia delle sue forme, era la Desdemona pi abbagliante, pi seducente, pi vezzosa di quella che lo Shakespeare e il Rossini hanno voluto raffigurare con parole e note egualmente sublimi.
Si accost al Brinda in atto supplichevole, mosso da un sentimento di molta tenerezza per la ragazza.
Non v'impacciate di cose che non vi spettano! grid l'intrattabile fanatico rossiniano.
E tu, benedetta figliuola, aggiunse questa volta con maggiore benevolenza, rifletti che quello che ti dico, te lo dico per tuo bene e tu sai se io ti porto sincera affezione.
La prego, non pianga, sussurr Roberto quasi all'orecchio della ragazza, con una voce che tremava di commozione.
Era la stessa voce, tenera, appassionata, che doveva pronunziare in un'effusione di gioia il nome di Antonietta la sera del 14 gennaio 1831, mentre la porta della stanza N. 5 nel Vicolo della Luna si apriva ad una giovane, col volto coperto da un velo; era la voce dell'uomo che quella sera stessa, uscendo dal misterioso colloquio, doveva cadere sotto il pugnale di un assassino.



10.

Siedi! disse il Brinda alla ragazza, e lasciati dire un po' di verit.
La ragazza sedette, sedette anche Roberto, e il giovane, che accompagnava al cembalo, si volt verso il maestro.
Dunque mi permetti d'osare di farti qualche osservazione? riprese il Brinda, cambiando tuono.
Maestro.... rispose la giovinetta, fatta avveduta che aveva riacquistato tutto il suo dominio sul vecchio professore, che le voleva tanto bene a malgrado di un'apparente durezza.
E voi pure, Roberto, ascoltate, soggiunse il Brinda, e poi.... vedete, ragazzi, come oggi sono di buon umore, replic guardando il pittore e Antonietta, se dico male, fischiatemi!
Roberto teneva gli occhi fissi sulla scolara, senza batter palpebra; essa gli lanciava occhiate, ciascuna delle quali toglieva al giovine artista una parte della sua padronanza sul proprio cuore, che di istante in istante restava pi in bala della nuova passione che vi sorgeva.
Le scene del secondo atto dell'Otello, cos parlava il Brinda, facendo girare sul pollice della mano destra la papalina, che gli era stata restituita, sono per me il capolavoro della musica drammatica. Attenti! grid, tornando a mostrarsi un po' stizzito, poich aveva sorpreso i due giovani molti distratti.
E aveva ragione.
Roberto in quel momento era tutto occupato a osservare la linea venusta, graziosa, con cui l'orecchio di Antonietta era attaccato alla guancia, che aveva il vellutato e la morbidezza quasi trasparnte di un flore.
Antonietta era smarrita in pensieri, che l'agitavano. Scrutava Roberto come se volesse leggergli nell'animo. Lo sguardo limpido, sereno del giovane artista rivelava la calma, la pace di una esistenza sempre tranquilla: l'espressione del suo sorriso era cos franca, e il sorriso cos luminoso, che inspirava subito un sentimento di fiducia. Si capiva che quell'uomo non era abituato a mentire, non conosceva i volgari artifici, le basse ipocrisie di coloro che si compongono una fisonomia a lor talento. Era di quelli cui si legge il cuore in faccia, che, non volendo nulla nascondere, hanno l'anima negli occhi e sulle labbra. La fronte era alta, nobilissima. Antonietta degnava di riconoscere che quel giovane le piaceva.
Oh, se egli, titubante in tal momento, incerto di qual sarebbe la sua sorte, assorto in trepide speranze, estatico dinanzi alla donna, che lo inebbriava e gi lo colmava di felicit, e di paure, lo avesse indovinato!
Dopo la intimazione del Brinda i due giovani si rivolsero al maestro in tale atto di raccoglimento, e cos concentrati che pareva veramente pendessero dalle sue labbra. Ma mentre egli si diffondeva nelle sue splendide teorie sull'arte, l'amore, l'amore indomito, potente, invincibile, cantava nei loro cuori.
Stai attenta, Antonietta! proseguiva il Brinda con gli occhi semichiusi, rovesciatosi sul dosso della poltrona, e tirandosi su e gi sulla fronte la papalina, che si era rimesso, sent bene quello che io ti dico! Nella scena che hai cantato or ora, il pi difficile  il recitativo.... Che stupendo, dimmi la verit, che mirabile recitativo! Come  nuovo, fresco.... Ah! divino, divino Rossini!... Ma difficile, difficile tanto, pi difficile del recitativo  il saper stare in scena nel momento in cui devi udire la barcarola del gondoliere, che canta di dentro: Nessun maggior dolore.... Bisogna che tu faccia nel pubblico una grandissima impressione, che tu lo faccia rabbrividire, con la commozione che dimostri, mentre stai a sentire quelle note celesti.... Ma bada di non far gesti sgarbati come quelli di dianzi che ti tiravano di qua e di l il mantellino.... Devi esser dignitosa in quel momento e sobria.... sobria.... Devi mostrare che senti, e il Brinda appoggiava la voce, che senti quelle note: Nessun maggior dolore: quattro note magnifiche come le parole di Dante, semplici come la luce, come i fiori, come i colori del cielo: alte per come Dio!
Il vecchio maestro era tutto esaltato, egli si sarebbe prosternato al ritratto dell'autore dell'Otello, che aveva dinanzi. I giovani erano ora davvero soggiogati dal vigore, dalla prorompente, irruente gagliardezza delle convinzioni del maestro.
Ricordati che, se non hai applausi, dopo l'accenno al temporale, nel ritornellino fatto dall'orchestra, quando dici: Qual presagio funesto! il tuo maestro avr diritto.... si, avr diritto di chiamarti una cagna.
Il Brinda si era alzato in piedi e andava su e gi per la stanza, tutto concitato.
Non basta! non basta! ripeteva. Devi esser applaudita anche, quando, prima di coricarti, tu dici accomiatandoti da Emilia: Ricevi dall'amica il bacio estremo! E allora, tutta immedesimata nella tua parte, eccitata, infatuata, infervorata del tuo stesso sentimento, allorch giungerai all'adagio della preghiera: Deh, calma, o ciel: la dirai benissimo, ti verr stupendamente.
Il Brinda si ferm accosto all'Antonietta e agitando in aria l'indice della mano destra, e tenendo il pollice appoggiato sul dito medio, riprese, seguendo il filo de' suoi pensieri.
Nella romanza le note, che sono sopra le parole: L'aura tra i rami flebile Ne ripeteva il suon sono scritte con crome e biscrome, ma, per Dio.... gene! una scolara di Brinda dovrebbe capire che non sono agilit!... Quelle note, mia cara, sono lacrime: vere e proprie lacrime, e sono scritte da quell'omino l, e stendeva il braccio verso il ritratto del Rossini, che non ha un ca...volo bisogno che i cantanti co...lendissimi vengano oggi a insegnargli come si deve scriver la musica!... E anche il fa acuto deve uscir pronto, pieno, senza idea di messa di voce, sempre perch...: come ti ho detto.... Desdemona canta non per far sentire la sua voce, ma per sfogare il suo dolore.... Tieni a mente, tieni a mente quello che ti dice il tuo vecchio Brinda: il cantante deve far bene, ma non deve mai mostrare artificio: l'artista deve essere grande, ma l'arte non si deve vedere!
Roberto accennava col capo che il maestro aveva ragione.
Il Brinda, accostatosi al cembalo, faceva scorrere le sue dita nervose sulla tastiera e ripeteva con una foga piena d'ardore alcuni dei pezzi, che aveva esaminato.
Poi, volgendosi a Roberto, con occhi che gettavano lampi di commozione:
Che pagina divina  questa! egli esclam.
Dante, Shakespeare, Rossini, tre genii per trovare queste situazioni, scrivere queste parole, vestirle di queste melodie. Dante, Shakespeare, Rossini: l'amore, la gelosia, la giovent, l'innocenza, il tradimento, le voci dell'anima, i presentimenti!... Oh, mio Dio, mio Dio,  troppo bello!...
E il venerando professore dava in uno scoppio di pianto.
Tre cuori battevano forte in quel momento: i cuori del Brinda, di Antonietta  di Roberto: tre cuori di artisti.
I giovani commossi, palpitanti, si divoravano con gli sguardi. 



11.

Cos i due amanti si erano conosciuti nell'anno 1829.
Come accadde che, tre anni dopo, la sera del 14 gennaio 1831 Antonietta andava a cercare Roberto nella stanza misteriosa del Vicolo della Luna?
Come mai la polizia, rinvenuto il corpo di Roberto in Piazza della Luna, arrestato l'assassino, non aveva trovato traccia della donna? Come mai la presenza di una donna, attestata soltanto da fragili prove, da un velo trovato sul tappeto, dall'impronta di denti piccoli, affilati, lasciata in un pezzetto di candito, rimaneva dubbia. Incerta?
Qual mano aveva sottratto la donna alle ricerche della polizia, alle indagini della giustizia?
Tali fatti sono tutti connessi col processo per tentativo di omicidio, con premeditazione, incominciato contro Nello Bartelloni, e che teneva tanto occupata la Cancelleria criminale fiorentina.
Gi erano passati quindici giorni dalla notte in cui la polizia, avvisata da un delatore, aveva scoperto l'orribile delitto.
I magistrati erano impensieriti, sgomenti; la popolazione parlava sempre di que' fatti, che apparivano ognora pi inesplicabili.
Per qual motivo il pittore Gandi era stato assassinato? Come trovava una buona ragione a spiegare la sua presenza in tali ore in quella straduzza, cos vicina ad un luogo infame!
Allora molti mettevano innanzi la supposizione del ritrovo amoroso.
Per, ammessa tale supposizione, sorgevano nuove difficolt.
Dove era, chi era la donna?
E poi, perch un uomo elegante, abituato a vita signorile, e che doveva avere scelto la sua amante nella societ pi eletta, sarebbe stato ispirato a scegliere quell'immondo vicoluzzo a teatro delle sue gesta di innamorato?
No, no, i buoni fiorentini del 1831 non potevano ammettere queste cose tanto disparate, e indarno si stillavano il cervello.
Si aggiunga che una curiosa circostanza aveva aumentato gl'imbarazzi della giustizia, le preoccupazioni, le perplessit della pubblica opinione.
Quando il giorno appresso a quello del delitto furono esaminati i panni insanguinati, che il pittore indossava al momento in cui l'assassino aveva consumato il suo atto nefando, il magistrato e le persone che lo accompagnavano, furono colti da grande meraviglia.
Gli abiti del pittore erano abiti piuttosto dimessi, non quelli di un uomo, che pel solito sfoggiava in tutte le mode, che si vestiva delle stoffe pi fini, ma erano piuttosto abiti da trafficante, da agiato bottegaio. Per la qualit delle stoffe, per la forma del taglio non aveva, come fu scoperto, altri abiti che quelli nella sua guardaroba.
Ecco dunque un altro mistero!
Il pittore si travestiva.
Si era travestito nella sera del delitto.
A quale scopo?
L'istruttoria del processo da per tutto rinveniva ostacoli.
Inutile dire che il ferito in due settimane non aveva mai parlato.
Il vecchio medico inglese, che lo curava, con lettera commendatizia del ministro della sua nazione, si era recato dal presidente del Buon Governo Zantelli.
Gli aveva con molta eloquenza indicati i pericoli che correva l'ammalato affidato alle sue cure, nel colloquio aveva trovato modo di accennare quanta preziosa fosse la conservazione dell'esistenza di un uomo di tale ingegno: che persino S. A. il Granduca aveva pi volte espresso la sua viva e affettuosa ammirazione per le opere di lui.
L'illustre Zantelli cominciava allora a pencolare nella grazia ambita del sovrano, infastidito dagli scandali e dal malcontento, provocati dall'arroganza, dalla smania del soverchiare, dall'animo implacabile, sitibondo di supremazia, di quel fecondissimo e intrepido poliziotto.
Il dottore sapeva il debole di un tal uomo: egli era conoscitore esperto delle malattie fisiche come di quelle morali.
Per, dopo aver gettato l il nome del granduca, disse timidamente che veniva a chiedere al presidente del Buon Governo una grazia, sollecitata pur dal ministro inglese, potentissimo e influentissimo alla Corte, cio che il grande artista ammalato fosse lasciato in pace, e sottratto momentaneamente ai rigori, alle molestie della giustizia alla quale era umanamente impossibile che egli potesse dare per allora alcuno schiarimento. La presenza dei cancellieri, i loro discorsi a voce alta, la loro insistenza, il condur che facevano estranei nella camera del ferito per procedere a esami, confronti, tutto ci esasperava, aggravava Io stato gi miserando del paziente.
Il funzionario rispose con le imbrogliate e diffuse circonlocuzioni, con le frasi solite degli uomini, i quali occupano degli uffici.
La magistratura, egli disse,  inviolabile nell'adempimento de' suoi incarichi. Il magistrato  responsabile dinanzi alla sua coscienza, dinanzi agli uomini, dinanzi a Dio di ci che fa!... La giustizia ha duri e spesso odiosi doveri, ma i suoi sacerdoti debbono avere la fortezza d'animo di affrontarli. Dove la giustizia comincia, tace l'umanit.... Ma, continu tutto contento delle sue frasi, cresciuto di maest in quello sfogo di rettorica poliziesca, ma ci sono casi in cui l'amore di scoprire la verit potrebbe vincerla sui riguardi pi ragionevoli. E il caso attuale mi pare da noverarsi fra questi. Ho capito, ho capito! termin, alzandosi dal seggiolone coperto di pelle rossa, ho capito, signor dottore. Vada pure ad assistere il suo ammalato.... rassicuri il ministro.... mi riverisca anzi umilmente Sua Eccellenza.... Un artista, e un artista il quale  stato onorato di un benevolo sguardo del nostro Sovrano,  naturale che sia trattato con deferenza.... Io amo gli artisti, sebbene.... veda.... nella mia professione si crede da molti che non ci debba essere gentilezza.... Inoltre, come lei mi dice, si tratta di malato grave.... in pericolo.... ed importa alla giustizia il conservare questa esistenza.
La quiete gli  assolutamente necessaria....
Gi, gi, riprese il tirannello poliziesco, lieto di afferrare il pretesto di una apparente ragione, e la giustizia deve desiderare e procurare, per quanto  in lei, che il malato guarisca al pi presto, o ricuperi al pi presto l'uso della parola, poich da esso possono venirne le pi importanti rivelazioni.... Come le dicevo dianzi, ho capito!... Scrivo subito in via paterna al presidente della Rota.
Eccellenza!...
Signor dottore....
I miei ossequi.
I miei complimenti.
La prego non si muova!
 mio dovere.
E l'esimio poliziotto prima di richiuder l'uscio del gabinetto fece al dottore inglese l'inchino pi cerimonioso.
Il resultato della visita fu che i cancellieri lasciarono per qualche tempo in pace l'ammalato.
Del resto, era inutile interrogare uno che non poteva rispondere, che all'espressione dello sguardo si capiva che riconosceva alcuni oggetti, e alcune persone, ma che in conseguenza della sua ferita al cervello aveva perduta la facolt di articolare i suoni vocali.
Il malato fu lasciato in pace.
Ma di giorno e di notte i birri andavano come in processione per la via de' Renai e arrivavano uno dopo l'altro, camminavano chi qua, chi l; poi si accostavano, si parlavano, si univano a due, a due, a quattro, a poco a poco formavano un crocchio, un capannello davanti alla casa del ferito.
Il processo continuava alacremente. 



12.

Il 10 febbraio 1831, il primo cancelliere Buriatti, dopo aver passate alcune ore a studiare i varii interrogatorii, i documenti, le denunzie, che gi formavano un grosso processo, decise di esaminar di nuovo l'imputato.
Nello era stato interrogato tre o quattro volte, dacch era detenuto nelle carceri del Bargello, ma le sue risposte erano state sempre incerte, sconnesse, evasive.
Per il secondino, che lo aveva in custodia, affermava che da alcuni giorni il prigioniero, rinunziando all'accorto sistema di difesa, che aveva adottato, fingendosi idiota, inconsapevole del delitto commesso, parlava con pi chiarezza, mostrava di seguire il filo dei discorsi, che udiva.
Ci bast al magistrato per decidersi a tentare altra prova.
Accompagnato da un coadiutore, da due agenti, il magistrato usc dalla sua stanza, travers il cortile del palazzo e sal la scaletta, che metteva al locale delle carceri.
I custodi guidarono il magistrato per un lungo corridoio, a capo del quale si fermarono dinanzi a un uscietto, che aprirono incontanente.
La luce scendeva nell'interno della prigione da una finestruola, praticata a otto o dieci braccia di altezza, e che corrispondeva nella via dell'Acqua. La finestruola era difesa da grosse sbarre di ferro.
Nello, al momento in cui sent il rumore dei passi de' custodi e delle altre persone cessare davanti alla soglia della prigione, era tutto occupato a lustrare con un lembo della sua giacchettaccia i ferri della serratura, che corrispondevano all'interno della porta.
Appena si accorse che qualcuno aveva messo la chiave nella serratura, fece un balzo e and a accovacciarsi in un cantuccio.
Il secondino entr per il primo.
Questo animale, egli disse, volto al magistrato, cerca ogni mezzo per scapparci.  sempre intorno alla porta, e ci troviamo continuamente nuove sfregature. Il disgraziato tenta di levare questi ferri: non sa che se anche riuscisse a levarli e a metter piede fuori della prigione, con queste mani lo sbranerei.
E fareste benissimo! disse duramente il magistrato.
Il cancelliere Buriatti era noto per l'asprezza, la severit, diremo meglio, la ferocia del suo carattere.
Era un ometto di piccola statura, tarchiato, con la testa grossa, fatta a pera, e le spalle larghe, alte, che gli arrivavano quasi alla punta degli orecchi. Aveva sguardi felini, scintillanti, e portava occhiali d'oro. Quando interrogava un imputato, aveva l'abitudine di alzarsi gli occhiali verso la fronte e di sbirciarlo per traverso.
I pi impavidi manigoldi tremavano sotto quello sguardo, che gli scrutava, o pareva ad essi scendesse loro nel pi intimo dell'animo e vi leggesse: la voce ferma, sonora; l'espressione crudele, che prendevano le labbra; una smorfia odiosa, che faceva nel parlare, contraendo tutta la fisonomia; l'abitudine antica del perseguitare i ribaldi, di diffidar sempre; lo zelo della sua professione, rendevano il magistrato veramente formidabile. Il popolo gli aveva fatto una leggenda, piena di terrore. E terrore del resto incuteva allora tutto l'apparato della giustizia, i cui andamenti erano cos rigidi, cos sommarli, cos fieri!
La porta della prigione fu richiusa.
II magistrato sedette sul pancaccio, che era lungo una parete e fece pur bruscamente cenno al coadiutore di sedersi, poco discosto da lui.
Il coadiutore portava con s un piccolo calamaio di corno cenerognolo, una busta di cartone, che si pose sulle ginocchia aguzze, accomodandovi sopra alcuni quaderni di carta bianca rigata, e teneva la penna d'oca infilata sopra l'orecchio destro.
Nello sembrava colto da un grande spavento, e girava gli occhi per non iscontrare quelli del magistrato, che lo saettavano sotto le folte sopracciglia grigie.
Scostati dal muro! disse il magistrato con la sua voce grossa.
Un birro venne a prendere Nello per un braccio e lo scaravent barcollante in mezzo alla prigione.
Senti! riprese il magistrato, alzandosi gli occhiali col suo solito movimento, e lanciandogli un'occhiata che lo fece rabbrividire, oggi ho saputo che tu dai segni di ravvedimento: che hai capito come fosse inutile proseguire in un'ostinazione, che rende sempre pi grave il tuo delitto: sono venuto qui per avere le tue rivelazioni, e tu mi risponderai.... Non voglio perdere la giornata!
I birri, i secondini tenevano rivolti su Nello i loro ceffi; pi biechi, e pi foschi, se era possibile, del magistrato.
Perch cercasti di ammazzare il signor Roberto Gandi la sera del 14 gennaio, nel Vicolo della Luna? domand all'improvviso, e suggestivamente il magistrato.
Io non ho cercato di ammazzare nessuno!rispose Nello con grande limpidezza e sicurezza di voce.
Ma tu l'hai trascinato sino a Piazza della Luna? replic il Cancelliere, senza riprender fiato.
S.
Chi l'aveva dunque ferito!
Non lo so.
Chi ti aveva comandato di trascinarlo nella Piazza?
Nessuno.
Ma fosti tu che gli rubasti la catena, l'orologio e lo spillo?
Non li rubai.
E chi ti aveva dato il pugnale per ferire? continu rapidamente e abilmente il magistrato, credendo di confonderlo.
Il pugnale lo trovai fra i capelli del signore che io credeva fosse morto, riprese Nello con la massima calma.
Dove ti eri appostato per ferire il signor Gandi? Da quanto tempo l'aspettavi? continu in fretta il magistrato. Ti ha provocato? ti ha fatto resistenza?
Sono uscito dalla mia stanza per cantare, e l'ho trovato steso per terra.
I birri fremevano d'impazienza.
II magistrato dette un pugno sul pancaccio.
Questo impostore, egli grid a denti stretti, si burla di noi, della giustizia....Non te ne burlerai per fra qualche settimana! esclam tutto in collera, e alzandosi con impeto, and incontro al prigioniero, con fisonomia truculenta, minacciosa, e lo urt sgarbatamente in un braccio.
Nello, come non fosse suo fatto, alz una mano, e la pos sugli occhiali d'oro del magistrato, che luccicavano.
Vuole ammazzare il cancelliere!... Ammazza il cancelliere! gridarono i birri e i secondini, due de' quali, afferrato Nello per la vita, la stramazzarono a terra.
Il magistrato Buriatti si precipit verso la porta della prigione, che un secondino gli apr incontanente, e travers il corridoio, scese le scale, entr nelle stanze della Cancelleria, tenendosi una mano alla tempia, e gridando che il furfante, l'assassino aveva voluto percuoterlo, che doveva averlo ferito, poich si sentiva un gran dolore.
E non mentiva.
La paura provata dal ministro processante nel veder Nello alzar la mano e nel sentirsi da lui toccare la faccia era stata tale, che il sangue gli era andato al capo, gli occhi gli si erano velati, ed egli, preso come da vertigini, incespicava coi piedi, balbettava, tremava.
Arrivato nella stanza del coadiutori si lasci cadere sopra una sedia.
Uscieri, coadiutori, agenti gli furono intorno: altri suoi colleghi accorsero al rumore.
Soffoco! soffoco! egli bisbigliava, dimenandosi, agitandosi in mezzo a tutti costoro, che si studiavano di soccorrerlo, di lenire il suo male, d'indovinare i suoi desiderii.
Che cosa, signor Buriatti? domand premuroso il pi giovane dei cancellieri.
Che cosa ho? che cosa ho, mio caro? riprese con un filo di voce il processante. Mi dia la mano, e riceva un grande consiglio, in questo momento in cui Dio sa quanto io soffro. La nostra carriera....  una carriera spinosa, difficile, oscura.... noi siamo poveri.... affranti dalla fatica.... ci sagrifichiamo alla verit e alla giustizia.... e non basta: la vita ci pu esser tolta da un minuto all'altro, per un istante di disattenzione.... di poca sorveglianza, dal primo briccone, dal primo sanguinario, contro il quale noi cerchiamo difendere la societ. Noi possiamo lasciare da un'ora all'altra vedove, desolate, nella pi squallida miseria, le nostre sciagurate famiglie.... Brutta carriera!... brutta carriera.... mio giovane amico.... Cerchi di cambiarla. Io ho fatto i capelli bianchi in questa lotta senza tregua fra magistrato e delinquente...
Gesticolava, tutto trafelato, e la fronte rugosa, giallastra del giudice era madida di sudore.
Gl'impiegati, i birri, si tenevano intorno al signor Buriatti, in atto di gran rispetto e deferenza.
Il magistrato era quasi rovesciato sulla spalliera della sedia, con la testa all'indietro, con un gomito appoggiato allo spigolo di un banco.
Sbuffava, di tratto in tratto diventava rosso, pallido, violaceo, Volgeva intorno a s gli occhi infuocati e sembrava talora che li posasse sugli scaffali, i quali contenevano filze immani di processi, di atti informativi, monumenti della sua gloria.
Soffoco!... soffoco!... muoio!... ripet all'improvviso con quella violenza, con quell'enfasi, che egli metteva in tutto. Per carit mi portino dalla mia famiglia.
Tutti si guardarono.
Come portarlo?
Piccolo, tozzo della persona, secondo abbiamo detto, aveva la solida, massiccia corporatura di un Ercole nano.
Teneva le gambe penzoloni; inerti, come per mostrare che non era in stato di muoversi.
Le carrozze erano allora rarissime: non vi erano pubbliche vetture nelle piazze. Chiunque non voleva andare a piedi, doveva far attaccare una vettura di rimessa, e spesso occorreva avvertirne due, tre, quattro giorni innanzi il proprietario.
La stessa polizia si faceva allora con mezzi elementari: non aveva vetture a sua disposizione!
 vero che un birro, all'occasione, correva come quattro mariuoli;  vero che la polizia aveva occhi ai quali nulla sfuggiva, che penetravano per tutto; gli agenti sapevano il modo di arrivare a piedi anche coloro che fuggivano a cavallo.
Singolare e per certi rispetti veramente ammirabile fu questa polizia toscana. Scarsa di mezzi, ordinata nel modo pi semplice e primitivo, avvilita da titoli e appellazioni volgari, quanto l'attuale polizia  ammajata e infestonata di ciondoli e di frasche, schiva di ogni ostentazione, non molto retribuita, per protetta e quasi amata dal Governo che se ne valeva, riusc a avere nelle sue file uomini prontissimi di mano e d'ingegno: uomini accorti, in alcuni de' quali ci fu quasi stoffa d'uomini di Stato. Singolare polizia! che seppe ispirare di s, in tanta deficienza di mezzi, senza apparenze, un immenso terrore, e ritenne un tempo i tristi dal malfare col solo spavento, che incuteva il suo nome.
Come portare alla sua casa il magistrato, che abitava di l d'Arno?...
I birri, a cui sarebbe toccato l'onorevole ufficio, parevano alquanto sopra pensiero.
Ho un'idea! disse il Mangia. E se lor signori mi permettessero di esprimerla....
Parla! parla! rispose il pi giovane dei cancellieri.
Gi che siamo qui a quattro passi, potremmo andare a domandare a Monsignore Arcivescovo, che  molto amico qui del signor giudice, di volergli prestare la sua carrozza.
L'idea fu approvata.
E un quarto d'ora dopo il giudice Buriatti fu a gran fatica sollevato sulle braccia del Mangia, e di Zampa di Ferro, arrivato allora al palazzo di Giustizia, nel carrozzone di Monsignore, e si adagi in un angolo, tenendosi sempre la mano alla tempia, e lamentandosi che soffriva acerbamente.
Preg il giovane cancelliere a volerlo accompagnare, sembrandogli imprudenza, egli diceva, parlando a stento, fare da s solo tutto il tragitto fino alla propria casa.
Intanto si sparse il rumore che Nello aveva attentato alla vita di uno dei magistrati inquirenti andato a interrogarlo nel carcere.
Lo scrivano della polizia fu in giornata a visitare il giudice nella propria abitazione.
Lo trov coricato, con le imposte delle finestre della camera ermeticamente chiuse; la moglie e i bambini che singhiozzavano intorno al letto.
La scena era languidamente rischiarata da un lumicino da notte, che ardeva entro una torricella d'alabastro a fiorellini rossi e verdi, e rabeschi dorati, posata sul marmo del cassettone davanti a un piccolo specchio.
Come sta? domand lo scrivano, appena si fu avvicinato al letto.
Male! male! riprese l'ardente magistrato. Malissimo! E sento che peggiorer sempre fino a che il reo non sia punito, fino a che la giustizia non abbia avuto la sua vittima!
Ma la giustizia I'avr.... Sono appunto venuto per istendere la querela....
Bravo! bravo! interruppe il magistrato, cercando di alzarsi. Sino ad ora tutti mi parlarono di guarirmi, nessuno mi parlava di castigare il colpevole, Sapere che si eseguisce la legge, tutto il rigore della legge.... questa per me  la medicina migliore!
Il magistrato dtte una strappata al cordone del campanello, che pendeva accanto al suo capezzale.
Comparve la leggendaria serva della casa Buriatti. Un mascherone di circa sessant'anni, zoppicante, con un fazzoletto rosso in capo legato diedro alla nuca, con le nocche delle dita ribadite sui fianchi ineguali.
Presta, Agapita! disse il magistrato col tono con cui era avvezzo a parlare agli inquisiti, e a comandare ai birri. presto! portate qui sul comodino calamaio, penna, carta....
Lo scrivano ud la deposizione del magistrato.
Quindi domand con rispetto:
E con che titolo desidera formulare la sua querela?
Con che titolo?... E lo domandate?... Attentato alla vita del magistrato nell'esercizio delle sue funzioni.... Si tratta di un assassino, d'un volgare e ributtante assassino, che ha gi commesso un delitto, di cui a tutti sfugge il motivo, col massimo sangue freddo: egli voleva percuotermi alla tempia coi suo pugno di acciaio; se avesse avuto un'arma a sua disposizione, io non sarei qui a raccontarvela ora.... L'intenzione dell'omicida  chiara... Aggiungete che io sar costretto a rimanere a letto per varii giorni.
La moglie e i bambini continuavano a piangere. La serva Agapita, rimasta nella stanza accanto, si effondeva anch'essa in rumorose dimostrazioni di dolore.
I birri avevano lasciato Nello legato nella prigione sopra il pancaccio, ove lo avevano gettato come un fardello, dopo averlo tutto stretto di funi.
Un delinquente, che nelle carceri della Rota aveva osato metter la mano sulla inviolabile persona del giudice inquirente, era una notizia che faceva tutti rabbrividire.
II fatto era sino allora inaudito!
L'assassino del pittore Roberto Gandi aggiungeva orrori ad orrori: anche in prigione mostrava la sua rabbiosa sete di sangue: si mostrava degno del suo feroce parente: il sanguinario Picchiero. 



13.

Entro pochi giorni, le carte del processo furono tutte trasmesse dalla Cancelleria al giudice attuario, o direttore degli Atti.
Il direttore degli Atti, esaminato il processo, sent sorgere in s alcuni gravissimi dubbii.
Il processo era de' pi strani che fossero capitati a quel vecchio magistrato. Lo studi e ristudi nel silenzio della sua casa, in mezzo a' suoi libri, alle memorie di una lunga e laboriosa carriera.
Spesso egli aveva interrotto quella lettura, si era alzato e si era messo a passeggiare su e gi per la stanza, le cui pareti erano coperte ad una grande altezza da scaffali pieni zeppi di volumi rilegati in carta pecora, di grossi e venerabili volumi, il fiore della sapienza antica in materia di diritto, il fiore dei commentatori di quei testi immortali, in cui la ragione umana ha dato i suoi pi alti e puri responsi.
Tra gli auditori di Rota, tra quei severi e terribili magistrati, vi erano cime d'uomini per austera dottrina, invecchiati, impalliditi nelle notti vegliate al chiarore della lampada sulle pagine ingiallite dei volumi immani, nelle quali cercavano la soddisfazione della mente, la pace della coscienza, rette guide al giudicare.
Una sera il magistrato si era chiuso nella sua stanza per lavorare intorno al processo, darvi un ultimo esame, e vi era rimasto sino ad ora molto inoltrata.
Sent alla fine scoccare la mezzanotte.
Da circa mezz'ora aveva cessato di leggere, e tenendo il mento appoggiato tra il pollice e l'indice della mano destra, la penna alzata tra il pollice, l'indice e il medio della sinistra, gli occhi fissi sul tappeto verde della scrivania, si era immerso in una meditazione profonda.
Quando l'orologio ebbe finito di suonare i suoi dodici colpi, il magistrato alz la testa, pos la penna sul calamaio.
Poi, battendo una mano sulle carte aperte del processo, che aveva dinanzi, disse, come parlando fra s:
Qui c' qualche cosa, che non saprei definire, ma che non mi va, non mi soddisfa.... Certo le prove contro questo disgraziato sono grandi.... le deposizioni di alcuni testimoni su' suoi precedenti lo aggravano.... lo aggrava straordinariamente l'aggressione fatta al Giudice inquirente nella prigione.... Ma sento che se io dovessi condannare questo infelice.... Non ne avrei il coraggio, non potrei esser tranquillo.... Ad ogni modo raduner per domani il turno di revisione e comunicher il risultato de' miei studii.... Vedremo.
Il giorno appresso i due auditori di Rota, che componevano il "turno di revisione" si riunivano col Direttore degli Atti.
Il tremendo triumvirato aveva una grande responsabilit, un incarico delicatissimo: doveva pronunziare, letta la inquisizione iniziata, se il detenuto fosse da mandarsi al giudizio, o se non fosse da proceder pi oltre contro di lui.
Era una giornata scura, piovosa, la luce molto scarsa nella stanza al pianterreno in cui si trovavano accolti gli auditori.
Il giudice, direttore degli Atti, era uomo rigido, ma di esemplare probit. Riconosciuto reo un accusato, non avrebbe esitato a farsi egli stesso, in mancanza di altri, esecutore della sentenza pi atroce, ma quando gli nasceva il men che menomo dubbio, egli non poteva avere pi posa: quel dubbio lo tormentava, lo agitava, lo torturava: quel dubbio avrebbe fatto a lui, cos implacabile persecutore dei delitti, assolvere mille rei incerti, piuttosto che stare in forse di aver condannato un innocente.
Celebre nel Foro come criminalista, pur non esercitava grande autorit sui colleghi, che, non ostante l'indole energica e risoluta quando i casi erano chiari, lo sospettavano di soverchia tenerezza verso i delinquenti per le angosciose titubanze da lui mostrate in varie e scabrose congiunture.
I tre auditori, dopo essersi dati il buon giorno, dopo essersi domandati come stavano le mogli, i figliuoli, dopo aver deplorato il cattivo tempo, sedettero intorno ad un banco.
II direttore degli Atti, auditor Francesco Nolmi, sedette su una poltrona davanti al banco, l'auditore Chicchirichelli in una poltrona al lato destro del banco, l'auditore Senzazucca dirimpetto al Nolmi.
Appena seduto, il direttore degli Atti suon il campanello.
Entr un cursore.
Dite all'usciere Giampaoli di portare qui il processo, che deve essere stato a prendere stamani a casa mia.
L'usciere arriv, dopo alcuni mintiti, e pos sul banco dinanzi al direttore degli Atti una gran congerie di carte.
Dunque, cominci l'auditore Nolmi, noi dobbiamo qui discutere se vi sia luogo di rimettere alla Rota libello fiscale contro Bartelloni Nello, di anni 22, ecc., imputato di tentativo d'omicidio, commesso la sera del 14 gennaio, anno corrente, nella persona del pittore Roberto Gandi, ecc., nel Vicolo della Luna, ecc. ecc.
Contro lo stesso Nello Bartelloni, Riprese l'auditore in tuono commosso,  iniziata l'inquisizione per attentato alla vita del giudice inquirente, Antonio Buriatti, nell'esercizio delle sue funzioni, a querela del giudice stesso.
In quell'involto sigillato, disse il giudice accennando ad un involto che era sopra un tavolino, dietro alle spalle dell'auditore Chicchirichelli, si trovano i corpi del delitto.... La camicia; che aveva indosso l'inquisito, al momento in cui fu arrestato nel letto, tutta macchiata di sangue, una giacchetta, un paio di pantaloni insanguinati, che l'inquisito indossava la notte in cui fu chiuso nelle carceri di custodia, e che gli furono subito cambiati con altri panni. Ci  il pugnale, che le perizie dei medici fiscali hanno riconosciuto esser quello con cui fu fatta la ferita nella testa del pittore Gandi; pugnale che fu ritrovato sotto il materasso all'inquisito, insieme con la catena, l'orologio, uno spillo, che l'inquisito stesso, sebbene neghi il delitto di tentato omicidio, confessa di aver involati sul corpo del ferito.
Da quello che io gi so, dalla pubblica voce, dagli oggetti, che formano il corpo del delitto, interruppe l'auditore Senzazucca, si raccolgono prove evidenti, evidentissime della colpabilit dell'inquisito.... I particolari di questo processo sono ormai cos noti, che  inutile perder tempo in minute discussioni. Si pu dubitare dell'entit dell'assassino, dopo che l'abbiamo trovato in possesso dell'arma con cui il delitto  stato compiuto? Si pu dubitarne, mentre si sa che, perpetrato il suo crimine, persuaso di aver ammazzato l'uomo che voleva distruggere, il primo suo pensiero  stato quello di andarsi a nascondere, e di nascondere, con s nel proprio letto, l'arme micidiale?... Quanto alla ragione a delinquere non l'abbiamo chiara negli oggetti preziosi, rubati e anch'essi subito nascosti dall'assassino? Si pu dubitare della reit, della identit di un delinquente, che  stato trovato sul luogo stesso del delitto, e tutto immerso nel sangue della propria vittima?... Non mi sono mai sentito pi tranquillo e pi sicuro nella mia coscienza.
Bisogna andar cauti, rispose il direttore degli Atti, la Rota assolve di rado gl'inquisiti criminali, che le vengono inviati per titoli gravi dal turno di revisione. Pensino che qui si tratterebbe almeno di una condanna dai venti ai venticinque anni di galera....
Per me ci sto! interruppe l'auditore Chicchirichelli con la sua fisonomia di mastino.
La discussione fu viva: il direttore degli Atti chiedeva, vista la irritazione dei colleghi, una sospensione.
Ma ci dica le sue ragioni! esclam il Senzazucca.
Eccole, e non sono poche.
Il direttore degli Atti espose con eloquenza, con brevit le sue obbiezioni.
Vi sono forti indizii, fortissimi anzi, egli concluse, della colpabilit dell'imputato, ma bisogna convenire per lo meno che il processo non  completo. Vedano quanti dubbi solleva.... Perch il pittore Gandi si trovava di notte in quel luogo cos strano? E la stamberga, mobiliata con tanto lusso, e la cui porta si apriva ad un angolo del Vicolo, a che cosa serviva?... Non vi si  rinvenuto n uno scritto, n un oggetto che potesse metter sulle traccie di qualche persona.... Il proprietario dello stabile non ha dato schiarimenti soddisfacenti. Un velo trovato sul tappeto faceva credere alla presenza di una donna. Ma quale donna? E come  sparita? Fu essa presente al delitto? Ne  complice, o vi  rimasta estranea? E nella stanza misteriosa con chi si era incontrata? Col pittore Gandi, o con un altro uomo?... Insomma riflettano che si tratta di un affare imbrogliato, imbrogliatissimo. Da un lato abbiamo prove quasi evidenti, dall'altro abbiamo fatti oscuri, inesplicabili, contraddittori.
Il magistrato addusse altri e pi validi argomenti, ma non riusc a scuotere i colleghi.
L'auditore Senzazucca era il pi loquace; l'auditore Chicchirichelli il pi accanito.
Ma, signor Nolmi, disse l'auditore Senzazucca, esaminiamo un po' anche i deposti dei testimoni.
I testimoni erano tutti contrari.  vero che i pi si limitavano a dire che Nello apparteneva ad una famiglia di pessima reputazione; che era sempre stato sfuggito da tutti come un pessimo arnese, che la parentela e l'esempio di Picchiero dovevano avergli inspirato sentimenti feroci.
La deposizione pi seria, in apparenza, era quella di una cenciaiuola, che abitava una soffitta nel Palazzo della Cavolaia. Costei asseriva che soleva mandare un tempo la sua bambina con qualche balocco a divertirsi in Piazza della Luna, e dalla finestra essa la sorvegliava. Un giorno la sent piangere, urlare, si affacci e la vide per terra, col viso tutto insanguinato.
Scese in furia le scale, pass dalla Loggia del Pesce, entr nel Vicolo della Luna, poi nella Piazza.
Nello aveva portato via di mano alla bambina un pezzo di metallo, che le era stato dato per distrarla, e per rubarglielo l'aveva conciata a quel modo.
La verit era che Nello aveva strappato di mano alla bambina il metallo con violenza, ed essa era caduta e si era insanguinata.
Un altro testimone, venditore di frattaglie nel Mercato, deponeva che pochi giorni innanzi Nello aveva tentato di rubargli un coltello e che accortosene l'aveva allontanato dal suo banco con percossa.
E gli devo aver lasciato di buoni lividi!aggiungeva il frattagliaio.
I pi dei testimoni avevano deposto contro Nello perch egli era un povero diavolo, perch si trovava in carcere, e perch chi  povero, perseguitato, derelitto, infelice, ha nel mondo tanti e tali nemici, che egli non ne supporrebbe mai l'esistenza.
Ebbene, insisteva l'auditore Senzazucca, qui non ci sono dubbii!... Il giovinastro ha sempre avuto un pessimo carattere.... L'incidente della bambina  grave.... l'incidente del coltello, pochi giorni prima del delitto,  gravissimo.... E poi non abbiamo il fatto pi turpe, pi culminante: l'attentato commesso nella prigione contro il nostro esimio collega Buriatti!
Non ci  che dire: gli indizii contro Nello erano formidabili.
II direttore degli Atti dichiar di astenersi, ma gli altri due auditori furono unanimi nel deliberare che il processo dovesse esser inviato alla Rota Criminale.
Cos la prima decisione, fatale a Nello, era presa.
Intanto passavano i giorni.
Lucertolo e Zampa di Ferro si infatuavano nelle loro ricerche, ma senza buon frutto.
Per que' due birri, maestri nell'arte, stavano sicuri che un giorno sarebbero riusciti a scoprire la verit. Fini segugi, sebbene fosse lontana, gi la fiutavano nell'aria.
Ma tali speranze dovevano costar loro ben care.
Lucertolo, senza sapere il perch, pi volte era turbato dal pensiero che in qualche angolo del Ghetto, dopo la sera del delitto, accadesse qualche cosa di misterioso.
La notte vegliava, con ogni cautela, metteva in opera ogni astuzia, perlustrava ogni mezz'ora tutto il quartiere.
Fra varie case del Ghetto, che rimangono tuttora in piedi, correva un lungo andito, ma cos lungo che poteva chiamarsi quasi un vicolo, o una strada interna, che le metteva in comunicazione una con l'altra.
L'andito, che vi  tuttora, aveva tre sbocchi, uno sotto l'Arco di Piazza della Fraternit, uno in via della Nave, il terzo nella via detta delle Cortaccie, logaccio immondo, dove l'aria scende colata, infetta a traverso mille sozzure e nel quale anche oggi non si pu metter piede senza ribrezzo.
A que' tempi le tre uscite dell'andito erano tutte aperte, e si poteva scappare dall'una all'altra: di recente la polizia fece chiudere le comunicazioni che servivano a agevolare le gesta di malviventi.
L'andito lungo, indescrivibile, ha, ad ogni svoltata, tre, quattro, cinque rami di scale, che salgono in direzioni differenti:  un vero laberinto, un luogo che pare edificato a bella posta per servire a tetre e misteriose imprese.
Gli abitanti primitivi del Ghetto, lo chiamavano: l'andron bujo.
Una notte, mentre Lucertolo forniva la sua ispezione in Piazza del Mercato, dal lato opposto del Ghetto, in Piazza dell'Olio, si avanzava camminando in punta di piedi, e accovacciato, un uomo, che si facea lume tenendo aperto l'esilissimo spiraglio di una lanterna.
L'uomo si ferm dinanzi alla porticina per la quale entrava nel Ghetto ogni notte il volante di servizio.
Chi era costui?
Doveva anch'egli appartenere alla polizia, poich, tese le orecchie come per accertarsi che non vi fosse alcun rumore, trasse di tasca una chiave, apr l'uscetto e lo richiuse dietro a s con diligenza.
Pass un quarto d'ora.
Lucertolo era agitato quella notte da inquieti presentimenti e non trovava posa.
Da Via de' Naccajoli anch'egli era venuto in Piazza dell'Olio, con la sua lanterna tutta spalancata e che riverberava la luce intorno a lui.
Anch'egli apr l'usciolino ed entr.
Mentre dopo alcuni minuti passeggiava nel recinto chiuso del Ghetto, arrivato in Via della Nave, gli parve udire un certo strepito, e si mise ad ascoltare.
Qualche cosa d'insolito avveniva di certo nella casa, vicino all'Arco, una delle case, lungo l'androne.
Subito Lucertolo in quattro salti, con la lanterna in mano, la pistola dall'altra, entr nell'androne dalla parte di Via delle Cortaccie.
Cominci a andar quasi carponi per non svegliare sospetti.
Alla fine ud un bisbiglio di voci, ma Iontano, lontano.
Si inoltr ancora nell'androne.
Sbucato da una svoltatina, vide una stanzetta, a molta distanza, aperta, illuminata. In essa si agitavano due uomini, e di tanto in tanto appariva sulla parte del muro, che si vedeva, un'ombra di donna....
Lucertolo inciamp con fracasso in un ferro fitto nel muro dell'andito.
Subito il lume fu spento, e la stanzetta rimase al buio.
La lanterna di Lucertolo projettava per nell'androne i suoi riflessi sinistri, e gettava qualche bagliore nella stanzetta lontana.
Ma il birro rimaneva all'oscuro.
Chi va l? domand Lucertolo, che vedeva benissimo un omaccione appoggiato a uno stipite della porta.
L'omaccione si mosse, senza rispondere.
E parve a Lucertolo di udire come Io scricchiolio del cane di una pistola.
Prima per che l'altro avesse tempo di compiere il suo movimento, Lucertolo aveva alzato la sua pistola e aveva fatto fuoco....
Si ud un grido soffocato.
Chi era stato colto? 



14.

Innanzi di rispondere a tale domanda, dobbiamo raccontare altri avvenimenti.
Il carnevale di quell'anno 1831 volgeva al suo termine.
Il veglione alla Pergola nella notte dal 15 al 16 febbraio, ultima notte del carnevale, fu tra i pi briosi, tra i pi divertenti, tra i pi fecondi in intrighi, in sorprese, in allegri ritrovi, di cui si ricordino i nostri vecchi.
Qua e l i gruppi delle maschere scambiavano i dialoghetti, i motti pi saporiti.
Le facezie scoccavano pronte, vispe, argute sulle labbra dei Fiorentini, un po' meno serii, sia detto a loro gloria, dei Fiorentini odierni.
Il Fiorentino nel 1831 era sempre tale e quale la natura lo aveva plasmato: andava matto per gli scherzi, per le burle, motteggiava con una disinvoltura, una spensieratezza, una facilit impareggiabile, aveva scioltissimo lo scilinguagnolo, e quando ci si metteva, parlava d'oro.
Fra le molte maschere (allora le maschere erano belle, e bizzarrissime, e aggraziate, ce n'erano ai veglioni a centinaia), fra la folla delle giubbe, spiccava un gran Diavolo tutto rosso e nero dal capo a' piedi, con ali di una sostanza leggera e brillantissima, trasparente e luccicante al riflesso dei lumi.
Il Diavolo ogni tanto s'incontrava nel pi magro, asciutto, e sperticato dei Pulcinelli.
Il Pulcinella e il Diavolo pareva si scrutassero, si squadrassero per ben ravvisarsi.
Ogni tanto la gente, che affluiva da tutte le parti del teatro, li separava.
Allora si vedeva il gran Diavolo dimenare le sue gambaccie, agitare le spalle massiccie, le membra atticciate, nerborute.
E il Pulcinella allampanato, dando di tratto in tratto un salto, che rivelava tutta la saldezza de' suoi garetti, e spaventava la gente, vedendosi rimasto lontano dal Diavolo, tentava di raggiungerlo.
Alla fine si trovarono accanto sotto un palco di prim'ordine, nel quale una bellissima signora, abbigliata con somma eleganza, attirava tutti gli sguardi.
In quel palco di quando in quando si pronunziavano alcuni nomi: Roberto Gandi.... Vicolo della Luna.... assassino.... Rota Criminale.
La signora, donna sui trent'anni, bruna, con occhi nerissimi, corruscanti, rigogliosa, di forme robuste, una di quelle donne che attraggono gli sguardi e ammaliano i cuori, e fanno vittime sciagurate, di rado vittime felici, la signora, che a cos dire, troneggiava nel palco, era passata lungo tempo per una delle amanti pi appassionate del pittore Gandi.
Le sue amiche, e anche i suoi amici, raccontavano che essa per il grande artista avesse fatto molte pazzie. Pazzie, che il mondo le aveva perdonate, poich il mondo perdona facilmente a coloro che lo sdegnano e sfidano le sue capricciose e sciocche indulgenze.
Il Diavolo e il Pulcinella si erano fermati sotto il palco, come se vi fossero irresistibilmente attirati da alcune delle parole, che avevano udito pronunziare dalle persone che vi si trovavano.
E sotto il palco continuavano a guardarsi fissi.
Alla fine, il Pulcinella, si accost al Diavolone.
Ehi, Pilucco! gli disse sotto voce.
Ehi, Sugnaccio! rispose l'altro nello stesso tono.
Andiamo a bere un Mandorlino!
Per la Marca di Sant'Alto.... se tu vuoi, anche un Paglioso! (un fiasco intero)
E chi sbologna? (chi paga?).
Meodine... (pago io)
Come  toga (bella) la vasca (donna) in questo bugno (palco di teatro).
E che mostose!...(che seni) che lanterne! (che occhi) e che cerre (mani).
E che delicata!
E come  circondata da lecca bande! (damerini).
Le due maschere si allontanarono.
Non sappiamo se il lettore abbia in esse riconosciuto i due incliti birri Lucertolo e Zampa di Ferro.
Che ore sono? domand il Diavolo, cio Lucertolo, quando, ebbero fatto pochi passi.
Aspetta, guardo la lumaca (l'orologio), esclam Zampa di Ferro, levando fuori di sotto il suo sacco bianco l'orologio.
Smettiamo di baccagliare (parlare in gergo), osserv Lucertolo.
Dimmi, o Caramella, sei qui venuto a fare il balingo, il pazzo oppure il ruccolo (il mezzano) a quella scaglia (donnina) della Mengozza?
Chetati! Gancio di Fiandra! (Pezzo da galera).
Cos sguaiatamente sollazzandosi, e pungendosi fra loro, i birri erano arrivati in uno dei corridoi dove s'imbandivano anche allora le tavole alle cene.
Sedettero ad una tavola e Lucertolo, battendo sopra un piatto con la nocca, chiam ad alta voce:
Ol, taschiere! (Oste).
Due o tre coppie, che sedevano alle tavole vicine si alzarono.
Tutti avevano capito che ci erano i birri.
A poco a poco il vuoto si fece intorno ad essi.
Alcune loro parole pi comuni erano intese da tutti, e pronunziate incutevano una certa soggezione.
Che sei venuto a far qui? domand Lucertolo a Zampa di Ferro.
Ci sono venuto a fare quello che sei venuto a farci tu, a cercare di raccoglier vento.
Vorrei sapere se ci riconoscono gli altri menghi (Birri) di servizio nel triocco (Teatro).
Dico di no. Ti assicuro che per riconoscerti, appena ti ho visto stanziato nei bigonci da caramella (Mascherato da Diavolo), ho dovuto venirti attorno per un pezzo....
E che ci hai di nuovo sul delitto del Vicolo della Luna?...
Nulla, nulla.... Ti assicuro, pi buio di prima.... Credi, non  un affare balugano (un affare discreto).
Eppure ti sapr dire io fra giorni qualche cosa di bello, e avr bisogno di te.
Per Sant'Alto! disse Zampa di Ferro, mescendo il vino in due bicchieri, tu sai che non son uomo da farmi pregare.
Pur che in quel giorno tu non sii a fare il grazioso con la galuppa (la serva) del Pisto (del Prete).
I birri continuarono a bere e a chiacchierare fra loro.
Dopo una mezz'ora Lucertolo si alz per il primo, e buttando sulla tavola una moneta, disse:
Ecco un fico! paga, e poi vieni a ritrovarmi. Io vo' a gironzolare intorno alla porta del palco di quella signora.... quella con le belle mostose, continu Lucertolo, accostandosi sui petto le mani semiaperte, come se volesse indicare due rotondit. Io vo' a gironzolare intorno alla porta, tu mettiti sotto il palco.... qualche cosa forse ci riuscir di chiappare a frullo.
Nell'ora stessa qualche cosa di pi tetro accadeva verso il vestibolo del teatro.
Il pompiere Bobi Carminati, detto Marrone, era di servizio quella sera, e cupo, accigliato, se ne stava appoggiato vicino ad una porta.
Pi volte nella serata, una donna di statura piuttosto alta, di forme vegete e vigorose, delle quali le ampie pieghe del domino nero non celavano i forti contorni, si era accostata al pompiere in varii punti del teatro.
Mentre egli stava, come dicemmo, vicino ad una porta, il domino nero gli venne vicino, vicino.
Due occhi neri, sfavillanti, penetranti, saettarono il pompiere Bobi Carminati, e una voce sorda, vibrante di collera, e di rattenuta indignazione, gli mormorava duramente all'orecchio la parola:
Assassino!
Il giovane pompiere impallid, vacill, gli parve che il pavimento gli si muovesse sotto i piedi, che tutto il teatro girasse intorno a lui: si afferr allo spigolo della porta per non cadere. 



15.

All'ultimo plano di una casupola nel Vicolo degli Ameri abitava un giovinotto di nome Cario Tittoli. Un tempo, dal 1827 al 1828, egli bazzicava in casa di Enrico e di Agatina, in Piazza degli Amieri.
Il giovinotto aveva concepito una forte passione per Antonietta.
La ragazza lo corrispondeva poco sulle prime, ma le sue assiduit, le sue premure, la sua costanza la vinsero. Essa leggeva negli occhi di quel giovinotto un affetto ardente, sincero, e ne fu commossa.
La sera pi volte a ora tarda, guardando verso la finestruola della stanza ove sapeva che egli studiava, la vedeva tutta illuminata.
Il giovane passava le lunghe notti sui libri nella grande cameraccia in cui avrebbe dovuto dormire e dove il freddo lo rattrappiva, lo agghiacciava.
Povero giovane! egli studiava, e si logorava, e faticava, e si riprometteva una sola ricompensa: gli sguardi teneri, le parole benevole di Antonietta.
Ma Antonietta incontr un giorno, come abbiamo raccontato, il pittore Roberto Gandi nel salotto del suo maestro Binda; fu affascinata dall'artista celebre, elegante, e non pens pi, proprio pi, all'infelice giovinotto, cui aveva mostrato appena una lieve simpatia, e al quale un tal abbandono spezzava il cuore.
 vero che Carlo in quel periodo fa provato da dolori ben pi terribili.
Perdette il padre: rimase solo con la madre ed una sorella.
Pochi mesi dopo la morte del padre, una notte la sorella fugg di casa.
Non seppero per un pezzo dove fosse: pi tardi Carlo ricevette uno di quei colpi, da cui  difficile guarire, venendo a conoscere con certezza che sua sorella era fuggita con un vecchio signore fiorentino ed erano ambedue andati in paese forestiero.
Carlo Tittoli non si lasciava pi vedere. Viveva in una immensa povert e in un'immensa tristezza, e non trovando alcuna consolazione al suo sconforto, e sostenendo lotte inaudite per simulare alla madre le proprie torture e per non inacerbire quelle della disgraziatissima donna.
Il pensiero di Antonietta gli tornava spesso alla mente, ma lo cacciava come un pensiero importuno, si rimproverava pur di averlo alimentato.
Quel pensiero era per lui un rimorso.
Chi sa, egli si diceva, che, se invece di badare agli amori, avessi pi vegliato sulla sorella, mi fossi pi occupato di lei, chi sa che non avessi potuto ritenerla, impedirla dal precipitare in tanta abbiezione. E poi egli non doveva amare sua madre? E chi altri avrebbe egli dovuto, o potuto amare?
Tali cose ragionava, ma il cuore, che poco si appaga di ragionamenti, gli dava torto e Antonietta, la vezzosa e erudita fanciulla, gli veniva sempre al pensiero.
Non la cercava, si contentava di stare ore intiere dietro i vetri scoloriti della sua finestruola per vederla quando usciva, o quando tornava a casa, non le parlava pi, ma la sentiva, la sentiva nella sua anima, come tutti i grandi innamorati, che hanno nemica la fortuna.
Neppure i libri, gli studii lo distraevano pi; tutto gli inspirava disgusto.
Se non fosse stato per sua madre, si sarebbe volentieri liberato da s di un'esistenza, che non gli recava altro che lacrime, trafitture e cocentissime pene.
Una sera, nel dicembre del 1830, egli se ne stava solo nella sua soffitta.
Sua madre era scesa a comprare qualche magro commestibile nel Mercato.
Senti un passo sonoro per la scala, un passo a lui ignoto, inusitato in quel luogo.
Gl'inquilini di certe case si riconoscono fra loro anche al modo di salire, di scendere le scale. In certe persone, che menano vita monotona, sedentaria, i sensi, non affaticati, non distratti, acquistano una straordinaria acuit, e tutti i pi piccoli e volgari incidenti acquistano un'importanza, l'orecchio si famigliarizza mirabilmente a certi suoni, a certi rumori, a certe inflessioni di voce.
Il passo cess e un colpo energico fu dato nella porta da una mano robusta.
Il colpo si rinnov due o tre volte.
Ma poich Carlo non si moveva, la porta che era soltanto semichiusa, bruscamente urtata si spalanc.
Un uomo apparve sulla soglia.
Era vestito con qualche ricercatezza, sebbene avesse nella fisonomia un non so che di sarcastico, di diffidente, di indagatore, que' tratti psicologici, che l'attento osservatore scuopre facilmente nel volto di tutti gli uomini, che anche per poco si sono trovati in mezzo ai misteri, ai raggiri, alle operazioni della polizia.
 permesso! disse il nuovo arrivato, con un tuono, che si sforzava di rendere mellifluo e cortese.
Si accomodi pure! disse Carlo, che si sentiva turbato e sorpreso da quella visita.
Si era alzato, e offriva la sua sedia allo sconosciuto.
Grazie! questi rispose, richiudendo la porta con precauzione. Io non debbo rimanere qui che pochi secondi: il tempo di farle un'imbasciata. Prima di tutto debbo presentarmi a lei.
Si sbotton l'abito nero e Carlo atterrito vide sul petto del suo ospite la piccola tracolla di pelle lustra, con placchetta d'argento, che era il distintivo dei graduati della milizia civile.
Ma che cosa lei viene a far qui? domand Carlo come fuori di s.
 ella il signor Carlo Tittoli? riprese l'agente.
S, signore.
Sua Eccellenza il Presidente del Buon Governo la invita a recarsi da lui questa sera un quarto d'ora prima della mezzanotte.... Lei, uscendo di casa, mi trover allo sbocco del vicolo: io avr un gran mantello, e un cappella a falde larghe. Lei mi seguir. Io la condurr non al palazzo, dove ha residenza, ma alla casa dove abita il Presidente con la sua famiglia.... Non sar veduto da alcuno.
Ma che cosa il Presidente del Buon Governo pu volere da me?
Qualche cosa di spaventevole, mio caro giovane, riprese il funzionario, con molta seriet. Noialtri della polizia non entriamo in una casa che per portarvi, nostro malgrado, la sventura e la desolazione. Si prepari a ricevere qualche tremenda notizia.
Ecco mia madre! disse il giovane in preda alla disperazione.
Dunque siamo intesi!
Si, un quarto prima della mezzanotte.... balbett Carlo.
E non parli di questo incontro con alcuno! soggiunse l'agente, mettendosi un dito sulle labbra. E ricordi le pene, che incontrano coloro che osano trasgredire agli ordini della polizia.
L'agente usc e si trasse in disparte, in modo rispettoso, per cedere il passo alla vecchia, che gi era arrivata dinanzi alla porta.
Il figliuolo per solito era sempre taciturno.
Essa lo vedeva tutto rannuvolato, ma non os fargli alcuna osservazione su quella visita.
Quando suonarono le undici e tre quarti, Carlo si alz, prese il suo tabarro, si mise il cappello.
Esci! domand la vecchia.
SI, mamma, ho stasera un affare di molta premura.
Dio ti benedica, figliuolo!
In strada, Carlo trov l'agente, che lo aspettava, e senza scambiare n una parola, n un saluto, si misero in cammino. 



16.

Non so se a me, umile romanziere, disdica il mescolare a' miei racconti la storia.
Ma  certo che io debbo in brevi, rapidissimi tocchi accennarvi, come quelli fossero giorni molto duri per la Toscana: giorni di mene poliziesche, di continui terrori, che la polizia aumentava, faceva nascere col suo truce apparato.
Il Granduca, tornato da poco pi di un mese dalla sua visita alle Corti di Dresda e di Berlino, aveva avuto in viaggio notizia della caduta di Carlo decimo Re di Francia.
Tale caduta sbigottiva allora gli animi pusilli di tutti i principotti e i tirannelli, che a stento si reggevano sui loro troni.
Appena fa risaputo il giorno in cui il Granduca sarebbe tornato a Firenze, varii cittadini vennero in divisamento di preparargli grandi feste, e cos levargli dall'animo ogni tetra apprensione.
Erano tra' promotori Gino Capponi, Pier Francesco Rinuccini, Cosimo Ridolfi, il cav. Giovanni Ginori.
Il Ministero dette autorizzazione che le feste si facessero; consent che si aprissero sottoscrizioni; poi sul pi bello proib tutto, dicendo che era mestieri saper prima dal venerato Granduca se egli avrebbe avuto in grado simili esultanze.
Naturalmente il Granduca rispose che non gli piaceva che il popolo incontrasse dispendii per lui e non ci furon pi feste.
Se ne risentirono aspramente il Capponi, il Rinuccini, il Ridolfi; gridarono che questo era un tiro, un tranello della polizia, la quale voleva tener sospeso l'animo del principe, indurlo a cacciare gli esuli dalla Toscana, mettere in discredito i liberali del paese, spargendo la diffidanza di supposte cospirazioni.
Il Ridolfi era de' pi fieri contro la polizia allora onnipotente, e ne voleva almeno destituito il capo; ma nulla ottenne, e scrisse una lettera dando le sue dimissioni da direttore della zecca, e direttore della Pia Casa di Lavoro.
E sacrificati alle soverchianze della polizia furono pure un Gino Capponi, ciambellano di S. A. I. e R. e Pier Francesco Rinuccini, maggiordomo della Granduchessa, consigliere di Stato, ecc., ecc.
Quasi inesplicabile apparisce la durezza del principe a chi legge la lettera con cui il Capponi e il Rinuccini offrirono concordi le loro dimissioni.
Con le feste da essi promosse, dicevano, "era nelle intenzioni loro la espressione dei sentimenti non dubbiosi, n taciti di fiale reverenza, d'amore, di gratitudine, ai quali consentono tutti i sudditi fedelissimi dell'A. V, i. e R."
E adducevano "il sospetto doloroso che un atto d'amore sia quasi trasformato in colpa...; aggiungendo che il sospetto di disfavore presso il loro principe penetr addentro ne' loro cuori."
Ma pi che agli atti d'amore d'uomini probi e integri il Granduca era intento a dare ascolto alle suggestioni, alle insinuazioni, alle esagerazioni con cui lo spaventavano i suoi destrissimi, implacabili poliziotti.
Costoro, specialmente alcuni, erano veramente feroci contro i politicanti, i settarii, i liberali; pi feroci che contro gli stessi ladri e omicidi, e trovavano nelle Rote Criminali giudici di una insolita severit, di una asprezza pari alla loro.
Sul finire di quell'anno 1830 la polizia toscana era guidata da uomini ligi alla polizia austriaca modenese: voleva atterrire con nuove gesta, empiva le citt di sue spavalderie. Faceva correre voci sinistre, aveva sete rabbiosa di prevalere ad ogni costo. Suo scopo era di raccogliere, di avvincere a s uomini energici: uomini di muscoli vigorosi e di mente sottile: era cupida di forze e di intelligenze.
Le dimissioni del Ridolfi, del Capponi, del Rinuccini da impieghi, da cariche di Corte dimostravano chiaro se la polizia fosse divenuta formidabile: dissuadevano da ogni opposizione ad essa: ne aumentavano la gi immensa autorit, e le paure che incuteva.
E arbitro di tutta la polizia toscana era allora un solo uomo, violento, ardimentoso, intrattabile; l'uomo da cui il giovane Carlo Tittoli era aspettato con impazienza.
Intanto, in compagnia dell'agente, egli aveva gi traversato lentamente varie strade, che stante l'ora inoltrata erano solitarie e quasi al buio.
Di tratto in tratto si abbattevano in qualche birro, che alzava loro la lanterna sugli occhi, e riconosciuto l'agente si cavava il cappello e strisciava una profonda riverenza.
All'entrata di via Torta due birri stavano dinanzi al portone di una casa.
L'agente mormor tra i denti una strana parola, che Carlo non intese: quindi tir il campanello.
I birri non si mossero, come se fossero stati di pietra.
La porta fu aperta e l'agente fece entrare Carlo avanti a s.
Uno dei birri allora si stacc dal muro e tir a s con forza il portone richiudendolo, mentre Carlo era condotto dall'agente in una grande stanza al pianterreno.
La stanza era quasi smobiliata: ci era solamente davanti a una parete una tavola, coperta di un tappeto assai frusto e tra la parete e la tavola una poltrona; poi altre due seggiole intorno alla tavola.
A un'altra parete era appoggiato un canap in assai cattivo stato.
La stanza era illuminata da due lumi a olio fissi nel muro, che mandavano una luce rossastra.
L'agente si ritir e Carlo rimase solo.
Pochi minuti dopo entr il Presidente del Buon Governo.
Era un uomo di mezzana statura, con barba grigia, di maniere piuttosto ruvide e risolute. Aspetto bieco: gran talento birresco. Chi lo aveva molto in pratica, sapeva che egli non rideva, n sorrideva mai.
Accenn appena un saluto al giovanotto, che non rifiatava, e che si sentiva come inchiodato sul pavimento dal raccapriccio e dalla commozione che gli inspirava il trovarsi in quel luogo.
Ho da darle, cominci il funzionario, tenendosi ritto, rigido dinanzi a lui, col suo volto cupo e gestendo nel modo pi brusco, ho da darle, riprese dopo breve e lugubre pausa, una cattivissima notizia.
Carlo si sentiva avvampare.
Restava muto, con gli occhi bassi, non sapendo neppure immaginarsi, e aborrendo dall'immaginare la grande sventura, che stava per colpirlo.
Vostra sorella.... disse il Presidente.
A tali parole Carlo ebbe un brivido.
Vostra sorella  stata arrestata.... a Venezia.
Il giovinetto impallid, si sorresse ad uno spigolo della tavola, alz gli occhi e li figgeva con una ineffabile espressione di dolore in quelli freddi, impassibili, verdognoli dell'altissimo funzionario.
Ho qui un rapporto della polizia austriaca, riprese questi, traendosi un foglio dalla tasca interna del soprabito, in cui si trovano le prove pi aggravanti contro di essa.  accusata, e posso dire convinta di falso in atto pubblico.... Ha falsificato varie firme del suo vecchio amante il duca di Tadilli....
 Carlo si port le mani al volto. L'onta e il dolore lo soffocavano.
Ed  altres, concluse impavido il funzionario, con la sua voce pi sonora, accusata di frode.
Carlo aveva il pudore delle anime delicate, le quali rifuggono dal dimostrare le proprie sofferenze agli occhi dei profani, degli indifferenti. Per sino allora era riuscito a contenersi, sebbene sentisse che il cuore gli si schiantava.
Ma non pot regger pi oltre e si slanci verso il canap, sul quale si gett con la testa appoggiata ad una delle spalliere e, senza che una lacrima gli sgorgasse, gridava accasciato, affranto, contorcendosi tutto:
Ohim! ohim! Ma perch io non posso morire?
Il Presidente restava sempre in piedi, in mezzo alla stanza, severo, accigliato: quel cordoglio faceva in lui l'effetto, che fa una goccia d'acqua correndo sopra una statua di bronzo.
Lei dimentica, disse egli con calma, rivolto al giovane, che si trova dinanzi al primo funzionario della polizia?
Non lo dimentico! balbett il giovane balzando in piedi, affranto dalla sua ambascia.
Non bisogna parlar di morire.... esclam il Presidente. Bisogna vivere e pensare a rendersi utile.... a vendicarsi di questa societ, che lo perseguita.... Bisogna saper combattere nella vita.... Ho combattuto tanto io.... e combatto ogni giorno, ogni minuto.... Lei pu, se vuole, salvare sua sorella, l'onore della sua famiglia, provvedere al proprio decoro....
In che modo! chiese Carlo timidamente.
Lei mi domanda in che modo? replic il Presidente. Glielo dir io.... Ci  oggi una carriera aperta a tutte le intelligenze, a tutte le volont, a tutti gli uomini d'energia; una carriera, che innalza rapidamente, nella quale  dato al pi umile di elevarsi, di attirare sopra s lo sguardo del Sovrano.... Questa carriera  la polizia....
Carlo fece un gesto di orrore.
Ah! lo vedo!... Lei partecipa i volgari pregiudizii, le sciocche e crudeli antipatie contro la polizia. Io stesso ho tanto sofferto nei primordii della mia carriera per questa ingiustizia. Tutti disprezzano una professione, che  la pi utile, la pi necessaria al benessere sociale. Ascoltatemi bene, prosegu il Presidente, assumendo quel tuono severo e famigliare con cui gi aveva annunziato a Carlo l'arresto della sorella, ascoltatemi bene, giovanotto, io vi parlo per vostro vantaggio, e perch avrei fatto un certo disegno su voi.... In questo momento le maledette stte politiche pullulano, non solo in Toscana, ma ne' paesi circonvicini; si congiura contro i Sovrani, che Dio ha posto sui troni per la felicit dei popoli. Voi siete istruito, avete un bell'aspetto, la parola pronta, eloquente....
Carlo faceva segni di diniego.
Modestie inutili!... Credete che prima di chiamarvi qui, io non mi sia bene informato? So che voi avete studiato molto, sofferto molto, so perfino che voi siete liberale....
Il giovane gett sul funzionario uno sguardo audacissimo. Le sregolatezze, le turpitudini di sua sorella lo avevano raumiliato, ma ora, come cittadino, si sentiva pronto a sfidare qualunque pericolo, a sostenere le sue idee generose contro qualsiasi attentato.
Risparmiatemi ciancie! riprese il Presidente, che aveva gi indovinato nello sguardo del giovane una violenta interruzione. Non  luogo, n tempo di ciancie, ve rassicuro.... Voi siete in un'et che inspira fiducia, voi siete conosciuto come non contrario a certe opinioni che ora riscaldano i cervelli.... Ho gi parlato di voi col Sovrano.... Farete subito un giro fuori della Toscana.... Vi daremo denari.... vi troveremo un pretesto.... Una pubblicazione artistica, per esempio, sotto il patrocinio di Sua Altezza, per l'illustrazione di certi monumenti.... Vi daremo lettere per i nostri amici sanfedisti delle Romagne.... Recapiterete loro queste lettere e li visiterete occultamente.... Il vostro scopo, la vostra cura principale sar di mescolarvi coi liberali, di farvi inscrivere nelle loro stte, di giungere ad essere nominato da loro ai primi gradi, vi metterete in corrispondenza coi liberali toscani e i liberali delle Romagne, cercherete di aver in mano vostra scritti autografi, nomi, prove di atti compromettenti nel maggior numero che potrete....
Ma, signore, che cosa osa propormi?... Come lei ha il coraggio d'insultare un infelice? esclam Carlo, in un impeto di generosa indignazione.
Il presidente si teneva ora appoggiato alla tavola, in atto di grande dignit.
Dunque, egli disse, scolpendo ogni sillaba, e parlando con molta lentezza, dunque voi, miserabile, fratello di una donna perduta, di una donna falsaria, ladra....
Carlo gett un grido di spasimo e di nuovo si copr il volto con le mani.
Voi, continu il Presidente, inesorabile, che fra giorni potrete udire il vostro nome pronunziato nell'aula della Rota Criminale, e potrete vederlo scritto sopra un cartello infame portato sul petto da vostra sorella nell'ora della gogna, in pubblico, dinanzi a tutta la canaglia di Firenze, accanto al boja.... voi, dico, giovanetto imberbe, arrossireste di appartenere alla polizia alla quale io, uomo maturo, agiato, fortunato, dopo tante fatiche, e tanti sacrifizii, mi onoro di appartenere!... Ma che cosa credete che sia questa polizia?... Non conosco nulla pi Idiota, pi insensato del disprezzo, che si getta sulla nostra professione. La disprezzano, ma come tremerebbero tutti.... i vili.... che ci disprezzano.... se noi non vegliassimo per loro, se li lasciassimo in balia degli armeggioni, dei capi scarichi, dei furfanti.... se i nostri subalterni non esponessero per loro ad ogni istante la vita!... Quanti, quanti di questi poveri agenti, che il mondo vilipende con nomi obbrobriosi, quanti di essi, ditemi, sono morti da eroi, combattendo contro malfattori, contro assassini, sono morti vittime del proprio dovere?... Una cittadinanza savia, illuminata, riconoscente dovrebbe ricordare, con ben altri sentimenti di quelli che ha, le famiglie, nelle quali di generazione in generazione vi sono stati uomini, che hanno avuto l'abnegazione di dedicarsi alla polizia.... Chi farebbe la polizia, cio il pi importante, il pi salutare servizio dello Stato, se tutti rifiutassero?... Sono pazze codardie, ve lo ripeto!...
Il volto dell'illustre poliziotto gettava lampi di soddisfazione. Egli appariva quasi trasfigurato. Parlava come uno degli antichi capitani nell'ora precedente ad una grande battaglia.
Carlo udiva que' discorsi trasognato, crucciato da mille angustie.
La polizia  stata riabilitata, riprese il presidente, nel momento in cui il nostro sommo Pietro Leopoldo entr una sera nel Casino dei Nobili, appoggiandosi al braccio di uno dei pi grandi uomini, che abbia avuto la polizia toscana.... il Chelotti.... Cos il Sovrano mostrava alla sua putrida aristocrazia, che vi  un'aristocrazia anche fra gli uomini, i quali nell'ombra si travagliano a difendere la moralit, le istituzioni, a guarentire e preservare l'ordine pubblico.... Pietro Leopoldo e il Chelotti hanno governato, regnato insieme per varii anni. Il Principe non sarebbe riuscito forse a far tanto quanto fece, senza l'abilit, lo zelo, la lealt del suo servitore.... La missione che io voglio affidarvi  lucrosa,  delicata, richiede un uomo di tatto e d'ingegno.... voi avrete l'insperato onore di poter conferire fra qualche tempo col Sovrano e di ricevere dal suo labbro augusto una parola di approvazione.... voi diverrete referendario.... al mio stipendio.
Ognuna di quelle frasi apriva una ferita nel cuore di Carlo Tittoli.
Se accettate, il processo iniziato contro vostra sorella, non sar continuato: la faremo chiudere per ora in un convento: poi provvederemo ad essa: la manderemo in qualche piccola citt austriaca dove le troveremo una occupazione.... Accettate, accettate?
No, no, mille volte no.... meglio subire qualunque umiliazione, qualunque tortura piuttosto che questa ignominia!...
Ma non pensate, giovane incauto, che vostra madre, la vostra povera madre, quando sappia le nefandezze della propria figliuola, quando oda la campana del Bargello suonare, mentre essa sar esposta alla gogna, potr davvero morir di dolore?
Ah, mia madre! mia madre! disse il giovane dando finalmente in uno scoppio di lagrime, mamma! prosegu dopo pochi istanti di esitazione, o cara mamma! perdonami quello che ora faccio per te!
Accettate? incalzava il funzionario.
Accetto!... rispose Carlo con voce ferma in mezzo a' singhiozzi.
E allora firmate questo foglio.
Il funzionario indic a Carlo un foglio steso sulla tavola.
Qui, aggiunse, accennandogli la parte estrema del foglio.
Carlo prese la penna con mano tremante. 



17.

Carlo Tittoli partiva, pochi giorni dopo, per un viaggio nelle Romagne.
Si gett nelle mene poliziesche a corpo morto.
Appena entrato nella polizia, lo aveva inebriato quella specie di occulta potenza, che trovano in essa coloro che vi appartengono; lo aveva inebriato ci che essa ha di misterioso, di dominatore, di impreveduto.
La polizia!... Si dice presto: una cosa vile per voi, per lui, per quelli che non ne sanno nulla, che non la conoscono; ma di quante bramosie, di quante invidie, di quanti desiderii,  la mira! Domandatelo agli uomini, che in servizio della polizia spendono minuto per minuto il tesoro della loro esistenza; agli uomini, il cui sangue, il cui cuore, il cui nome, appartengono a questa istituzione!
La polizia! accozzaglia di pretoriani, di sgherri, di delatori: conventicola di uomini rabbiosi, senz'anima, senza educazione, senza ingegno, senz'alcuna raffinatezza.
Cos dicono i pi. E pure la polizia rimane tuttora quasi un mondo ignorato: ha abitudini, una lingua sua propria:  un'isola, per cos dire, alla quale pochi hanno abbordato, e di cui gli altri parlano a caso, perch la vedono segnata nelle carte, e ne conoscono il nome.
Anche la polizia ha le sue attrattive, le sue commozioni, e grandi commozioni, le sue febbri di ambizione, i suoi giorni di impopolarit e i suoi giorni di gloria.
L'agente  quasi grottesco quando passo passo spia un mariuolo e lo ghermisce proprio nel momento in cui egli vi leva di tasca il fazzoletto; ma che cosa  nel giorno in cui affronta i colpi dei sassi, espone il petto nudo ai proiettili delle plebaglie, e per difendere beni che non sono suoi, cittadini, che non lo amano, muore da valoroso!
Carlo Tittoli vilipendeva ormai la sua indole generosa ne' pi abbietti uffici polizieschi. Era entrato fra i delatori, che il Capo della polizia era avido di possedere, sulla lor semplice denunzia proponeva condanne tanto severe ed ingiuste, che nel caso di Francesco Domenico Guerrazzi, allora giovanissimo, venuto poi in gran nome, e dei fratelli, strapparono un grido d'indignazione al ministro Don Neri Corsini, grido cos forte di una coscienza onorata, da far rientrare in s il Sovrano e persuaderlo che troppo favore e troppa baldanza erano alla polizia accordati contro la equit e il diritto.
Ma Carlo Tittoli cercava nelle gesta poliziesche un modo di dimenticare i suoi affanni, uno sfogo a' cocenti martori che l'opprimevano. Pensava alla famiglia e gli veniva innanzi la odiosa immagine della sorella; poi la sua infanzia squallida, piena di privazioni, di miseria, malaticcia e sconsolata. Pensava al mondo, alla societ, e gli appariva dinanzi il divino, il gentile, il soave, l'adorabile aspetto di Antonietta. In quegli occhi azzurri, in quel volto mirabile di perfezione, per lui brillava un raggio di felicit. Per Antonietta non si era presto dimenticata di lui, non lo aveva anch'essa disprezzato, abbandonato, contristato, come tutto lo aveva ferito e contristato sin dalla nascita? Ecco perch la polizia lo aveva facilmente guadagnato e si era gettato in essa, e vi si era stordito.
Verso la fine del gennaio 1831 era tornato a Firenze carico di allori polizieschi, gi rispettato e temuto, dopo cos breve tirocinio, fra la gente della polizia sulla quale aveva acquistato grande influenza.
Egli usciva talvolta per le vie pi frequentate in compagnia del Presidente del Buon Governo.
Ve lo aveva detto, e lo aveva indovinato, gli ripeteva questi sovente, che in voi ci era la stoffa di un uomo raro per la nostra professione!... La vostra intelligenza, il vostro ingegno, la vostra perspicacia ci hanno dato gi nobilissimi frutti, gli diceva un giorno nei primi del febbraio 1831. Il giorno 10 dovete venire con me al passeggio degli Uffizi. Ci sar il Sovrano, gli ho gi parlato di voi, ed io desidero di mostrarvi a lui.
Va bene! rispose Carlo Tittoli sorridendo.
Egli era affatto cambiato.
Non era pi il povero giovane reietto, solitario, che si vedeva da tutti respinto, e che si struggeva in tenerezze non corrisposte, in sentimenti affettuosi, delicati, de' quali nessuno gli sapeva grado.
No, era un giovane dallo sguardo fulgido, altero, dalle guance rosee, con un perpetuo sorriso di contento a fior di labbra. In questa lotta tra lupi ed agnelli, tra i deboli, i timidi, gl'ignari, e gli scaltri, gli sfrontati, i forti, egli ormai aveva scelto il suo posto, il posto migliore: si era imbrancato a dirittura fra i prepotenti ed i lupi, fra coloro che mangiano, che si vendicano, che hanno pugni ed artigli, ed aveva lasciato in non cale quelli che soffrono, che stentano, che illanguidiscono.
Vestiva con sfarzo: sempre in giubba lunga, secondo era allora l'andazzo, con bottoni di metallo, pantaloni stretti, aderenti alla gamba in modo che ne disegnavano le linee e si abbottonavano sullo stinco; corpetto bianco, aperto a cuore, con apertura molto scavata: un gran cravattone: una lente d'oro, di quelle montate in astuccio, e che si tenevano con la mano ritte dinanzi agli occhi; un bastoncello sottile in mano, il bastoncello dal quale era venuto agli eleganti il nome di frustini, sorto appunto in tali giorni.
Conforme all'invito ricevuto dal Presidente, Carlo Tittoli la mattina del 10 febbraio 1831 si rec al passeggio sotto gli Uffizii.
La festa carnevalesca era delle pi allegre e pittoresche, giocondata da un magnifico sole.
Il popolo delirava, non soltanto per la presenza del Sovrano, della sua famiglia e della sua Corte, ma per la presenza altres di un principe orientale, il Bey d'Algeria, che passeggiava sotto gli Uffizii, in splendido arnese, circondato, seguito da altri personaggi in pittorici e ricchi abbigliamenti.
A un tratto Carlo Tittoli vide il Sovrano, che passandogli daccanto, lo guardava.
Vicino al Sovrano era il Presidente del Buon Governo.
Ma, passati il Sovrano e l'arciduchessa Maria Luisa, che era a poca distanza dal fratello, si accost a Carlo un uomo tutto lacero, e tutto in disordine, e lo urt in un braccio, facendogli cenno di volergli parlare.
Quell'uomo era l'ebreo Isacco Spoleto, colui che nella sera del 14 gennaio aveva trascinato nel Ghetto Antonietta svenuta, dopo il delitto commesso nel Vicolo della Luna.
Ho capito! ho capito, Isacco! disse l'uomo elegante, prima che il povero ebreo avesse parlato. Aspettami stanotte.... Ma con chi hai lasciato la ragazza? soggiunse a voce pi bassa.
Antonietta  sotto buona guardia.... stia sicuro.
Vai!
Va....
Avanti che l'ebreo avesse finito di dire: va....do, Carlo Tittoli gli aveva gi voltate le spalle e si era confuso tra la folla, sbirciando con la sua lente d'oro le ragazze, e di tanto in tanto rispondeva con un leggero cenno del capo al saluto profondo di qualche basso arnese della polizia. Alla fine Carlo Tittoli si ferm davanti al palazzo della Zecca, nel quale oggi hanno gli ufficii le RR. Poste. Allora, dove oggi sono le due porte per le quali si accede al grande cortile in cui si fa la distribuzione delle lettere, erano alte finestre con inferriate.
A queste finestre nel gioved grasso, e negli altri giorni del passeggio carnevalesca sotto gli Uffizii, si mettevano sui davanzali guanciali rossi con frange d'oro, e su questi guanciali venivano ad appoggiarsi i bambini della Corte, o delle pi ragguardevoli famiglie fiorentine, e dietro le inferriate si vedevano le loro faccette paffutelle, pienotte, i loro occhietti furbacchioli e irrequieti e talvolta spenzolavano le loro manine rosee di qua dai ferri, tendendole a qualche bella, curiosa mascherina, negli anni in cui alle maschere era permesso andare attorno.
Carlo Tittoli fu raggiunto, mentre guardava fisso una delle inferriate dietro alla quale si baloccava un piccolo arciduca, dall'Ispettore capo della polizia, quello stesso che la notte del 14 gennaio si recava, scortato da ufficiali e da agenti, nel Vicolo della Luna.
Buon giorno, signor Tittoli! disse l'Ispettore, porgendo la mano all'uomo in auge, al beniamino del Presidente del Buon Governo, all'uomo di vivacissimo ingegno, e di fina e rara coltura, che gi aveva nella polizia nemici e invidiosi. Si diverte? aggiunse il funzionario, rimettendo la mano, che aveva teso al Tittoli, e che egli aveva stretta, tra un occhiello e l'altro del suo soprabito nero, attillato, e accuratamente abbottonato.
A dirla a lei, rispose il Tittoli, con quell'aria spensierata, che fingeva di avere da molto tempo, dacch era entrato nella polizia, dirla a lei, io mi diverto sempre.... E poi chi non si divertirebbe qui.... Non ostante le maligne voci che si fanno correre, non ostante che si cerchi ogni mezzo per destare timori, il popolo  contento, felice, il popolo gode, e lo dimostra con l'affetto, con la rispettosa espansione con cui saluta il Sovrano e accoglie la sua giovane famiglia....  una giornata di primavera, una di quelle giornate in cui il sole fa sbocciare le rose anche di febbraio nel nostro bel clima.... Io guardavo ora quei fiori vivi, l dietro le inferriate.... quei bambini nobili, ricchi, la speranza, la gloria futura della nostra citt, gli uomini che un giorno noi vorremmo servire con tutto l'ardore di cui siamo capaci....
Vorremmo?... ma dica pure: che li serviremo. Specialmente lei, Tittoli, lei che  giovane, che ha tante qualit, lei che arriver presto di certo a quei gradi, ne' quali anche nella nostra professione si giunge a poter trattare, conferire direttamente coi pi alti personaggi, a esser consultati, richiesti da essi di consiglio con molta deferenza.... Io sono pi vecchio di lei e forse....
L'Ispettore aveva pronunziato tali parole con una certa amarezza, in preda a un sentimento di gelosia.
Ebbene! esclam il Tittoli. Siamo di carnevale e dovremmo scacciare certi pensieri ma non mi riesce. Io ho un presentimento....
Quale! interrog l'Ispettore con ansiet.
Veda, disse il Tittoli, facendogli volgere gli sguardi verso le inferriate, e parlando come in tuono profetico, a me pare di esser quasi sicuro che nessuno dei figliuoli del nostro Granduca sieder sul trono del padre, che nessuno di quei figliuoli di Bali, di Ciambellani, di Gran Croci....
Per carit, non parli a voce cos alta.... ci potrebbero udire!... interruppe l'Ispettore.
Ha ragione! ha ragione! prosegu il Tittoli, che si era lasciato vincere un poco dalla sua foga. Ma queste cose, che dette da altri, basterebbero a provocare severe condanne: carcere, esilio, dette da noi, chiunque le sentisse, le crederebbe proferite per ischerzo.
Carlo Tittoli aveva per in quel momento uno di quei lampi di lucidit meravigliosa, che rischiarano talvolta la mente dell'uomo; lo fanno con sicurezza presago dell'avvenire.
Parliamo d'altro! disse in tuono risoluto l'Ispettore.
Parliamo pure di quello che vuole! riprese il Tittoli.
E si misero a passeggiare su e gi per gli Uffizii, chiacchierando fra loro.
L'Ispettore sembrava di quando in quando assorto, distratto, preoccupato.
Ma lei oggi non  ne' suoi cenci? domand il Tittoli con la sua solita ilarit forzata. Non ha una fisonomia da gioved grasso.
Le dir, mio caro, replic l'Ispettore con gravit e sempre pi rannuvolandosi tutto, io non posso darmi pace, e la sua voce diveniva molto sommessa e quasi parlava all'orecchio del Tittoli, che la polizia non sia riuscita ancora a scuoprire il vero movente del delitto del Vicolo della Luna....
Carlo Tittoli sostenne il colpo impassibile, impavido, da uomo abituato alle sorprese.
Si volse all'Ispettore con fisonomia molto calma, e quasi sogghignando:
O non hanno scoperto tutto? L'assassino non  in carcere? Non gli  stato gi comunicato il libello d'inquisizione? Non ha gi nominato a suo difensore il celebre avvocato Argellini?
Anche il Tittoli parlava lentamente e a mezza voce.
Sono lustre!... L'assassino  in carcere.... Sar condannato di certo questo imbecille.... La forma  salva.... Ma la polizia  disonorata.
Perch? continu il Tittoli, con la sua affettata ingenuit.
Perch due persone sono fino ad ora sfuggite all'inquisizione e alle indagini della polizia: il mandatario, o il complice necessario e la donna....
Carlo Tittoli non pot rattenere un gesto.
Si distragga, Ispettore! disse con ironia.
In Quaresima la polizia sar pi fortunata.... Ma vedo che  tardi, ed io ho altre occupazioni.... A rivederci!
E si accomiat.
In pochi minuti Carlo Tittoli giunse alla casupola nel Vicolo degli Amieri ove abitava sempre sua madre, e dalla quale egli aveva guardato per molti anni la finestra sulla Piazza vicina, cui soleva affacciarsi talvolta Antonietta. 



18.

Da una mezz'ora Carlo Tittoli se ne stava solo nella stanzetta in cui aveva passato gli anni penosi, difficili, stentati, della sua infanzia e della sua giovinezza.
Oggi mai era altr'uomo.
La polizia non lo aveva ancora disonorato! Al suo viaggio aveva servito di pretesto una pubblicazione artistica; passava nell'opinione dei pi per un giovane molto istruito, che il Sovrano proteggeva.
Ma nel segreto dell'animo egli sentiva un profondo disgusto della propria abbiezione.
Il sole cadeva, e nella stanza cominciava a far quasi buio. Guardava il Tittoli le squallide pareti, triste, angusto orizzonte al quale si erano rotte le fragili ali, tante sue illusioni e tante speranze.
Egli era stato nella vita un grande sventurato: lo sentiva, e se ne accorava.
Sotto gli abiti fini, sotto il costume signorile che indossava, la sua miseria morale gli appariva pi sconcia e pi riprovevole.
Almeno, quando era povero, aveva la propria stima, aveva diritto a quella degli altri, poteva alimentare l'idea di una lontana felicit.
E ora?
Ricordava il tempo del suo amore per Antonietta, quando pensava di continuo alla bionda ragazza, quando la fisonomia di lei, mentre egli studiava, veniva a frapporsi, come una visione, fra' suoi occhi stanchi e la pagina sulla quale meditava.
Quante giornate egli aveva trascorse rallegrate da un solo pensiero, quello di andare la sera in casa di Antonietta con sua madre, di vederla, di udirla parlare, di star con lei alcune ore!
 vero che sovente se ne tornava alla sua casupola pi straziato, pi angustiato di prima, e per intere notti non poteva prender sonno, e versava lacrime, perch la ragazza gli aveva detto qualche parola che gli riusciva amara, o eccitava le sue gelosie.
Per che gl'importava? Soffrire per lei non era gi una grande felicit? E appena se n'era staccato, lo dominava un pensiero unico, quello di tornare a vederla il pi presto che fosse possibile.
Antonietta ora non lo amava pi.
Ma ormai era egli pi degno dell'amore di alcuna donna buona e di alto sentire?
 vero che Antonietta era stata con lui molto dura.... Non solamente non lo amava, ma amava un altro, e lo aveva tradito.... Aveva tradito lui, che per essa era pronto a dare goccia a goccia tutto il suo sangue.
O donne! egli mormorava fra s, seduto dinanzi ad una tavola, e sorreggendosi la testa con ambe le mani.
E mentre egli prorompeva in quella esclamazione, due donne gli tornavano alla memoria: sua sorella e Antonietta.
Quanto le aveva amate, stimate, adorate ambedue! Quanta gioia, quanta consolazione aveva sperato da esse! E come avevano ambedue corrisposto al suo affetto? Una lo aveva disonorato, l'altra....
Oh,  meglio non pensarci! continu a mormorare fra s,  meglio non pensarci, perch ci  da perdere la ragione.... Ma io le amo queste due donne, e le amer sino a che io vivo: l'una non ostante i suoi traviamenti, l'altra.... non ostante le sue incostanze.
E Carlo Tittoli diceva il vero.
Sua sorella gli aveva dato i pi grandi dolori, doveva a lei tutte le sue maggiori disgrazie, per non aveva cessato di amarla. Se gli fosse comparsa dinanzi, in uno slancio di effusione egli le sarebbe saltato al collo, l'avrebbe accarezzata, le avrebbe perdonato.
Tutto il male che ha fatto, ragionava fra s, non  tutta colpa sua: l'hanno trascinata, sedotta; chi sa quali spaventevoli misteri ci sono nell'indole di quella creatura cos singolare....
I rumori dei tripudii carnevaleschi, i suoni di strumenti, le grida, gli schiamazzi di allegre brigate venivano di tanto in tanto a distrarlo da' suoi pensieri. Ma sempre vi si tornava ad ingolfare.
Si domandava spesso il perch Antonietta lo avesse tradito.
E se mi voleva tradire, perch, e s'interrogava con profonda convinzione, diceva di amarmi?
Il vero  che egli non aveva mai saputo comprendere Antonietta. Antonietta non lo aveva mai amato! In certi momenti si annoiava, e permetteva che egli le stringesse la mano, che le dichiarasse che era pronto a morire per lei.... Per, la ragazza ci aveva sempre pensato poco. Nel suo cassettino di artista tenzonavano ben altre idee!
Dopo essersi addentrato per un pezzo nelle sue penose meditazioni, Carlo Tittoli si alz:
Non mi rimane che un solo espediente, egli ripeteva a s stesso, uccidermi!
Quell'idea lo funestava spesso: era stata la sua idea fissa sin dai primi anni della giovinezza.
 un'idea truce, che molti uomini portano in s, anche fra coloro che appaiono pi gai e pi spensierati. Un giorno l'idea diventa gigante, domina la ragione, la divora, la estingue, l'uomo si sente trascinato verso una suprema follia, e si precipita da s negli abissi dell'infinito....
Per, egli riprese, sino a che vive mia madre sarebbe un delitto!
Si alz e and nella stanza vicina dove sua madre, con gli occhiali inforcati sul naso, la testa coperta di capelli bianchi, stava china sopra un libro di preghiere.
Perch non sei a divertirti, figliuolo? disse la vecchierella, alzando la testa e mettendo il pollice della destra per segno fra due pagine del libro che aveva richiuso. Oggi  una giornata di svago per la giovent.
 tanto, mamma, che io non mi diverto pi, rispose Carlo in tuono ben diverso da quello con cui aveva parlato poco prima all'Ispettore, nel tuono corrispondente all'afflizione che lo rodeva.
Non mi diverto pi, replicava, avendo sorpreso un gesto d'inquietudine di sua madre, a andarmene attorno coi giovinetti, a far chiasso, a prender parte ai passatempi. Il mio pi gran piacere, lo sai, quando le mie occupazioni non mi tengono lontano,  di stare con te....
E baciava in fronte la vecchierella.
Vieni qua, Carlino mio, vieni qua, essa soggiungeva commossa, e tendendo verso di lui le sue mani scarne e tremanti. Tu sei stato sempre un buon figliuolo, tu sei stato la mia consolazione, Dio ti compenser.... Vedi, io in questi momenti in cui tutti si divertono pensavo alla nostra povera Elisa.... Dove sar la sciagurata?...
Carlo le aveva sempre tenuto nascoste le ultime colpe della sorella.
Le lacrime rigavano le guancie della povera madre.
Guarda la preghiera, che leggevo.
E riaprendo il libro, accenn col dito a Carlo alcune parole stampate in maiuscolo.
Egli si curv e lesse: "Preghiera dei genitori pel ravvedimento dei figliuoli sregolati!"
Spero che un giorno Dio me la render, mio Carlino, e me la render buona, affettuosa come te.
Carlo non poteva resistere.
Il cuore gli si schiantava.
Si butt in ginocchio dinanzi a sua madre, e prendendola per le mani fiss i propri occhi in quelli di lei.
Stettero cos muti lungo tempo, guardandosi l'un l'altro, e la madre di tanto in tanto porgeva la fronte rugosa al figliuolo, che glie la baciava.
Non voglio che tu rimanga cos chiuso in casa. Devi uscire! disse finalmente la vecchia.
Uscir, mamma, pi tardi.... quando tu sarai coricata.
Ed infatti la sera, dopo le undici e mezzo, spogliati i suoi abiti di lusso, vestito quasi rozzamente, con una lanterna in mano, e col pugnale in asta, che solevano allora portare in una tasca le persone appartenenti alla polizia, Carlo usciva dalla sua casipola, nella quale aveva voluto aver sempre dimora, non ostante la nuova fortuna.
Se ne and girando furtivamente per alcune strade fin verso il tocco, tenendo la lanterna chiusa sotto il pastrano, e standosene tutto imbacuccato.
Verso il tocco il silenzio era gi grande in tutta la citt, non ostante che fosse notte di gazzarra.
Le ronde dei birri perlustravano di quartiere in quartiere, attivissime.
Carlo udiva talvolta, nella tranquillit della notte, serena, stellata, il grido di, chi! che si scambiavano le ronde per chiamarsi e riconoscersi.
Si trov in Piazza del Duomo.
Di l con immense cautele si rec all'Arco dell'Arcivescovado, e quasi strisciando, e andando carponi, sempre stando all'erta del menomo rumore, travers la Piazza dell'Olio, e si ferm dinanzi alla porticina del Ghetto.
Aveva camminato nel buio, o quasi nel buio, sino all'Arco dell'Arcivescovado, da uomo molto pratico dei luoghi, poi aveva aperto uno spiraglio della lanterna.
Era lui, che, entrato nel Ghetto, faceva rumore nella stanzetta illuminata, aperta sull'androne.
Contro di lui Lucertolo, furibondo, inconsapevole aveva esploso la sua pistola. 



19.

Appena ebbe esplosa la pistola, Lucertolo ricevette nella mano sinistra con la quale teneva la lanterna un colpo di pietra cos forte che la lanterna and in frantumi ed egli ebbe quasi spezzato un dito.
Il dolore fu tale che cadde in terra e rimase privo di sensi.
Nella stanzetta illuminata e aperta sull'androne si trovarono tre personaggi, che i nostri lettori gi conoscono, l'ebreo Isacco, Carlo Tittoli, Antonietta.
Nel momento in cui Lucertolo li aveva sorpresi, si mettevano in assetto per una fuga.
L'ebreo Isacco, udito il colpo di pistola, senza dir che ci  dato, aveva preso una grossa pietra, che gli serviva come di alare nel piccolo camino dove faceva da s la sua magra cucina, e l'aveva scaraventata contro Lucertolo.
Carlo Tittoli aveva gi tratto fuori il suo pugnale.
Il colpo di pistola, esploso da Lucertolo, non aveva ferito alcuno, e il grido era stato gettato da Antonietta spaventata.
Per alcuni minuti, tutto fu silenzio nell'androne.
Carlo Tittoli per precauzione aveva spento il lume e richiuso l'uscio della stanza, e dietro all'uscio tutti e tre stavano in ascolto per udire se il loro sconosciuto nemico facesse qualche movimento. Ma Lucertolo giaceva in terra, sopraffatto da un grande spasimo, cos acuto che gli aveva procurato il deliquio.
Non udendo alcun rumore, Carlo Tittoli riapr l'uscio.
L'androne era tornato all'oscuro.
Di certo non ci era pi alcuno.
L'aggressore, che aveva sparato il colpo, forse qualche risoluto malandrino, era fuggito da una delle uscite dell'androne, o era tornato a accovacciarsi in qualche catapecchia del Ghetto.
Carlo Tittoli pensava che fosse cos, e riaccese il lume.
Poi seguito da Isacco s'inoltr nell'androne.
Arrivato a un certo punto vide un uomo disteso a terra, con una pistola in una mano e l'altra mano tutta sanguinante.
Si chin; si mise una mano alla fronte in atto di meraviglia, poi voltato a Isacco, esclam:
Guarda bene.... Lo riconosci?
Lucertolo! disse Isacco anch'egli sorpreso.
Lucertolo! ripet il Tittoli. L'hai fatta proprio bella! soggiunse parlando all'ebreo.
E ora come si rimedia?
Carlo Tittoli aveva posato il lume e esaminava la mano sanguinosa di Lucertolo. Gli alz il braccio, e il braccio ricadde inerte. Allora egli lo palp, lo tast sotto la manica per sentire se la pelle serbava il calore.
L'ebreo Isacco guatava con grande ansiet.
 fuori di s, disse il Tittoli. Ma si riavr fra poco. Il colpo che ha ricevuto, gli deve aver fatto vedere le stelle....
L'ebreo si accarezzava la barba bianca, quieto, impassibile.
Che cosa c'? che fate? domandava con voce esile una donna, che si trovava in lontananza.
Era Antonietta, Antonietta che vedeva l'ebreo e Carlo chinati a terra, e non vedeva n sapeva che cosa facessero.
Carlo Tittoli corse verso di lei, e le mormor in fretta alcune parole.
Essa richiuse l'uscio della stanza, mentre il Tittoli se ne tornava gi per l'androne.
Quando fu di nuovo al punto in cui aveva lasciato Isacco, disse, mettendogli una mano sulla spalla:
Mi viene un'idea!
Sentiamo!
Prima che Lucertolo si riabbia, dobbiamo alzarlo e portarlo alla parte opposta dell'androne, e l buttarlo gi un'altra volta. Se egli torna in s, in poche ore, non si raccapezzer pi circa la direzione verso la quale ha esploso la pistola....
Cos tentarono di fare.
Ma Lucertolo era uomo robustissimo e di forte corporatura. Il sollevarlo non era facile. E ci vollero molti sforzi per riuscire nell'intento.
Alla fine lo sollevarono, e lo trasportarono in breve spazio di tempo, con molta fatica, dalla opposta parte dell'androne.
Quindi tornarono subito indietro e Antonietta, che li aspettava, apr loro la porta.
Ora non bisogna pi indugiare, disse il Tittoli,  tempo di andarcene.
Ma  sicuro che non incontreremo alcuno?
Ho pensato e penser io a evitare, o a superare ogni ostacolo.
Il Tittoli prese una barba finta, che era sul tavolino, e se l'accomod; poi si fece con una matita alcuni segni sulle sopracciglia e sulle guancie.
Antonietta era vestita da uomo, e anch'essa come il Tittoli era avvolta in un lungo tabarro.
E ora andiamo! disse il Tittoli.
Tutti e tre uscirono, richiudendo la porta accuratamente.
Antonietta tremava in maniera che le fu forza di appoggiarsi al braccio d'Isacco.
Il Tittoli andava innanzi con la lanterna.
Sboccarono sotto l'Arco della Fraternit, entrarono nel piccolo andito, che metteva in piazza dell'Olio e in pochi istanti furono sulla piazza, passando dall'usciolino dal quale entravano soltanto i volanti di polizia.
Dove andavano?
Avanti per che costoro fossero molto lontani da piazza dell'Olio, Lucertolo si risentiva, e a poco a poco tentava di alzarsi, ma ricadeva gi, affranto dal dolore della mano, e stecchito dal freddo che gli era entrato nelle ossa, in quella rigida notte d'inverno, mentre era steso sul pavimento nudo dell'androne, A stento la mattina del venerd pot trascinarsi fuori dell'androne, e uscire dal Ghetto dalla parte di via della Nave, verso la quale lo avevano trasportato il Tittoli e Isacco.
Il pensare a ricerche sul fatto, accaduto nella notte, non gli era dato, poich a fatica si reggeva in piedi e il dolore al dito non gli lasciava aver bene di s.
Guar presto, ma il desiderio di vendetta, la smania di scuoprire un mistero, che sempre pi per lui si complicava e si abbuiava, lo divoravano.
Bazzicava per tutto, interrogava tutti, metteva in mille modi il suo cervello alla tortura, e il lettore ricorder di averlo incontrato, cinque sere, dopo quella del gioved grasso, al veglione della Pergola in compagnia di Zampa di Ferro.
Intanto ci corre obbligo di dire al lettore che cosa aveva fatto Antonietta nel Ghetto, dopo la notte del 14 gennaio. 



20.

L'ebreo Spoleto, come gi dicemmo, era stato in parte spettatore del delitto commesso nel Vicolo della Luna. Sin dalle prime ore della sera, egli aveva veduto la ragazza entrare nella stanzaccia misteriosa.
Isacco Spoleto era un brav'uomo.
Era nato, cresciuto, invecchiato nel Ghetto: la polizia riponeva in lui molta fiducia. Teneva le chiavi dei portoni, e la sera, dopo la chiusura regolare, aspettava quelli israeliti che rincasavano pi tardi per aprir loro mediante una piccola mancia.
Isacco, la sera del 14 gennaio, quando Nello ebbe trascinato il corpo sanguinoso del pittore Roberto sino all'uscietto del suo tugurio, si accost risoluto al vicolo della Luna e vi entr.
Mise i piedi nel sangue, s'appoggi al muro per non cadere, poich vacillava ad ogni passo, e quindi spinse l'uscio grossolano, che portava il num. 5 in tinta azzurra.
Spalancato l'uscio, rimase attonito nel vedere che la stanza, al soffitto della quale ardeva sempre la lampada, col globo di cristallo colorato, era cos sfarzosamente mobiliata.
Cerc incontanente di Antonietta, che non aveva veduto uscire, e finalmente la scorse, distesa sul tappeto, dove era rimasta come tramortita.
Isacco ebbe un solo pensiero.
Il delitto sarebbe stato presto scoperto, la polizia sarebbe subito accorsa: bisognava salvare la ragazza.
Il volto delicato di Antonietta era pallidissimo, ma le fattezze avevano in quell'istante un'espressione di suprema dolcezza. Al povero ebreo Isacco parve rivedere a un tratto una fisonomia, che gli era stata ben cara: la fisonomia della sua figliuola Esther, morta a diciassette anni di una malattia repentina, quando gi Isacco, restato vedovo, aveva posto in lei ogni sua unica speranza e ogni suo conforto.
Voglio salvarla, egli disse, a ogni costo.
Prese una candela e l'accese.
Sollev la ragazza, appoggi il volto di lei alla sua spalla sinistra, riaccost l'uscio e con grandi precauzioni, studiandosi di non mettere il piede nella gora del sangue, cerc di traversare il breve spazio della piazza del Mercato, che corre tra il Vicolo e l'Arco del Ghetto.
Ma Antonietta pesava al povero vecchio ebreo, e dov rinunziare a sostenerla, contentarsi di trascinarla, sorreggendola sotto le ascelle.
Antonietta era inerte e non faceva da s il pi piccolo atto.
Travers la piazza in uno o due minuti, in preda alla pi grande inquietudine, apr il portone, e quando l'ebbe richiuso, depose in terra, sotto l'Arco, il prezioso fardello e trasse un gran sospiro di soddisfazione.
Quell'ebreo era buono, come molti, anzi moltissimi tra' suoi correligionarii, da pregiudizi infami, da una barbarie la quale cancellava la divina legge d'eguaglianza fra tutti gli uomini, condannati ad ostracismo spietato.
A grande stento l'ebreo riusc alla fine a metter in salvo Antonietta e condurla nella sua catapecchia.
L con ogni affetto, con ogni cura amorevole, l'adagi sul suo proprio giaciglio, la copr con i migliori panni, che pot raccogliere nelle sue due squallide stanzuccie, e che gli parve dovessero tenerla pi calda, ripararla meglio dalla crudezza della notte.
E si mise a vegliarla, seduto accanto al giaciglio.
Antonietta non dava segno di vita.
L'ebreo la vegli per tutte le lunghe ore della notte, e si domandava spesso con profonda ansiet che cosa avrebbe dovuto fare, che cosa sarebbe stato di lui, se la ragazza venisse a morire in quel misero abituro, o se fosse caduta in una malattia, che avesse richiesto spese, rimedii. Egli era cos privo di ogni mezzo, cos vecchio, cos incapace ad ogni lavoro!
Traeva la maggior parte del suo sostentamento dalle elemosine che gli facevano i suoi correligionarii pi devoti, pe' quali, in occasione di feste di famiglie, o di sventure, egli recitava di continuo preghiere nelle scuole, o chiese del Ghetto.
Quanto al tenerla nascosta, celata agli occhi di tutti, non se ne impensieriva. Abitava in un immenso caseggiato, che tuttora si vede nel Ghetto, composto di sette piani, e ad ogni piano del quale si trovavano quattro, cinque, perfino sei quartieri, e che, traversato dall'androne, era in comunicazione con altri caseggiati scuri ed informi, da smarrirvisi come nel pi intricato e sozzo laberinto.
Isacco abitava due stanze: una stanza, nella quale si metteva il piede appena entrati, un'altra stanza, che era quasi una soffitta alla quale si accedeva per una scaletta buia e larga appena da passarvi un uomo, e in questa, che pigliava luce da una finestra verso il palco, altissima, senza altre finestre dirimpetto, aveva dato ricetto a Antonietta.
Chi poteva e doveva andarla a cercare in tal luogo? Isacco, del resto, conosciuto, tenuto in stima dalla polizia, non aveva a temere molestie: misantropo per indole, in casa sua non aveva mai ricevuto alcuno; molestie, indiscrezioni di curiosi non potevano dunque nuocergli.
Antonietta, sul far del mattino, cio quando l'alba del 15 gennaio 1831 stava per sorgere, cominci a riaprir gli occhi.
Subito Isacco si curv su di lei.
A incontrare gli occhi dell'ebreo, al vederne il volto smunto, la barba incolta, la ragazza fece un gesto di orrore.
La sua sensibilit fu risvegliata dal raccapriccio, dalla paura.
Si alz a poco a poco sul giaciglio; appoggiando il gomito sul guanciale, gir intorno gli occhi stralunati, si mise le mani tra i capelli.
Il vecchio Isacco la rimirava con tanta affezione, con tanta tenerezza, che essa si rassicur.
Dove sono? dove sono? domand con voce esilissima.
Si riposi ancora un poco, rispose il vecchio, le racconter poi tutto.
Antonietta ricadde supina e pochi istanti dopo, fu presa da un sonno fortissimo, durante il quale si agitava, tremava tutta, come se fosse colta da terribili convulsioni.
E di tanto in tanto, Isacco, che la vegliava con angoscia, la sentiva pronunciare parole sconnesse.
Le parole, che pi spesso le venivano sulle labbra erano tre: Mamma!... Babbo!... Roberto!...
La parola mamma era quella che pronunziava pi di frequente, e nel pronunziarla, cos fra il sonno, dava in singhiozzi, e grosse lacrime le rigavano le guancie.
La mattina del 15 il delirio di Antonietta continuava.
Si manifestavano in lei i sintomi della febbre cerebrale.
Isacco non sapeva a qual partito appigliarsi. Si accorgeva che la gravit del male aumentava da un istante all'altro, ma non aveva denaro per trovare i rimedii, non conosceva un medico al quale potesse confidarsi.
Pens di andar attorno un poco per la citt. Tutti dovevano parlare del delitto. Egli non conosceva la ragazza, n i suoi genitori, che essa nominava si di frequente nel delirare, n quel Roberto, che chiamava con tanto dolore e tanta passione. Ma trovare chi conoscesse l'una e gli altri, egli immaginava non dovesse esser difficile, dopo che si fosse risaputo del delitto.
Accomod Antonietta il meglio che pot e usc dalla sua catapecchia, circa le nove.
Come abbiamo gi accennato, la notizia del delitto si era repentinamente diffusa.
Isacco, appena fuori del Ghetto, dette subito nei capannelli di curiosi, nella folla che si era fermata dinanzi al Vicolo della Luna e che il birro di guardia alla imboccatura teneva in rispetto.
Pass innanzi, spinto dalla bramosia di raccattar notizie davanti al Bargello, vi si trov nel momento in cui, come abbiamo descritto, ne usciva il cancelliere e anch'egli seguit il magistrato in via de' Renai.
L seppe tutto.
Che l'assassinato era un pittore, Roberto Gandi, e che si supponeva fosse stato ammazzato per gelosia di una donna.
Pi tardi gli venne all'orecchio che una ragazza era fuggita dalla propria casa, in Piazza degli Amieri, e apprese il tristissimo caso de' genitori di lei.
Ora il povero Isacco cominciava a esser chiaro di tutto.
Non  a dire, se gli paressero strani tutti i discorsi, i castelli in aria, che si facevano, tanto contrarii alla verit.
Egli solo avrebbe potuto parlare, recare alla giustizia un aiuto efficace, ma egli appunto era costretto e risoluto a tacere, e non avrebbe parlato per tutto l'oro del mondo.
Quando il cancelliere, accompagnato dagli ufficiali della polizia, dai coadiutori, da esecutori, picchi alla porta della casa in via de' Renai, l'ebreo scorse la ragazza Lina Carminati nell'istante che si affacciava per guardare chi avesse picchiato. E, mettendosi ne' gruppi, andando da uno all'altro, ud pronunziare il nome della ragazza, e si accert che essa era al servizio del giovane pittore assassinato.
Sar una buona e brava ragazza? diceva fra s Isacco. Potr fidarmene? Ad ogni modo, andare a trovare la Lina, confidarle il segreto, gli pareva il mezzo migliore.
Altrimenti come poteva solo assistere Antonietta, e provvedere alle necessit di lei?
Per non dare nell'occhio si allontan da via de' Renai e se ne torn alla sua catapecchia nel Ghetto.
Antonietta era sempre pi agitata; aveva gli occhi spalancati, immobili, il volto acceso dal colore della febbre.
E continuava a pronunziare frasi sconnesse ed interrotte.
Verso la met del giorno, Isacco si prov a farle inghiottire qualche cosa, ma indarno.
La sera, sull'imbrunire, usc e si avvi sui Renai.
Sceso il ponte alle Grazie, arrivato davanti al palazzo dei Torrigiani, si accorse che due birri andavano su e gi per la strada.
Rabbrivid, e non osava pi inoltrarsi, andar a picchiare alla casa del ferito.
Temeva di destare sospetti.
I due birri venivano verso di lui.
Ehi, ghinardo! (ebreo), disse uno degli esecutori, sbirciando l'ebreo. Come si sta a lugagni? (a quattrini).
Niberta! (Zitto), intim l'altro birro con voce dura. Ci  il Maggio! (L'Ispettore).
Infatti l'Ispettore capo della polizia in quel momento passava accanto a loro, serio, grave, impettito.
I birri fecero riverenza, e lo seguirono a poca distanza.
L'Ispettore si ferm davanti alla porta della casa del pittore Roberto Gandi ed entr.
L'Ispettore era accompagnato da un medico della Corte. Un quarto d'ora dopo, usciva di casa la Lina Carminati, e si dirigeva in fretta verso il ponte alle Grazie.
Isacco la pedinava da lontano.
La vide entrare in una farmacia, e si mise ad aspettarla, risoluto, ora che non era pi sotto gli occhi della polizia, di fermarla e di parlarle.
La Lina venne fuori dalla farmacia, tenendo un piccolo involto in mano e camminava tutta assorta ne' suoi pensieri.
Permettete! le disse Isacco, accostandosele.
La ragazza dette un balzo.
Era tanto distratta che il suono di una voce, cos vicino a lei, le fece paura. 



21.

Io debbo esser breve, e non posso trattenere pi a lungo il lettore nel Ghetto.
 inutile che io dica come Isacco fosse consigliato, aiutato da Lina Carminati nell'assistere Antonietta.
Pi tardi parleremo dell'affetto immenso fra queste due donne.
N giova che io spenda lunghe parole per narrare come Antonietta, appena si fu cominciata a ristabilire, udendo dello spaventevole delitto, della catastrofe toccata a' suoi poveri genitori, peggiorasse di nuovo e fosse assalita da maggiori strazii.
Poi, quando torn a migliorare, quando comprese tutto l'orrore della sua condizione: ragazza senza padre, senza madre, senza amante, costretta a nascondere il suo nome, la sua esistenza, disonorata per la supposta sua fuga dalla casa paterna, e per i terribili effetti che aveva avuto, sicura che, se qualcuno scoprisse il suo riparo e l'avesse denunziata, si sarebbe veduta coinvolta nel processo di Nello: accusata come motivo del delitto, come complice ad ogni modo come donna senza pudore e senza virt: quando cap tutta la sua sciagura, Antonietta si dette a pensare in quale espediente potesse trovare salvezza.
E gli venne alla mente Carlo Tittoli.
Ah, s, lui poteva salvarla! Lui cos autorevole nella polizia, cos superiore ad ogni sospetto, lui, che sebbene tradito, afflitto, torturato da lei, doveva sempre amarla.
E non s'ingannava.
Gli uomini come Carlo non dimenticano. La donna che hanno amato, che li contrista e che li abbandona,  sempre per questi poeti dell'amore la donna, accarezzata nei sogni della fantasia, la donna piena di molli abbandoni e di divine, inebrianti indulgenze....
La veggono sempre nei momenti in cui fu buona, pietosa, raggiante del sorriso della passione.
A onore della razza umana dobbiamo dirlo: il mondo  pieno di queste oscure e dolorose fedelt, di queste grandi abnegazioni; ci sono cuori altissimi che soffrono, piuttosto che dimenticare.
Carlo Tittoli, ricercato dal vecchio Isacco, accorse subito all'invito di Antonietta. Fu buono, fu generoso! Appena la vide pallida, estenuata, emaciata, convalescente, si gett a piedi di lei e le baci la mano. Ci era in quell'atto un tal rispetto, una commozione cos profonda che Antonietta si sent intenerire e le vennero agli occhi le lacrime. Carlo Tittoli si presentava a lei nell'aperto atteggiamento di un uomo, che veniva a offrirle la propria vita. Bastava che ella parlasse perch egli obbedisse con slancio, con fervore, pronto a qualunque sacrifizio.
Carlo Tittoli rec ad Antonietta nuovi, continui soccorsi, fu egli che immagin, prepar la fuga di lei dal Ghetto.
Fuggirono dunque la notte del Gioved grasso del carnevale 1831.
Fuggirono dopo il colpo di pistola sparato invano da Lucertolo, e mentre egli, stramazzato a terra col dito schiacciato dalla pietra lanciata da Isacco, era stato trasportato nella parte pi remota dell'androne e vi giaceva privo di sensi.
Fuggirono, il Tittoli, con barba finta, con segni nel volto, irriconoscibile, e Antonietta, come dicemmo, travestita da uomo.
Gli abiti da uomo la impacciavano alquanto nel camminare, e pi l'impacciava la paura.
Camminava, a brevi passi, sorreggendosi al braccio del Tittoli.
La notte era fulgida, serena, piena di stelle.
Il vento di tramontana mozzava il fiato e si figgeva nelle ossa.
Le montagne, che circondano Firenze, erano tutte ammantate di neve.
Fuggivano, dunque, percorrendo lentamente le strade, e andandosene verso Porta alla Croce.
Allorch si abbattevano nelle pattuglie dei birri, prima che si fossero avvicinate, il Tittoli, senza alzare la faccia, che teneva quasi coperta sino agli occhi col tabarro, gridava una sozza e sconcia parola, parola infame con la quale si facevano riconoscere i delatori.
Cos in quel momento di sagrifizio sublime, nel momento in cui tutto il suo essere era vibrante di amore, e la sua anima traboccava di devozione e di sentimenti quasi celesti, nel momento in cui egli rischiava avvenire, esistenza, eludeva le indagini della polizia cui apparteneva, frustava le ricerche della giustizia, egli che avrebbe dovuto aiutarla!... e compieva un'opera a lui s difficile, e che poteva avere s tristi conseguenze, per un nobile, cavalleresco proposito; in quello stesso momento la turpe parola, che pronunziava, gli ricordava il suo vile mestiere, la degradazione, l'abbiezione nella quale era caduto! 



22.

Uscire dalla citt, dopo la mezzanotte, non era a que' tempi la cosa pi agevole, specialmente a persone sospette, o che l'autorit ricercava.
Ci voleva proprio un uomo come il Tittoli per proteggere la fuga di Antonietta.
Le porte della citt si chiudevano tutte all'un'ora di notte.
Si calava gi una pesante cancellata, che aveva il nome di rastrello, e che si alzava e si abbassava, mediante contrappesi.
Restava aperto un usciolino dal quale coloro che ad ora pi tarda giungevano dalla campagna potevano entrare, pagando una crazia.
Alcune porte, come la Porta San Niccol, la Porta San Miniato, Porta San Giorgio, a mezzanotte erano chiuse e le chiavi portate al Comando di Piazza, che non le restituiva fino alla mattina appresso, all'alba.
Il servizio di polizia era fatto alle porte da un corpo di agenti, che avevano quasi tutti appartenuto all'armata napoleonica, e che dipendevano dal cos detto Uffizio dei Passaporti.
Tali agenti si chiamavano portieri, e serbarono gl'incarichi e il loro strano uniforme fino al 1859.
Il portiere, non solamente domandava e riceveva il passaporto da tutti quelli che entravano nella citt, e arrivavano nelle diligenze, o nei Corrieri, ma scriveva nel rapporto, che presentava ogni giorno, le cose pi minute.
Per esempio, chi si desse la briga di andare ripescando in quei rapporti, vi troverebbe di consimili osservazioni:
"Oggi alle 4 il principe***  uscito dalla porta in carrozza."
"Oggi alle 2  uscito monsignore ***. Pochi minuti dopo,  passata nella sua carrozza la marchesa ***."
La mattina all'alba tutte le porte si aprivano. Oltre di esse si era gi formata la doppia fila dei barrocci e dei carri, che recavano dalla campagna le mercanzie, i vini, i commestibili all'ingrosso.
I veicoli passavano a uno a uno, visitati dai gabellotti.
Passavano primi, in mezzo alle file dei barrocci, i carrettelli dei lattivendoli e degli ortolani, le carrozze dei viaggiatori, dei forestieri.
Tra le massime cure de' portieri era quella di respingere gli accattoni, i saltimbanchi, i portatori di tabernacoli, i mostratori di miracoli, i cerretani di ogni specie.
Accattoni nella citt allora non se ne vedevano.
Se per caso ce n'entrava qualcuno, se due, tre, quattro accattoni infestavano per alcuni giorni le vie di Firenze, il Presidente del Buon Governo andava su tutte le furie, si sfogava in escandescenze, scriveva lettere e dava rabbuffi, che mettevano in moto tutta la polizia. I birri perseguitavano gli accattoni; ed avevano una rimunerazione in danaro per ogni accattone che arrestavano.
Tra i birri uno fu nominatissimo come implacabile e inarrivabile nello sbarazzare la citt dei mendicanti.
Si vestiva con abiti piuttosto signorili, e, fra gli altri suoi strattagemmi, se ne andava attorno con una pezzuola bianca in mano, nella quale mostrava di avere riposto qualche oggetto, allora allora acquistato.
Quando un mendicante gli si accostava, il birro, come se gli venisse all'improvviso una buona idea, si volgeva al vagabondo con piglio, lieto e gli diceva queste, e altre cosiffatte parole:
Guarda!... Giusto te!... Prendi questa pezzuola, e vieni dietro a me sino a casa.... L ti dar l mancia.
E cos gliel'accoccava, conducendoli accortamente sino al pi vicino guardilo.
Senza bisogno di tanti arzigogoli, gli accattoni allora in citt non entravano, non pullulavano, la polizia li atterriva, gli sgominava col timore, che essa incuteva, le leggi erano poche, e semplici, ma serie e fatte rigorosamente eseguire, mentre oggi, in barba a tanti regolamenti, a tante pratiche, e a tante prammatiche, tutto va precisamente a ritroso di quello che  prescritto.
Ai saltimbanchi, ai cerretani era soltanto concesso di rizzare i loro tabernacoli, aprir le loro baracche fuori delle mura e soltanto mediante permesso del commissario.
Cos in que' tempi, che ognuno di noi rimpiange come barbari, ci era tal sentore di civilt, ci erano ordinamenti cos savii e cos provvidi, e cos bene inspirati.
Carlo Tittoli si diresse verso Porta alla Croce, che sapeva essere tutta aperta, non ostante l'ora inoltrata, poich doveva giungere verso l'alba il corriere di Roma, che traversava il Valdarno.
Arrivati alla porta, Carlo Tittoli pronunzi di nuovo la parola misteriosa, e n il portiere, n i soldati di servizio, che formavano il picchetto, gli fecero alcuna osservazione.
Antonietta tremava, vestita de' suoi panni da uomo. Facilmente sarebbe stata riconosciuta, senza il lungo tabarro, che tutta l'avviluppava, e che le cuopriva quasi il volto col bavero di pelle.
Dove se ne vanno que' due a quest'ora! disse il capo dei gabellotti al portiere, quando Antonietta e Carlo furono passati.
Uno  qualche alto funzionario di polizia..., mi ha mostrato la placchetta e mi ha detto la parola convenuta.... ma non ho riconosciuto chi... forse si  trasfigurato a bella posta. L'altro deve essere anch'egli un arnese di polizia, un ragazzo, che forse ha sorpreso qualche segreto.... Sapete che ci  del bujo, di molto bujo nelle Romagne.... e probabilmente i due vanno incontro al corriere, aggiunse il portiere con piglio di malizia, per fare qualche pizzico togo (qualche buon arresto).
A chi toccher?i
Stai sicuro che lo vedremo con le nostre lanterne. Scommetto che non staranno molto ripassare di qui con la selvaggina, che sono andati a far frullare.
Dio salvi da dispiaceri qualche buona madre, o qualche onesta famiglia! esclam il gabellotto, rannicchiandosi di nuovo vicino al braciere e stringendosi addosso il cappotto.
Di fuori il vento continuava a soffiare.
Quando furono ad un centinaio di passi dalla porta, il Tittoli si ferm.
Sali sopra una piccola altura e guard intorno a s.
Poco dopo ridiscese.
La carrozza  al punto dove avevo detto al vetturino di aspettare. Ho visto un lumicino rosso, che  il segnale convenuto.... Siete stanca? Vi sentite ancora assai forte per arrivare fin l?
S, s, amico mio! mormorava Antonietta, sempre sostenendosi al braccio del Tittoli.
Continuarono a camminare adagio, adagio, in mezzo alla aperta campagna.
Il vento mugghiava, spulezzava, li incalzava impetuoso.
Ambedue erano oppressi dai pi tristi pensieri. Antonietta, quasi sfinita dalla stanchezza, si lasciava trascinare, tenendo gli occhi bassi, assorta nella sua commozione, nel suo immenso dolore.
Si trovava come naufraga nel mare della vita e non sapeva a che cosa appigliarsi per uscir salva dal naufragio.
Carlo Tittoli le aveva dipinto lo stato miserando di suo padre e di sua madre.
Ogni giorno pi pareva che la ragione di quei due vecchi si ottenebrasse.
Erano calmi, tranquilli, e li lasciavano passeggiare per gli stanzoni del manicomio.
La povera Agatina passava le giornate a cercare dietro le porte, a tentare di affacciarsi alle finestre, come se fosse avida di vedere, o di trovare un oggetto prezioso, che credeva smarrito, e anche il vecchio cieco cercava per tutto col suo bastone, dietro le porte, sotto i letti, e raccomandava all'Agatina di guardar bene.
Pi volte, alla fine di una giornata, il vecchio le domandava con voce cupa:
Dunque neppure oggi l'hai veduta?
No, ma la rivedremo, rispondeva l'Agatina. Dio ascolter la preghiera di due vecchi....
L'idea della religione era rimasta nei loro intelletti turbati.
Non  a dire se Antonietta fosse affranta nel pensare al supplizio de' suoi infelici genitori.
Poi le tornava insistente alla memoria il ricordo di Roberto.
Per lei, egli aveva quasi incontrato la morte.
Ma chi era il suo vero assassino!
Quale era stato lo scopo del delitto?
Gelosia, no, poich essa non aveva altri amanti, salvo quel Carlo Tittoli cos buono, cos modesto, cos riservato nella espressione della sua passione: cos ciecamente a lei devoto. La Lina Carminati le aveva portato spesso notizie di Roberto.
Il pittore, dalla notte in cui era stato ferito, non aveva pi parlato; ma si avviava alla guarigione, i medici assicuravano che non ci fosse pi da temere.
Antonietta, commossa, riandava tutte le strane e terribili vicende della sua vita.
Le circostanze della fatale sera del 14 gennaio le tornavano alla mente, una dopo l'altra, con insolita lucidit.
Si sovveniva di aver ascoltato la voce dello stolido, che era venuto nel Vicolo della Luna soltanto dopo che il delitto era stato commesso, dopo che essa aveva udito un grido straziante, il rumore di un corpo, che cadeva.
Chi era dunque l'assassino?
Perch un tal delitto era stato consumato? 



23.

Antonietta, sin da quando la malattia le aveva lasciato un po' di tregua, si era sempre tormentata, angustiata in tali congetture.
Erano arrivati alla carrozza: vi salirono: il vetturino chiuse lo sportello, mont a cassetta, e senza dir parola schiocc la frusta. Obbediva tacitamente agli ordini, che gi aveva ricevuti.
I cavalli si misero al galoppo.
Due ore dopo, Carlo e Antonietta scendevano dinanzi ad un'osteria, molto lontana dalla strada regia.
Carlo entr il primo in una grande stanzaccia al pianterreno.
II fuoco ardeva, crepitava sul camino.
Un vecchio asciutto, assonnato, era seduto a fianco di una lunga tavola, col gomito appoggiato a uno degli spigoli.
Illustrissimi! disse, alzandosi, e cavandosi la papalina di lana scura, appena ebbe veduto entrare Carlo e Antonietta. Che cosa desiderano?
Ci  nessuno? domand Carlo, accennando una scaletta di legno, che andava su da un lato della stanza.
Nessuno, illustrissimo.... e se vogliono accomodarsi....
Carlo, senza rispondere, fece un cenno a Antonietta ed ambedue salirono.
Sul far del giorno si trovavano sempre insieme, e tenevano fra loro una conversazione assai vivace.
Antonietta aveva le lacrime agli occhi; stava appoggiata al davanzale della finestra e volgendo le spalle alla campagna, teneva lo sguardo fisso sul Tittoli.
Costui, seduto sopra una panca, il dorso appoggiato all'orlo della tavola apparecchiata, guardava Antonietta.
Che cosa io posso tentare? diceva la ragazza in tuono disperato.
Tutto, rispondeva il Tittoli. Voi, Antonietta, avete un grandissimo ingegno: in due, tre anni potete arrivare all'apice della gloria e della fortuna.... Voi non dovete perdere il frutto delle lezioni avute dal vostro grande maestro Brinda....
Ma che cosa mi consigliate di fare? interruppe la ragazza impaziente.
Fatevi artista! soggiunse il Tittoli, balzando in piedi. Voi avete tutto per riuscire, la voce, la bellezza, l'ingegno, la giovent. Siate coraggiosa! Vincete il vostro dolore.... Fra poco il vostro nome, cio il nuovo nome che piglierete, sar celebre, ripetuto da tutti.... Voi potete divenir grande e veder il mondo ai vostri piedi.
Illusioni!
Non illusioni, verit, riprosegu il Tittoli con ardore. Non abbiate in questo momento stolide paure.... indegne di un cuore come il vostro, esse possono compromettere il vostro avvenire.... Pensate alle donne divine, che oggi regnano su migliaia di cuori, alle donne le cui vesti sono fatte a brani da ammiratori entusiastici, e conservate come reliquie, alle donne, che le popolazioni seguono con fiaccole accese, che vedono i gentiluomini pi ragguardevoli staccare i cavalli dalle carrozze in cui esse escono dal teatro, per tirarle a braccia.... Molte di queste donne furono un giorno derelitte, sconsolate, rattristate come voi; quasi tutte un gran dolore, una gran passione le ha fatte artiste....
Dopo un momento di pausa, il Tittoli continuava:
Quale pi grande ambizione potreste voi vagheggiare?... Gli artisti, non sono onnipotenti?... Non  un artista che ha strappato voi pure alla mia tenerezza, alla mia affezione, che vi ha sedotto, affascinato?... Ah! io posso saper soffrire, disse il Tittoli, lasciandosi vincere dalla collera: ma quest'uomo io lo odio.... e vorrei che la sua ferita fosse mille volte pi atroce.
Carlo! esclam Antonietta, destata da una feroce supposizione. Carlo,  dunque vero, pu esser vero l'orribile pensiero, che mi ha tante volte martoriato?... Sareste voi, mio Dio, l'assassino di Roberto?
Voi siete una infame! disse il Tittoli a mezza voce, digrignando i denti e al colmo della esasperazione. S, Antonietta, voi siete una infame e in questo momento la pi infame di tutte le donne. Chi vi ha curato pi assiduo durante la vostra malattia? Chi vi ha condotto fuori dal Ghetto? Chi rischia in questo istante per voi esistenza, riputazione, avvenire?... Voi mi avete sconsolato, contristato, da molto tempo, col vostro tradimento: mi avete gettato nello sconforto, nella desolazione.... Per voi settimane, mesi interi sono stato l'uomo pi disgraziato, pi misero che fosse sopra la terra. Ho pianto lacrime di sangue per voi, ho sentito che il cuore mi si schiantava, che la mia salute deperiva,... e vi ho perdonato!
Antonietta restava fredda, impassibile.
L'idea che il Tittoli fosse l'assassino di Roberto le era balenata pi volte alla mente e l'aveva scacciata. Ma dopo il gesto e l'accento di collera con cui egli aveva pronunziato le parole contro Roberto, l'idea era tornata, a un tratto si era fatta gigante, e si era radicata nell'animo della ragazza.
Chi avrebbe potuto distorla da un animo che per natura era impavido, tenace, impetuoso, ostinato?
Che razza di donna siete voi? continu il Tittoli, stringendo i pugni, e soffocato dalla rabbia, che lo sforzo, ch'e' faceva per contenersi e non alzar la voce, rendeva sempre maggiore. Che vipera vi ha dato il suo veleno?... Che demonio vi ha portato sulla terra?... Mi avete afflitto, umiliato.... io ho tutto dimenticato.... sono corso al primo vostro richiamo, mi sono fatto vostro servitore, vostro schiavo, vi ho vegliato, protetto come un padre, come un fratello.... mentre tutti alzano la voce per accusarvi, per disonorarvi, io vi difendo contro tutti.... mentre la giustizia vi cerca, io.... io vi metto in salvo, e prima che il sole, che ora sorge, sia tramontato, io potrei per causa vostra trovarmi carico di catene, chiuso in una prigione, potrei ammazzare dal dolore mia madre, lasciarla senza pane.... E voi, voi, donna senza piet, scegliete questo momento per lanciarmi l'accusa pi codarda, pi scellerata?
State sicuro che non vi denunzier.... che non voglio denunziarvi! rispose Antonietta con una calma spaventevole.
Il Tittoli si lasci cadere sopra la panca dove era seduto poco prima.
Si sentiva annichilito dalla forza di convinzione, che si rivelava in tutto l'atteggiamento di Antonietta.
La misura delle sue disgrazie era colma.
Che cosa pi rimaneva a soffrire a quell'uomo nelle prove pi dure della vita!
Giovanissimo, come fu detto, gli mor il padre; la sorella lo aveva disonorato; la povert pi squallida gli aveva reso difficili, penosi, irti di spine i primi passi; poi, dopo tante privazioni, dopo lunghi stenti, sopportati con coraggio, per risparmiare alla sorella una condanna infamante, per salvare i giorni di sua madre, aveva dovuto entrare nella polizia, diventare delatore per forza, accettare una professione, che a' suoi stessi occhi lo copriva di obbrobrio.... Aveva trovato un breve obblio nella potenza che gli veniva dalla nuova professione, nella lode impartita da uomini molto in auge al suo ingegno, a' suoi studii, de' quali soltanto, in apparenza, sembrava che si occupasse.... Il ricordo di Antonietta, il tradimento dell'unica affezione, che il suo cuore avesse sentito, il pensiero delle condizioni della sorella gli cagionavano melanconie strazianti, che gi abbiamo descritto.
Una sera il vecchio Isacco lo aveva fermato alla svoltata di un'oscura sdradicciuola. Gli aveva porto un foglietto, tutto ripiegato, e si era subito allontanato.
Tornato a casa, lesse pi volte ci che era scritto in quel foglio, e non credeva a' suoi occhi.
Il carattere era di Antonietta: essa gli descriveva minutamente il luogo dove si trovava: lo scongiurava a andarla a vedere.
La notte dopo, il Tittoli, che nella giornata si era di nuovo accontato con Isacco, trovava modo per la prima volta di entrare nel Ghetto, eludendo con infinite precauzioni la stretta vigilanza di Lucertolo.
Lucertolo si accorse delle visite misteriose troppo tardi: l'ultima sera: la sera nella quale malauguratamente per lui esplose il colpo di pistola.
Di giorno il Tittoli non volle mai entrare nel Ghetto per non destare sospetti.
Dacch aveva riveduto la ragazza, non aveva avuto pi davvero altro scopo che quello di riuscire utile a lei, di aiutarla, di salvarla. Si era occupato di lei, minuto per minuto, senza speranze, senza palesi rammarichi, con una devozione, con una abnegazione assoluta di tutto s stesso.
Gli uomini come Carlo Tittoli sanno immolarsi anche ad una passione non corrisposta, verso la donna amata sono come quei devoti fanatici, che sentono la loro adorazione farsi pi intensa, misurando la immensa distanza che li separa dalla divinit, cui prestano il loro culto.
Carlo Tittoli non esit: fu subito risoluto a dare il suo cuore, la sua anima, il suo braccio, a rischiare la sua tranquillit avvenire, a rinunziare ad ogni gioia della vita per Antonietta.
Comprendeva che ella non avrebbe mai pi risposto al suo affetto.
Ma attutiva il cordoglio con una riflessione cupa, dalla quale ormai non sapeva pi distrarsi. L'idea del suicidio era divenuta un'idea che accarezzava di continuo, nella quale per cos dire si riposava. Quando le fosse venuta a mancare sua madre, quando Antonietta fosse felice, a lui restava un unico conforto: uccidersi! Cos il suo gran cuore, verso il quale voleva dirigere il colpo, avrebbe cessato di battere, di essere martoriato!
Tutti i timori, tutti i dubbii lo avevano oppresso; ma se taluno avesse voluto persuaderlo della mostruosa ingratitudine di Antonietta, egli non l'avrebbe creduto. Era troppo avvezzo, con la sua fantasia di poeta, ad abbellire quella creatura di tutte le perfezioni. Lo spasimo, che ora ne provava, era superiore alle forze umane. Dopo il suo sfogo di rabbia, gli rimase appena la forza di parlare.
Si alz, pallido, solenne, aveva gi nel volto come un riflesso della morte, che aveva risoluto di incontrare subito, e verso la quale si slanciava, pieno d'impeto selvaggio e di disperazione.
Dio vi maledica! egli disse, contraendo il volto ad una espressione sinistra, e quasi diabolica. Dio vi maledica per ogni dolore che mi avete dato, per questo dolore supremo, immeritato, che mette il colmo a tutti. Dio disperda dal mondo le donne inique, senza cuore, senza carattere, senza sentimenti, senza delicatezza, come siete voi.... io potrei giustificarmi.... potrei provarvi dove mi trovavo la sera in cui fu commesso il delitto, quanto ero lontano dal luogo in cui fu commesso.... Ma non voglio, non voglio che un'anima come la mia si disonori inchinandosi di pi ad un'anima vile come la vostra....  giusto che io abbia de' miei beneficii, il solo premio, che pu sperarsi da donne come voi....
Antonietta non si smoveva: per lei era ormai sicuro che la gelosia, in un momento di esaltazione, aveva armato la mano del Tittoli, che pure ella credeva nel fondo d'indole buona, lo aveva accecato e spinto all'assassinio.... Chi altri avrebbe potuto pensare a uccidere Roberto e per quale motivo?
Carlo trasse fuori dalla tasca interna dell'abito il pugnale in asta.
Lo brand e si volse la punta verso il petto.
Il suo atteggiamento dinotava una risoluzione irrevocabile.
Che fate? disse Antonietta, gettandosi verso di lui.
Muoio! rispose il Tittoli con voce cavernosa, e siete voi che mi ammazzate!
No!... No!...
E gli si avviticchi al braccio, cercando impedirgli di toccarsi con la punta del pugnale.
Voglio morire!... voglio morire!... ripeteva sordamente il Tittoli, cercando di svincolarsi da lei, voi mi avete resa la vita intollerabile.... lasciatemi, sciagurata.... lasciatemi!...
Qualcuno saliva le scale.
Ci  gente! mormor Antonietta tutta commossa.
Il Tittoli gi si era ferito vicino al cuore, ma la ferita era rimasta superficiale.
Per il sangue gli sgorgava.
Si tir su il tabarro con un rapido sforzo, se lo strinse sulla ferita.
Poco dopo, risaliva lentamente in carrozza, accompagnato da Antonietta. 



24.

La ferita del Tittoli era leggera, a fior di pelle.
Antonietta gli aveva tenuto il braccio, si era con tutta forza avviticchiata a lui, che le aveva impedito di farsi una ferita pi profonda.
Quando fu nella carrozza si alz il tabarro, e sotto di esso, cuoprendosi agli occhi di Antonietta, esamin la scalfittura.
La morte, che egli aveva affrontata con coraggio, con risolutezza, per quella volta gli era sfuggita. Non ne fu lieto, poich nulla pi gli rendeva cara la vita, poich sentiva che egli avrebbe dovuto pi tardi ritentare l'opera tristissima. Nel mondo ormai non ci era pi posto per lui: il mondo non aveva per lui che pianto, tradimento, ingiuria, disonore, strazii incomportabili.
I cavalli andavano al galoppo.
Il Tittoli contemplava la campagna, che pareva si ridestasse al primo bacio del sole.
Gli alberi nudi di foglie, la terra brulla, qua e l chiazzata dalla brina biancheggiante, quella tristezza, quel doloroso aspetto della natura erano in armonia coi sentimenti che lo turbavano.
Se ne stava rannicchiato nel suo cantuccio, cupo, mestissimo, silenzioso.
Antonietta taceva anch'essa.
L'idea che il Tittoli fosse l'assassino di Roberto, sebbene non affatto dileguata, pure cominciava ad esser in lei combattuta.
L'assaliva un grande rimorso; quello di avere spinto un uomo, cui doveva tanta gratitudine, a togliersi la vita. Se il Tittoli non era morto, bisognava ringraziarne il caso e il padrone dell'osteria, cui era venuto in mente di salire la scala e di entrare nella stanzetta proprio sul punto che Carlo, uscito della ragione, irritato, stava per compiere la sua fatale risoluzione.
Antonietta avrebbe voluto rivolgere al Tittoli la parola, ma non sapeva che dire.
Dopo la terribile scena, accaduta fra loro, quali parole erano possibili?
Del resto il Tittoli non mostrava neppure di accorgersi della presenza di lei.
Teneva gli occhi sempre rivolti dalla parte opposta; posava la mano destra l ove si era ferito; e non faceva alcun movimento.
Alla fine Antonietta risolvette di rompere il ghiaccio.
Dove la conduceva?
Le aveva promesso di porla in salvo, di affidarla a gente sicura, che si sarebbero presi ogni cura di lei; le aveva promesso di non abbandonarla, di proteggerla sino a che non fosse giunta a quella condizione, in cui egli desiderava vederla entrare.
Il Tittoli aveva pi volte, prima di quella mattina, ripetuto a Antonietta il consiglio che essa dovesse darsi alla carriera del teatro. Non era gi preparata a tale carriera dalle stupende lezioni del Brinda; non ve la disponevano le doti della sua indole, il suo temperamento, la sua grande bellezza?
Questo le aveva detto il Tittoli di sovente, ma aveva egli o no mutato intendimento? Antonietta ignorava che se le donne come lei, mettiamo pure per debolezza, per impeto inconsciente, vanno soggette a cambiamenti negli affetti, nelle passioni, in cui paiono pi infervorate, il cuore di uomini, come Carlo Tittoli, si spezza, ma non cambia mai.
Dopo un lungo intervallo di silenzio, Antonietta pos la sua mano delicata sul braccio del Tittoli.
Egli rimase imperterrito, come se di nulla si accorgesse.
Siate buono, Carlo, disse Antonietta con la sua vocina pi carezzevole e pi insinuante. Io non mi permetter mai l'iniquo sospetto che vi ho palesato.... Vi assicuro che ora sono convintissima della mia ingiustizia.
E Antonietta parlava con molta sincerit.
Ma simili parole, non ostante che porgessero una scusa e contenessero una preghiera, dopo ci che era avvenuto, sembravano fredde e quasi dure al Tittoli, il cui animo ardente, esaltato si compiaceva nel linguaggio immaginoso, veemente della passione, e in quello soltanto trovava espressioni adeguate alle sue commozioni.
Antonietta era di indole pi riservata, meno espansiva; esprimeva i suoi pi grandi sentimenti nel modo pi semplice.
Siate buono, Carlo, continuava Antonietta. Io sono stata tanto ammalata.... ho sopportato in poco tempo tanti patimenti.... sono in un tale stato di prostrazione, di debolezza, che veggo continui fantasmi, che la mia mente  dominata, a mio malgrado, in certi istanti, dalle idee pi cupe.... Dopo quella notte tremenda io non vedo che sangue.... Voi siete infelice.... lo so.... ma non sono anch'io molto, molto infelice?
Carlo si volse a lei con uno sforzo penoso.
Il volto pallidissimo della giovane rivelava un estremo abbattimento.
Antonietta, egli disse, voi siete stata sempre la mia sventura.... voi sarete la mia finale rovina. Per causa vostra mi  ormai impossibile di continuare a vivere.... Se non mi sono ucciso oggi, state certa che mi uccider, appena abbia riacquistato un po' di forza e un po' di calma.... Il pensiero di mia madre potr solamente per qualche tempo stornarmi dall'eseguire il mio proposito.... Ma, ascoltatemi bene, io sono deciso, irremovibile.... io mi uccider e voi sola mi avrete spinto alla morte!
Antonietta lo guardava, tenendogli sempre la mano sul braccio e rabbrividiva a udirlo parlare in tuono cos severo e risoluto.
Voi, prosegu il Tittoli, non avrete nulla a temere. Prima di sera saremo giunti ad una casa nella remota campagna, ove siete aspettata da una buona vecchia e da Lina Carminati.... Esse penseranno a provvedere tutto per voi....
La carrozza aveva gi traversato da circa un'ora il Pontassieve e s'inoltrava in una campagna deserta, orrida, in luoghi allora sormontati da fitte boscaglie, verso le Macinaje.
Signore! signore! grid il vetturino, spenzolandosi dalla cassetta.
Che cosa c'? domand il Tittoli, trepidando.
Vedo tre uomini nascosti laggi in una fossa.... e altri due sono addossati a quella siepe di pruni....
Ho capito! rispose Carlo. Vai sempre avanti!
Prese il fucile, a due canne, che era appoggiato sul dinanzi della carrozza e abbass i cani.
Cercate, disse a Antonietta, di stare tranquilla.... Potrebbero essere malfattori.... ma potrebbe essere anche la polizia, che ci tende un agguato....
Passarono lungo la siepe e lungo la fossa...
Gli uomini nascosti non si mossero.
Aspettavano altra preda. 



25.

Come abbiamo gi detto, in una straduzza del Vecchio Mercato, abitavano all'ultimo piano di una casetta Bobi e Lina Carminati.
La ragazza era vigorosa, svelta, tutta fuoco: il giovinetto, suo fratello, anch'egli d'indole molto impetuosa, ma cupo, fosco, accigliato.
Il volto di Bobi era sempre torvo, la Lina rideva, anzi quasi sghignazzava sempre.
Un tempo sorgevano fra loro continue liti.
Bobi guadagnava poco e quel poco spendeva in bagordi, in basse crapule.
A casa spesso si stentava: non di rado mancava il pane.
La ragazza si risentiva e ne nascevano grossi diverbii.
Ma le parole non approdavano a nulla.
Dopo che s'eran ben bene bisticciati, fratello e sorella, che pur si amavano, finivano con l'abbracciarsi: la Lina tornava a soffrire, Bobi tornava alle sue dissipazioni, a' suoi sollazzi.
La Lina prese finalmente una risoluzione: mettersi al servizio in qualche casa per alcune ore del giorno, tenendo il fatto per celato al fratello, che altrimenti avrebbe voluto intromettersi con le persone le quali le avrebbero fatto del bene, e con quel suo carattere indiavolato le avrebbe proprio guastato ogni cosa.
E il caso volle che la Lina fosse proposta al pittore Gandi: che a lui piacesse quell'aria disinvolta, franca e sincerona della ragazza: l'energia, che insieme con la bont del cuore traluceva in lei: e cos, andandosi a genio scambievolmente, poich la Lina fu subito pazza del suo nuovo padrone, la giovane si pose a servigio del pittore, e in pochi giorni gli si era tanto affezionata con una tenacit, e una fedelt, come se lo avesse sempre conosciuto.
Poco stante, la passione tra il Gandi e Antonietta prorompeva.
Gli amanti, avidi, desiosi di ritrovarsi insieme, di effondere nella pace, nel silenzio di un luogo misterioso, le loro tenerezze, avevano fissato di scontrarsi nella sozza stanza nel Vicolo della Luna.
Tutte le strade erano allora rigidamente sorvegliate; un uomo, una donna, che entrassero in una casa sospetta, che avessero sembiante di andare a un convegno, di fare alcun che di tenebroso, o di volersi tener celati, erano subito pedinati, denunziati dai volanti di servizio: Firenze aveva a tutte le sue cantonate, a tutti i suoi crocicchi, per non dire quasi a tutti gli usc, gli occhi d'Argo, penetranti, vigilantissimi, di una polizia veramente indomita, e che, per scaltrezza e minuta osservazione, non sar mai pareggiata.
Il Vicolo della Luna a' due amanti era sembrato il luogo pi propizio. Chi avrebbe mai sospettato che fra quelle rozze e luride muraglie, in quel buio, in quell'aduggiamento si tenesse un ritrovo amoroso? Chi poteva immaginare che una donna avrebbe osato di porre il suo piedino leggero, affilato su quel pavimento putrido, infetto? E poi il Vicolo non aveva altro sbocco che nella piazzetta della Luna, era presso che chiuso, anche dalla angustissima e bassa entrata, agli sguardi indiscreti.
La vicinanza di malfamati e sinistri raddotti, la strana, grottesca, terribile apparenza del luogo: tutto aveva allettato, sedotto le fantasie di Roberto e di Antonietta, fantasie di artisti, cupide di singolari e forti commozioni, irrequiete, vaghe di acute e nuove sensazioni. Di pi allora ferveva ne' cuori e negli intelletti la curiosa febbre del romanticismo: la lettura di certi libri destava nei cervelli una esaltazione, della quale oggi peniamo a farci idea: tutti erano in cerca dell'orrido, del bizzarro, dello stravagante. Gli artisti naturalmente erano i pi tocchi da tali esaltazioni.
Roberto Gandi, che ormai si era accorto di poter aver nella Lina ogni fiducia, con parole studiate l'aveva messa a parte del suo progetto di mobiliare con lusso la stanzaccia nel Vicolo della Luna.
La ragazza credette a un capriccio di artista, e promise che ella stessa vi avrebbe un poco alla volta recato i mobili e le suppellettili, con tutte le cautele necessarie perch il segreto non fosse trapelato.
Ma Bobi, a cui la Lina aveva tenuta celata la sua conoscenza col pittore, e non gli aveva mai palesato le occupazioni che trovava in casa di quel signore forestiero, per varie ore del giorno, Bobi da molto tempo si era fatto pi taciturno, e spiava la sorella.
Gli era entrata nell'animo una brutta idea.
Pi volte aveva tentato di venire a spiegazioni con la Lina, ma la ragazza era violenta, capace di tutto in un momento di eccitazione.
E Bobi la temeva.
Vedendola per in migliore stato, e comprendendo che essa aveva qualche guadagno, si domandava di continuo da qual fonte le potesse venire.
E la premura, che essa metteva a tenergli tutto celato, lo inaspriva.
Seppe, dopo due o tre settimane, bench la Lina facesse di tutto per occultarglielo, uscendo di casa a ore sempre diverse, non prendendo mai dalle medesime strade, e guardando bene di non essere seguita, che la sua sorella si era allogata a servizio in casa di un signore forestiero.
Un signore?
Questo rese pi acute le sue smanie.
Una sera, mentre egli se ne stava, sull'imbrunire, dietro i vetri giallognoli di una finestra della Palla, discorrendo con la Sguancia, vide la sorella avanzarsi con un involto sotto il braccio e entrare nel Vicolo della Luna.
Poco dopo, ne usciva in compagnia di un giovinetto.
Il giovinetto era Roberto Gandi, che era andato nella stanza con la Lina, per vedere i preparativi, che essa aveva fatto, e come avesse disposti i mobili.
Ma il pompiere Bobi Carminati, fratello della Lina, queste cose non sapeva, e credeva fra i due ci fossero ben altri rapporti che quelli, che avrebber dovuto correre tra una fantesca e il suo padrone.
Certo il Gandi disonorava sua sorella e cov nel seno odio per lui.
Natura feroce, risolvette ad ogni modo di vendicarsi.
La Lina lo vedeva sempre pi rannuvolato, ma non se ne dava pensiero.
Lo sapeva avvolto in cattive compagnie, facile allo spendere, e spesso costretto a trovarsi in grandi angustie, e scansava volentieri di venire ad ogni spiegazione per timore che egli le chiedesse denaro, e che tra loro nascesse una di quelle liti, le quali, dato il carattere impetuoso di ambedue, non si sapeva mai come avrebber potuto finire e le cui conseguenze mettevano loro tanta paura che preferivano non cominciare a bisticciarsi e attenersi in casa da una specie di tregua armata.
Evitavano a tutto potere di parlarsi: la Lina sentiva che fra lei e il fratello ci era ormai qualche cosa che li separava, sebbene non le riuscisse di chiarirsi sul preciso motivo a cui attribuire lo screzio.
Due o tre volte, nello spazio di molto tempo, le aveva detto con piglio di rabbia, minacciandola col pugno, e divenendo livido in volto:
Lina! Lina! bada bene a quello che fai!...
Una ventina di giorni, prima che fosse commesso l'assassinio nel Vicolo della Luna, il pompiere Carminati aveva detto alla sorella, tutto in collera:
Il tuo castigo si avvicina! E le aveva mostrato un gran coltellaccio, con manico bianco, facendo atto di brandirlo verso di lei.
Il lettore rammenta come Antonietta la sera del 14 gennaio 1831, uscita dalla sua casa in Piazza degli Amieri, per varie stradette del Mercato giungesse alla Loggia del Pesce, e di l esitante, quasi barcollando, entrasse nel Vicolo.
Proprio in quell'istante, a cinquanta o sessanta passi di distanza, si trovava seduto ad un banco di ortolana, nella piazza del Mercato, il pompiere Carminati.
Egli di solito capitava spesso a quel banco, e si metteva a chiacchierare con la Gegia, una delle pi vispe e allegre mercatine, stuzzicava la sua parlantina, le raccontava mille pazze cose.
Ma il suo vero scopo, bazzicando li, era di sorvegliare pi che poteva da quella distanza, e senza esser visto, l'entrata del Vicolo.
Non s tosto Antonietta apparve alla svoltata della Loggia del Pesce, Bobi Carminati si alz dal suo panchetto, e con un gesto, pieno d'irritazione, rovesci uno dei panieri, che era sul banco dell'ortolana.
Che diavolo fate? domand la Gegia. Siete venuto stasera a portarmi la sperpetua?E si chin a raccattare la roba caduta e che si era sparsa qua e l.
Su, aiutatemi, baccellone! ripet, tutta stizzita, rivoltasi al giovinetto che rimaneva in piedi, immobile, senza fare il menomo atto.
Siete diventato di marmo?... Ehi, canarino!... continu la Gegia, squassandolo per un braccio.
Ma Bobi non udiva, non sentiva pi nulla.
Aveva dinanzi agli occhi una nube di sangue.
Addio, Gegia! mormor con voce lugubre, con un tuono e una fisonomia, che agghiacci il cuore alla povera donna.
Essa non os trattenerlo.
Immagin di averlo offeso, e sapeva che non era uomo da scherzarci troppo in certi momenti.
Bobi si allontan, ma teneva sempre fissi gli occhi all'imboccatura del Vicolo.
Fece un lungo giro, camminando per in maniera da poter vedere chi entrasse in quel luogo funesto, o ne uscisse, e con le dita stringeva il pugnale, che aveva in una tasca.
Li ammazzo tutti e due, stasera!... Li ammazzo! li ammazzo!... diceva tra s furibondo.
Strisci lungo il muro, e pass dinanzi al Vicolo gettandovi una lunga occhiata.
Il Vicolo era quasi al buio, appena rischiarato dai lontani riflessi dei lumi, gi accesi qua e l su alcuni banchi, e da un lampione, che era alla cantonata della piazza del Mercato.
Suonarono le nove.
Antonietta era gi entrata nel Vicolo da mezz'ora.
L'abito, di cui era vestita Antonietta, la sua statura, avevano indotto Bobi in errore.
Dal banco della Gegia, non s tosto ebbe veduta spuntare Antonietta dall'ultima colonna della Loggia del Pesce, e andare verso il Vicolo, gli parve riconoscere la sorella, e conturbato com'era, e agitato, non sospett di esser caduto in inganno.
Circa tre quarti d'ora innanzi aveva veduto entrar nel Vicolo il pittore, e lo aveva pure riconosciuto al portamento, alla statura, sebbene egli si fosse vestito di abiti piuttosto rozzi, e di taglio bizzarro, gli abiti che la polizia trovava pi tardi sul corpo del ferito, e che aumentavano le perplessit, i dubbii, cui davano luogo le indagini.
Quando ebbe udito scoccare le nove, Bobi Carminati, che si teneva appoggiato alla nera muraglia di via Naccajoli, in maniera da non perder d'occhio l'ingresso del Vicolo, si mosse e venne innanzi pian piano.
Entr nella specie di bassa e angusta porticina per la quale si accede nel Vicolo, e camminando in punta di piedi si accost alle tre o quattro porte che erano, e sono tuttora a' due lati dell'immonda viuzza.
Si ferm alla prima e alla seconda porta, tese l'orecchio, non ud nulla: allorch arriv alla porta, che aveva il N. 5, in tinta turchina, sull'architrave, gli parve di udire un lieve bisbiglio.
Il cuore gli cominci a martellare.
La Lina era l, dietro quella porta, e lo disonorava, e un uomo abusava di lei, ne contaminava l'innocenza, la tradiva, e la rendeva oggetto di ludibrio.
La rabbia lo acciecava.
Pens a spingere la porta, ad atterrarla, ma aveva sete di vendetta, e riflett che vendetta sicura poteva ripromettersi soltanto col simulare e sapere attendere l'occasione propizia.
Era vestito di scuro, e si appoggi allo stipite di una porta, che era quasi in faccia, e che entrava nel muro alcuni pollici. Nessuno poteva vederlo l, se pure taluno poteva a quell'ora passare da tal luogo. Se qualcuno ce lo avesse colto, non gli sarebbe mancato un pretesto per giustificare la sua presenza.
Alla svoltata vi era il raddotto della Sguancia, e i mercatini conoscevano tutti il crasso idillio fra il pompiere e l'adiposa e famigerata mezzana.
Bobi aspett un'ora, pi di un'ora.
Stava l come tra le fiamme: l'ira lo pungeva, lo struggeva, lo divorava.
Quando Roberto Gandi, staccatosi dalle carezze di Antonietta, apr lievemente la porta e si affacci nel Vicolo per guardare se vi fosse gente, Bobi balz dal suo nascondiglio come una tigre, gli scaravent addosso il coltello, e se lo gett ai piedi in un attimo col coltello, fitto nella testa, nella terza circonvoluzione cerebrale dell'emisfero sinistro, come doveva poi verificare la perizia medica.
Commesso il delitto, Bobi, spinto dal rimorso, dalla paura, fuggiva e andava a lavarsi il sangue nella cucina della Palla, ove, come sa il lettore, fu sorpreso dalla Sguancia.
Ma la scena fu orribile, quando venuto fuori dal raddotto, appena ricevuta la notizia dell'incendio in San Pier Gattolini, egli corse a casa, e la sorella gli trasse incontro e gli fece lume.
Dio del cielo! Essa non era dunque nel Vicolo? Chi era la donna che vi era entrata? Chi aveva egli assassinato?
Cred aver nascosto alla sorella il suo immenso dolore, la sua angoscia mortale.
La Lina per aveva ricevuto un gran colpo, vedutolo tornare in quello stato, e gli si era mostrata pi del consueto pietosa, immaginando che dalle sue sregolatezze egli fosse stato tirato a qualche mal passo e si trovasse sbalestrato in pene, in espiazioni atroci.
Fu ben altro il caso, quando la Lina la mattina appresso ud da tutti la notizia del delitto.
Ben altro, quando pochi giorni dopo, essa trov sopra un armadio, tutta stretta a nodi, una camicia insanguinata alla manica destra, la camicia che Bobi aveva addosso la sera del delitto e che in quel modo aveva creduto poter nascondere.
Ben altro davvero, quando un giorno la Lina vide in mano ad uno dei cancellieri, che venivano nella casa di Via de' Renai, nel primo stadio d'inquisizione del processo, il pugnale col quale Bobi l'aveva una volta minacciata.
Dunque un innocente, il povero Nello, era stato arrestato, giaceva in carcere, aveva tutte le apparenze contro di lui, sarebbe stato condannato, e l'assassino....
Il vero assassino era suo fratello.
E doveva andare impunito? 



26.

Il pittore Roberto Gandi era sempre gravemente ammalato, in conseguenza della ferita riportata alla testa.
Dalla sera in cui era caduto immerso nel proprio sangue, egli non aveva pi profferito parola; n  a dire con quante cure la Lina vegliasse su lui.
Ormai, sorpreso il fatale segreto del fratello, sicura che egli era stato l'assassino dell'uomo dal quale essa riceveva tanti beneficii, non nascondeva pi l'attaccamento sincero, che sentiva pel suo padrone, e non si moveva quasi pi dalla casa di Via de' Renai.
Spesso la Lina sola al capezzale dell'ammalato, con la testa fra le mani, i gomiti appoggiati sulle ginocchia, assorta ne' suoi pensieri, andava cercando i motivi, che potevano avere spinto il suo iniquo fratello al delitto.
Certo era stato per gelosia di lei!
Bobi Carminati si era accorto della sparizione della camicia insanguinata dal ripostiglio dove egli l'aveva gettata.
Pallido, esterrefatto aspett un giorno la sorella, e quando essa entr in casa volle interrogarla e gli gett uno sguardo scrutatore.
Ma la ragazza gli rispose con uno sguardo sprezzante, quasi di sfida.
Il pompiere non os aprir bocca.
Era stato sempre un cattivo arnese, un crapulatore, un dissoluto. La sorella gli aveva sempre fatto paura, con quel carattere focoso, impavido, capace di grandissime collere: ora egli la temeva mille volte di pi, come temeva di tutti, del resto, egli, gi si ardito e coraggioso, dacch era divenuto un assassino, un vero scellerato.
Cap che la Lina sapeva tutto, o molto di quanto era accaduto nel Vicolo della Luna: si convinse per che essa non l'avrebbe denunziato.
Come poteva una sorella denunziare il proprio fratello, spingerlo con la sua mano in un ergastolo; adattarsi a portare il nome di un uomo, che avrebbe vestito la camicia gialla del galeotto, condannato ad una pena perpetua?
Ed infatti tutte queste idee stordivano la Lina, la cavavano di sentimento.
Era di continuo combattuta dal pensiero, o di divenire per tutti la sorella dell'assassino, o di lasciare condannare un innocente.
Bobi Carminati non aveva pi forza di farle alcuna osservazione sulle sue lunghe assenze da casa; non si vedevano quasi mai; il pompiere se n'andava a mangiare qua e l nelle osterie del mercato, e perseverava nella sua immonda tresca con la Sguancia, passando nel raddotto quasi tutte le ore, che gli avanzavano dal servizio, o dal suo mestiere di garzone trombaio.
Nel periodo pi acuto della malattia del Gandi la Lina soleva rimanere anche la notte nella casa di Via de' Renai.
E giorno e notte la casa era piena di gente: medici, ufficiali della polizia, magistrati, gli artisti, i personaggi pi ragguardevoli di Firenze si trovavano raccolti nelle anticamere e nei salotti.
Il delitto aveva profondamente commosso tutti: ci che aveva di foscamente misterioso irritava sempre pi la pubblica curiosit: invece di acquietarsi, col tempo, aumentava.
Da per tutto si chiedeva la pronta apertura del processo.
I rigidi magistrati, a cui era affidata la inquisizione, non potevano schermirsi dalle impazienze dell'universale.
L'alta polizia faceva in segreto premure perch il processo fosse presto condotto a termine.
Anche dalla reggia venne al presidente della Rota Criminale una parola imperiosa, che domandava il rapido disbrigo di un affare s importante.
Non si voleva allora che nulla potesse servir di pretesto a inquietudini, a agitazioni: lo strano delitto gi anche troppo aveva tenuto in sospeso gli animi, dato appicco a congetture.
Roberto Gandi, dunque, non aveva pi parlato: egli per intendeva da qualche tempo ci che gli dicevano il medico inglese, suo amico, che lo curava, e la Lina.
II medico e la Lina erano i soli che confabulassero con lui.
Per il Gandi non poteva articolare alcun suono, e per conversare col dottore scriveva lentamente sopra un pezzo di carta qualche parola.
La Lina non sapeva leggere, n scrivere, e a lei rispondeva con l'espressione degli sguardi, con lievi cenni del capo, con gesti.
Tutti gli altri credevano che egli non solo non parlasse, ma non comprendesse nulla di quanto altri volesse dirgli.
Il medico faceva di tutto con le sue affermazioni perch tale credenza si radicasse.
D'accordo con un suo autorevole collega cominci anzi a sostenere che era necessario far cambiare aria al ferito, ora che sembrava alquanto riaversi.
Lo scopo era di allontanare il Gandi da Firenze durante il processo; di metterlo in condizione di trovare quella calma, e tranquillit assoluta, di cui aveva bisogno.
La giustizia non poteva sperare, dicevano i medici, alcuno schiarimento dal ferito. Era evidente che egli non aveva nemici, che il delitto era stato commesso col solo scopo del furto, che Nello non poteva aver agito per altro impulso.
E abilmente avevano fatto correr voce, voce la quale acquist di leggieri apparenze di probabilit, che la stanza cos sfarzosamente mobiliata, trovata aperta nel Vicolo, non era che un ricettacolo dove manutengoli accorti accumulavano oggetti, chi sa in qual modo e in quanto tempo accozzati, e che il velo di donna, rinvenuto sul tappeto, e a motivo del quale tanto si affannavano la polizia, e la magistratura inquirente, era un oggetto come un altro, gettato l a caso, e chi sa di qual provenienza, e forse a eludere e stornare le indagini.
Nello doveva esser di balla coi manutengoli.
Il pittore, passando a ora tarda dalla piazza del Mercato, doveva essere stato spinto nel Vicolo da una mano robusta, e forse ferito prima che vi fosse entrato.
Ad ogni modo, in quel luogo quasi al buio in tale ora, e assalito proditoriamente, non poteva aver riconosciuto l'assassino.
Tali voci si diffondevano con molta arte, ma trovavano incredula la polizia.
Finalmente, per aver pace, per vincere tutti i dubbii, e rimuovere tutti gli ostacoli, il medico inglese dichiar che, rischiando di far peggiorare l'ammalato, costringendolo ad un grande sforzo per concentrare la propria attenzione, si poteva cercar mezzo di ottenere da lui risposta ad una domanda circa l'identificazione dell'assassino.
La cancelleria della Rota assever che, prima di rilasciare il permesso di trasportare il ferito, era necessario sperimentare tutti i mezzi per avere tale risposta.
L'esperimento fu tentato in presenza del cancelliere maggiore, dell'ispettore capo della polizia, dello scrivano della piazza, o pubblico querelante, dei coadiutori.
Il cancelliere volle l'esperimento ripetuto e tentato in due maniere.
Fu prima domandato al ferito pi e pi volte, con varie circonlocuzioni, e facendo varii gesti, se egli avesse riconosciuto il suo assassino, se sospettava chi potesse essere.
Dopo lungo indugio, egli rispose col capo di no, e ripet l'atto due o tre volte.
Poi gli fu chiesto che egli si provasse a metter in scritto la sua risposta.
Si prov, ma la mano gli tremava, il braccio gli cadde.
Si prov di nuovo.... i funzionarii, che lo circondavano, tenevano ansiosi gli occhi fissi su di lui.
Egli, mostrando di sostenere un'immensa fatica, scrisse sopra il foglio, che il cancelliere gli teneva dinanzi: no, no, ripetutamente.
Poi piomb sul capezzale, come affranto, esausto dallo sforzo che aveva fatto.
Ecco che si dichiara una forte crisi, osserv il medico. Gi lo sospettavo.... Li prego, signori, ad allontanarsi.... Ma spero che questo tentativo sia l'ultimo, e che la giustizia si riputer soddisfatta.... Mi pare, in nome dell'umanit, che questa prova debba esser definitiva....
Sia! rispose, sospirando il cancelliere, poco contento, ma rassegnato a lasciar che si eseguissero ordini venuti dall'alto.
E ora mi sar accordato il permesso di accompagnare fuori di Stato il ferito, appena le sue condizioni lo comportino, e sia uscito da questa crisi, che gli hanno cagionato i nuovi rigori della giustizia?...
Il permesso sar accordato, rispose l'ispettore.  questo il desiderio gi espresso anche da S. E. il presidente del buon governo, col quale io credo, soggiunse con malizia il capo diretto della polizia, che il signor dottore abbia gi parlato!... 



27.

Poco prima della fuga di Antonietta dal ghetto, una sera, verso le dieci, un uomo si era fermato dinanzi alla casa del pittore ed aveva bussato alla porta.
I birri, che si trovavano sempre o accanto all'uscio della casa, o a pochi passi, vedendolo, si erano portati la mano al cappello.
Poi avevano scambiato fra loro un gesto di meraviglia.
L'uscio fu subito aperto.
L'uomo entr, sal le scale, e la Lina gli venne incontro.
Il padrone  avvisato.... lo aspetta! disse la ragazza.
Ho bisogno di un momento di riposo! soggiunse il nuovo arrivato, e sedette sopra una sedia, che era nella stanza d'ingresso.
Si apr il tabarro e si lev il cappello.
Agli occhi della Lina comparve un volto pallido, in cui si scorgevano traccie di un'immensa afflizione.
Andate pure ad avvisare il padrone! intim l'ospite.
Rimasto solo, si mise una mano sul cuore, che pareva gli battesse con violenza.
Mi sento soffocare! mormor fra s. Ma affrontiamo anche questo martirio.... Mi sono giurato di arrivare sino all'ultimo estremo!
Chiuse gli occhi, come per raccogliersi, e per alcuni istanti si immerse in una penosa meditazione.
La Lina venne a scuoterlo.
Allora l'uomo si alz, e a passi lenti, in attitudine solenne, e andando ricurvo, come sotto il peso del suo cocente dolore, si diresse verso la camera, guidato dalla ragazza.
La camera vastissima era quasi air oscuro; nel fondo la luce di una lampada era tutta concentrata verso il letto su cui giaceva il ferito.
L'uomo si ferm sulla soglia della porta, quasi esitasse di farsi innanzi.
Buona sera!... passi!... disse con voce piuttosto bassa un signore, staccandosi dal letto.
Era il medico inglese che curava il pittore.
Allora l'uomo si avanz, tenendo nel braccio sinistro il suo tabarro ripiegato e nella mano sinistra il cappello.
Cos egli indicava che voleva far una visita breve, pi breve che fosse possibile.
Quando l'uomo si fu avvicinato al letto, Roberto Gandi lo salut con un lieve movimento del capo.
Egli rispose, inchinandosi, ma sostenuto, compassato, assorto sempre nella sua tristezza.
Gli lascio soli! disse il medico e usc.
La Lina lo accompagn sino alla porta d'ingresso, e appena il dottore fu sceso, torn subito nella camera.
I due uomini si guardavano, senza scambiare parola.
La scena era cupa, solenne.
La fisonomia del pittore esprimeva una grande e cordiale fiducia; ma la fisonomia dell'altro non esprimeva che ambascia e costernazione.
Di tanto in tanto si sarebbe detto che ne' suoi occhi sfavillasse un lampo di collera.
Egli era pi pallido che mai, e un sudore freddo gli ghiacciava le tempie.
La Lina ruppe il silenzio: cominci a parlare al Gandi di Antonietta, della fuga progettata, ormai imminente.
Dal modo con cui essa parlava, l'ospite avrebbe capito che il Gandi era di tutto informato, ma del resto egli gi sapeva questo prima di venire.
II Gandi fece un cenno alla Lina.
Essa port subito il calamaio, la penna e un foglio di carta.
Il Gandi si alz un poco, con gran fatica, e scrisse sul foglio queste parole:
"Promettete sul vostro onore di proteggere e difendere la ragazza Antonietta Ghelli: di trattarla e rispettarla come se fosse vostra sorella."
Quindi il Gandi porse all'uomo, che egli vedeva per la prima volta, il foglio, e mentre costui lo leggeva, gli teneva gli occhi addosso, senza batter palpebra.
Sul mio onore lo prometto, rispose l'altro con voce sicura, e componendo le labbra a una dolorosa espressione.
L'uomo, che si trovava nella camera di Roberto Gandi, era Carlo Tittoli!
La Lina aveva giorno per giorno, dacch egli era in stato di comprendere, raccontato al pittore tutto quello che accadeva nella catapecchia dell'ebreo Isacco nel ghetto.
Il pittore aveva approvato l'idea della fuga, aveva scritto pi volte a Antonietta, aveva ricevuto le sue lettere, i giovani amanti, sebbene lontani, disgiunti l'uno dall'altro, tutti e due ammalati, erano tornati al loro amoroso delirio.
Quando Antonietta si fu ristabilita, il suo primo desiderio fu di correre a vedere il Gandi, di trovar modo di avvicinarsi, fosse pure un istante, a' suoi infelici genitori; ma mille ostacoli insormontabili si opponevano a questo desiderio.
Essa sarebbe caduta subito in mano della vigilante polizia: avrebbe compromesso chi la salvava.
Avvertito della fuga di Antonietta, persuaso della necessit di questa fuga, prima di mandarne per iscritto l'autorizzazione alla giovane, che lo amava con tutto il trasporto di una passione esaltatissima, il pittore aveva palesato la volont di veder l'uomo, a cui Antonietta doveva essere affidata.
Gli elogi della Lina, il racconto della devozione da lui mostrata durante la malattia di Antonietta, l'efficacia della sua protezione, il sapere quanto egli con la sua condotta generosa arrischiava, avevano gi risvegliato nell'animo buono del pittore sentimenti di simpatia per il Tittoli.
Egli lo credeva un amico d'infanzia di Antonietta: non sospettava che avesse avuto alcuna inclinazione per lei: la confidava al suo onore.
Quando Antonietta disse al Tittoli che egli doveva recarsi a visitare il pittore, l'idea di andar a far quasi un atto di omaggio all'uomo, che gli aveva rapita la sua felicit, di trovarsi dinanzi al suo rivale fortunato, lo inaspr, lo irrit: sent ribollirsi l'animo disdegno.
Ma perch Antonietta potesse uscire dal ghetto, perch l'opera a cui si era accinto, inspirata al suo nobile amore, alla sua incredibile abnegazione, fosse compiuta, il sacrificio doveva essere consumato.
E Carlo Tittoli, abituato ormai a tutte le desolazioni, a tutte le pi acerbe torture del cuore, vi si era preparato!
Dopo la risposta che egli aveva dato, appena letto il foglio, il pittore Roberto Gandi gli aveva teso la mano e aveva stretto con vera effusione quella ch'e' gli porgeva.
Si sarebbe detto che un patto di eterna, indissolubile amicizia si stringeva fra loro.
Ma Carlo covava un odio cieco, una collera sorda contro Roberto.
Il Tittoli e la Lina continuarono dinanzi al pittore a parlare dei particolari della fuga, del luogo, tra la deserta campagna, in cui la Lina avrebbe aspettato Antonietta nel casolare isolato, e mezzo in rovina, dove abitava una vecchia, della quale potevano fidarsi.
La fuga doveva effettuarsi tre o quattro sere dopo.
Il pittore aveva consegnato alla Lina una lettera e una borsa piena d'oro, per provvedere ai bisogni di Antonietta, che era rimasta sprovvista di ogni mezzo. Dopo la notte fatale del 14 gennaio, dichiaratasi la pazzia nei due poveri vecchi, il fisco aveva apposto i suggelli alla casetta in piazza degli Amieri, e nessuno vi era pi entrato.
Dopo una mezz'ora, il Tittoli usciva dalla casa del Gandi.
Tre sere dopo, alla medesima ora, usciva da quella casa la Lina.
Essa si era accomiatata, piangendo, dal suo padrone, e lo aveva lasciato alle cure della vecchia governante inglese, che stava col Gandi da varii anni, del suo medico e de' parenti.
Egli le aveva ripetuto che, avendo ottenuto ormai il permesso di uscire dallo Stato, si sarebbero presto riveduti.
La Lina doveva andare a aspettare Antonietta e unirsi con lei.
Lina Carminati credeva di aver preparato il fratello a questa assenza, della quale gli aveva tenuto discorso una o due volte, cos alla sfuggita.
Immaginava che egli dovesse esser contento di sbarazzarsi di lei, di vederla andar lontano e non aver pi a temere che lo denunziasse.
Spesso la Lina, che si sentiva inquieta nella sua coscienza, aveva chiesto qua e l notizie di Nello.
Gli era stato risposto che si addimostrava molto contento nella sua prigione, che era mezzo pazzo, che forse non lo avrebbero condannato.
Altri per assicuravano che la condanna era certa.
La Lina lottava tra queste perplessit. Passava di quando in quando ore intere angustiata dal tormento di non sapere che via seguire: o denunziare il fratello, o diventar complice della condanna perpetua, della morte di un innocente, che forse poteva avvenire in conseguenza di una si dura condanna.
La sera che abbiamo detto si mosse da Via de' Renai per andar a casa sua, volendo metter tutto in ordine per la partenza.
Arrivata a casa, vide che il fratello non era tornato. Assett le sue cose, e si coric nascondendo bene sotto il guanciale la borsa piena d'oro.
La notte tra il sonno le parve a un tratto di vedere la camera illuminata.
Spalanc gli occhi.
Suo fratello, in maniche di camicia, con un lume in mano, si curvava verso di lei.
Gett un grido di spavento.
Che cosa facevi oggi con Lucertolo sotto le logge di Mercato Nuovo?... Ti ho veduto! diceva Bobi, e le parole nell'impeto dell'ira gli uscivano dalle labbra interrotte.
Ah! suo fratello voleva ucciderla, pens Lina. Le venne in mente l'oro che essa possedeva, il sospetto che egli poteva nutrire di essere stato denunziato.
Balz dal letto, dal lato opposto a quello dove era il fratello, e brand, alzandolo da terra, un pesante ferro da stirare, che si trovava in un cantuccio della camera.
Assassino! assassino!... ripet, se fai un atto contro di me, ti spacco il capo!
Ma Bobi Carminati non si muoveva.
Ormai era sicuro che la sorella conosceva il suo segreto, e, senza dubbio, lo aveva palesato all'agente di polizia.
In quel momento fu bussato alla porta. 



28.

Al picchio dato alla porta, succedette un breve, terribile silenzio.
Bobi era in maniche di camicia, tutto scarmigliato, con gli occhi iniettati di sangue, da una parte del letto; dall'altra parte stava la sua sorella, col ferro brandito nella mano, che teneva sempre alzata, la sorella con le spalle robuste, le braccia nude. I nerissimi capelli, che le si erano sciolti nell'atto precipitoso con cui era balzata dal letto, sparsi sul dorso, o ricadenti sul bel seno agitato, le arrivavano quasi al ginocchio.
Bobi, divenuto bianco nel volto, tremante, come l'assassino che si vede scoperto, ed  convinto di non poter fuggire, ruppe per il primo il silenzio.
Sei stata peggio di Caino! disse alla sorella, aggiungendo un'orribile bestemmia.Sei tu che mi hai denunziato, sei tu che hai portato la polizia fino all'uscio di casa nostra.... Ahi ma non devi godere della tua vendetta! prosegu Bobi, gettando alla sorella un'occhiata piena di odio.
Nello stesso istante cercava di andare dall'altra parte del letto, e saltare addosso alla ragazza.
Ti ripeto, esclam Lina, rannicchiandosi in un cantuccio, e agitando il ferro in cima al suo braccio fortissimo. Ti ripeto che se fai un passo io ti spacco il capo!
Bobi si trasse indietro.
L'atteggiamento della Lina lo sbigottiva.
Conosceva la ragazza e la sapeva capace di tutto, quando la collera la infiammava.
Dunque sei tu, che mi hai denunziato alla polizia?
Ma no, sei matto! rispose la Lina, che aveva posato il ferro, e si tirava la camicia sulle spalle per ricuoprirsi, fidandosi nella calma repentina del fratello.
Tu neghi, sciagurata, ma sei tu, s tu che mi hai venduto....
Bobi era prostrato in un singolare abbattimento.
Gli pareva gi di sentirsi intorno ai polsi le tacchelle, che i birri mettevano agli arrestati, si vedeva nel fondo di una prigione, immaginava il clamore del giudizio, la pubblicit della condanna.
E che cosa risponderai al giudice, che cosa avrai il coraggio di rispondergli, domand Bobi alla sorella, in uno sfogo di esaltata disperazione, quando sarai chiamata a deporre contro di me?... Non capisci che farai orrore a tutti?
Fu di nuovo picchiato alla porta.
E il picchio fu due volte ripetuto, ma lentamente, con precauzione.
Era facile comprendere, che l'uomo il quale aspettava fuori, non aveva furia, e non voleva, in quell'ora tanto inoltrata, far chiasso nel casamento.
Ma sebbene lenti, quei picchi dati sulla porta erano come colpi di coltello al cuore di Bobi.
Pallido, esterrefatto, si reggeva appena in piedi: gli occhi gli abbarbagliavano, si sentiva soffocare.
A un tratto si volt bruscamente facendo un gesto di violenta resistenza.
Gli era sembrato che l'uomo, il quale si trovava di l dalla porta, fosse entrato e lo avesse afferrato per il collo.
Aveva sentito sulla carne l'impronta ghiacciata delle dita di lui.
Invece, l'uomo, che aspettava in cima alla scala, non pareva sgomento dell'indugio.
Appoggiato a uno stipite della porta tendeva l'orecchio, cercando di udire qualcuna delle parole, che si avvisava fossero bisbigliate fra gl'inquilini di quella soffitta.
Non ci  rimedio! mormor Bobi, mettendosi le mani fra i capelli. La polizia mi cerca.... a quest'ora non pu essere altri che la polizia.... e sono sicuro che l'uomo sul pianerottolo  Lucertolo....
La Lina era fuori di s dal raccapriccio e dallo spavento.
La ragazza sapeva di non aver denunziato il fratello, ma l'idea della polizia si presenta sempre ai delinquenti, a coloro che sono ad essi congiunti, o affezionati, ad ogni rumore che odono in certe ore, ad ogni dubbio incontro, ad ogni difficolt, che si pari loro dinanzi.
Anche la Lina, svegliata cos all'improvviso, sopraffatta dal terrore, era quasi certa che la polizia veniva a cercare il fratello.
L'antico affetto per lui, le memorie di una lunga convivenza, dei giorni trascorsi insieme fin dall'infanzia, l'onore del nome, l'istinto della famiglia, tutto la commosse, l'agit, le dette nuova energia. In un istante fu occupata da un solo pensiero: salvarlo.
Si accost a lui e lo prese per mano.
Io so tutto, gli disse, ma io non ti ho denunziato.... Te lo giuro!... Forse ti sei tradito da te con qualche imprudenza.... forse ti sei lasciato sfuggire qualche parola tra il vino in mezzo alle canaglie, che vai a cercare alla Palla!
Ahi tu hai forse ragione, balbett Bobi.
Forse quella Sguancia!... La sera del delitto mi vide lavare il sangue....
Aprite! grid una voce sonora, e fu dato nell'uscio un picchio pi forte, che lo scosse.
Il sangue si ghiacci loro nelle vene.
Ambedue rimasero storditi.
Siamo rovinati!... esclam Bobi, e profer un'altra delle sue orrende bestemmie.
Egli aveva riconosciuto la voce.
 lui! proprio lui! disse in preda a un atroce spasimo. L'avevo indovinato!
Chi lui? domand la Lina imperterrita, trasognata.
Lucertolo!
Ah!
E la Lina si sostenne al letto per non cadere.
Si sarebbe detto che un fulmine fosse scoppiato a' suoi piedi.
Tutta la scena, che raccontiamo, era durata poco pi di un minuto.
Bisogna che tu ti nasconda! riprese la Lina, avendo subito riacquistato tutta la forza e la sua perspicacia.
Ti assicuro che vivo non mi prendono di certo! torn a balbettare Bobi con piglio feroce.
Vieni!
E la Lina, tirandolo per mano, travers con lui in punta di piedi la stanza d'ingresso, e entrarono nella cucina.
Vedi, gli disse la Lina, accennandogli un uscietto, che si apriva in alto sopra l'uscio della cucina. Tu devi entrare lass.... Monta sopra questa sedia.... poi anche io ti aiuter.... Quando sarai entrato in quel ripostiglio, ti metterai davanti alcuni oggetti che ci sono, e ti ritirerai in fondo.... Lo stanzino  lungo almeno tre braccia ed  piuttosto alto.... Ad ogni modo ci starai accoccolato, e rinchiuder io l'uscietto.... L non ti cercheranno.
Bobi dette un'occhiata allo sportello per il quale doveva entrare.
 impossibile! osserv rapidamente, non perdiamo tempo. L'apertura  troppo stretta, non posso passarci.... Lasciami fare.... Ho un'idea!
 Tornarono in camera.
Ora vai a aprire! ingiunse Bobi alla sorella, in tuono che non ammetteva replica.
La Lina esitava.
Vai... se ti sta a cuore di salvarmi. Ho un progetto, e non posso eseguirlo fino a che tu sei qui.... Stai sicura che Lucertolo non mi trover.
Tieni!
La Lina si lev dal collo una medaglia, e la mise al collo di Bobi, dopo averla baciata.
Poi usc dalla camera, traballando, come forsennata.
L'uomo, che era di fuori, batteva ora furiosamente sulla porta.
La ragazza, dati pochi passi nella stanza d'ingresso, per guadagnar tempo, prima di decidersi a aprire, domandava: chi ?
Bobi Carminati spalancava la finestra della camera, saliva ritto sul davanzale, e con un salto si slanciava nel buio.
Chi ! chi ? chiedeva la Lina.
Sono io, per la Marca di Sant'Alto! rispose la dura voce di Lucertolo. Aprite....
La Lina apr.
L'omaccione entr, mettendosi di fianco per poter passare con le sue ampie spalle, e la sua larga corporatura, a traverso la porticina, che si apriva soltanto a met.
Teneva in mano la lanterna e la dondolava con atto d'impazienza.
Dov' Marrone? domand immantinente, girando i suoi occhi scintillanti qua e l per la squallida casupola.
Come rammenter il lettore, Marrone era il soprannome di Bobi.
Non  in casa! rispose la Lina, tutta ansante.
Non  in casa? A quest'ora? Sapete, ragazza, che fra poco saranno le due della mattina?...
Non c'... non c', rispose la Lina.
Voi dite una bugia, ragazza! Mi conoscete?
Lucertolo si butt gi il mantello e fece vedere una tracolla di lana verde.
Lesta!... indicatemi dove  la camera di vostro fratello.... o la trover io da me.
Non  in casa.... non  in casa! insisteva la Lina, tutta conturbata.
Voi tremate! disse il birro fissando gli occhi verdastri, acuti, in quelli della ragazza.
Tremo perch sono appena vestita! interruppe la Lina, alzando distratta lo scialletto, che si era in fretta gettato addosso e sotto il quale non aveva che la camicia.
Quel movimento per era bastato a far si che l'occhio di Lucertolo si posasse sul nascere di due globi d'avorio, cos turgidi e ben torniti, che le pieghe della grossa ghinea non bastavano ad attutirne le linee spiccatissime.
Lucertolo ebbe una bella tentazione, ma il sentimento del dovere era in lui indomabile. Pos la lanterna, prese il lume, che teneva in mano la ragazza, e con la fisionomia pi accigliata, e col piglio pi ruvido, pronunzi queste parole, mentre si dirigeva verso la camera della Lina:
Vostro fratello non  in casa?... Non sapete, per esempio, che io ho udito la sua voce, mentre parlava con voi!... Non sapete che ho udito perfino quando tutti e due in punta di piedi avete traversato questa stanza?... Non  in casa.... e Lucertolo si ferm davanti ad un cappellinaio, che era nella stanza d'ingresso.
Ma questo non  il suo cappello da borghese, e quest'altro non  il suo berretto da pompiere?... E questi sono i suoi pantaloni, disse, alzando da una seggiola un paio di pantaloni, e sentite, sono tuttora bagnati in fondo... Sono i pantaloni che si  cavato stasera, appena tornato a casa, i soli pantaloni, che abbia un povero, uno sciagurato come lui!
Intanto Lucertolo spingeva la porta della camera di Lina.
La ragazza lo seguiva, trepidante.
La paura le aveva troncata in bocca la parola che voleva pronunziare. Non poteva pi muovere le labbra essiccate.
 aperta la finestra! esclam Lucertolo.
Pos il lume e si affacci.
A tre o quattro braccia sotto la finestra si stendeva un tetto.
Lucertolo sent un rumore di tegoli smossi in lontananza.
Gli balen in mente un sospetto sinistro.
Marrone!... Marrone! egli chiam a voce bassa, ma chiara, in modo da essere udito.
Nessuno rispose, ma Lucertolo vide una forma bianca che errava ad una distanza di quindici o venti passi.
Ho capito! mormor fra s il birro.
E appoggi un ginocchio sul davanzale della finestra.
Prima per di eseguire un altro movimento si volt indietro per vedere che cosa faceva la ragazza.
Lina era di indole energica; arditissima, quando la passione la stimolava.
Vide in un attimo tutto il pericolo del fratello, e volle tentare per salvarlo un mezzo dei pi arrischiati.
Appena scorse il birro che si era rivolto verso di lei, gli fece cenno di scendere dalla finestra.
Che cosa c'! domand Lucertolo, quasi in tuono di stizza.
Prima che vi gettiate sul tetto, ho bisogno di parlarvi, di dirvi una cosa molto importante, rispose la ragazza.
Lucertolo fece un atto di sdegno, alzando una spalla.
No! replic la Lina, che si era accostata alla finestra, e pigliandolo per un braccio. Voi dovete ascoltarmi!
Esaltata, preoccupata com'era, la ragazza aveva lasciato cadere molto in gi lo scialletto, e appariva dinanzi al birro nella perfezione delle sue forme fiorenti e giovanili.
L'agente cap che poteva aspettare qualche minuto ad andar a correre pei tetti in busca del misterioso individuo, che egli aveva veduto benissimo nascondersi dietro il fumaiuolo di un lontano camino.
Tir gi il ginocchio dal davanzale della finestra e rimase in piedi, sempre per tenendo la coda dell'occhio verso il luogo: ove era scomparsa la persona a cui egli intendeva dare la caccia.
Su, figliuola.... parla e presto! disse il birro, mettendo la sua mano pesante sopra una delle spalle nude della ragazza.
La Lina non pot rattenere un gesto di ribrezzo.
Mi fate male! soggiunse. Levate la mano!...
E, trattasi un poco in disparte, si gett in ginocchioni dinanzi a Lucertolo, e diede in uno scoppio di pianto.
Animo, ragazza, parla, ti ripeto, e presto!...
Se le lacrime potessero intenerire un uomo come me, ti assicuro che sarebbero bene spese. Se fra due secondi non hai parlato, io mi slancio sul tetto.
Parlo subito.... parlo subito! continu la Lina sempre in ginocchio sul nudo pavimento. Ho da farvi una confessione.... una confessione tremenda.... per una ragazza come me.
Lucertolo scuoteva il capo: egli sospettava molto di questa ragazza, che voleva prenderlo per suo confessore, drizzava l'occhio sempre al camino, dietro il quale si era celato il fuggitivo.
Ebbene.... so che ad un uomo della polizia, ripigliava la Lina, singhiozzante, bisogna dir tutta la verit.... come a un medico, a un magistrato.... So che posso fidarmi della vostra discrezione.
Fidati quanto vuoi, replicava Lucertolo, impazientito, ma ti avverto che se non hai finito fra un secondo sar troppo lontano perch tu possa parlarmi.
La persona che  sul tetto, disse la Lina arrossendo fino alla radice dei capelli, e balbettando, non  Bobi....
Chi  allora? domand il birro sgranando gli occhi, e aguzzandoli sempre pi verso il nascondiglio che teneva celata la preda a cui anelava.
 un giovinotto.... un giovinotto.... mio amante, aggiunse la Lina con grande sforzo, che si trovava qui con me....
Il birro ascoltava ora con profonda attenzione.
Quando voi avete picchiato, prosegu la ragazza, ci siamo sentiti morire.... Io ho creduto che fosse Bobi, il quale stamani mi aveva detto che non sarebbe tornato.... Spesso sta fuori le nottate intere.... mi dice a causa del servizio.... La paura che egli ci sorprendesse ci ha atterriti.... Ho cercato di nascondere il mio amante.... Per voi ci avete sentito traversare la stanza d'ingresso e bisbigliare. Sono venuto ad aprirvi, perch egli me lo ha intimato, e mentre uscivo di qui il disgraziato si deve esser calato sul tetto, credendo di sfuggire al furore di Bobi.... Se voi fate un passo contro di lui, siate certo che lo ammazzate.... Non  pratico, non conosce i luoghi, e stramazzer nella strada. Risparmiatemi, ve ne supplico, questa immensa sventura, questo disonore!...
La Lina si era quasi trascinata ai piedi di Lucertolo.
Ma  vero dunque, proprio vero, disse il birro rasserenato, che stanotte Marrone non  tornato a casa?
No, no! ribatt la Lina con gran sicurezza.Se volete convincervene venite con me.
Si alz, prese il lume e, seguita dal birro, si ferm davanti a un uscio aperto, che era quasi accanto all'uscio della cucina.
Guardate! esclam la ragazza, ritta sulla soglia della porta, e alzando il lume, in maniera che illuminasse tutta la stanza. Quello  il letto di Bobi!...
Lucertolo guard e vide che il letto non era disfatto.
Bobi, tornato a casa tardissimo, invaso da' suoi mali pensieri, non si era coricato, e, poco dopo arrivato, buttati qua e l i panni nella stanza d'ingresso, se n'era entrato minaccioso in camera della sorella.
Ora ho capito! osserv il birre. Quei panni.... quel cappello!... e rideva. Ringrazia Dio, figliuola, che sono venuto io a bussare alla porta.... se fosse stato Bobi.... chi sa a quest'ora colui, che  sul tetto, avrebbe la testa al suo posto. Ma si vede che c' un Dio.... anche per gl'innamorati. Basta.... d'ora in avanti, ragazzi, siate pi cauti, e intanto, disse il birro trinciando in aria un gran crocione, con la sua grossa mano, pigliate la mia benedizione!
E si avvi per uscire.
Scusate, interruppe la ragazza, tutta rinfrancata, vedendo il birro allegro e sorridente, ma perch siete venuto a cercare di Bobi?
Che cosa volevo da Bobi?... replic il birro tornando indietro. Volevo che venisse con me in via de' Cardinali dove brucia una certa quantit di fieno in una bottega.... Cinque minuti fa, ho sentito un odore di fumo girando pel mercato, sono andato via via dove sentivo che l'odore si faceva pi acuto, e cos sono arrivato davanti alla bottega e ho visto le fiamme, che divampavano da una finestruola... Subito mi nacque l'idea di venire a chiamar Bobi, traversando la piazza, e vedere se riuscissimo a spegnere insieme quel piccolo incendio e guadagnarci tra noi due il premio.... Ma.... ora bisogna che corra,  quasi un quarto d'ora dacch sono partito da via de' Cardinali... Addio, ragazza, addio.
Il birro gi aveva aperto e richiuso l'uscio, e se ne andava gi per la scala, facendosi lume con la lanterna.
Lina e Bobi l'avevano proprio scampata bella.
 mancato poco, disse la Lina a Bobi, quando dopo immense difficolt e lunghi tentativi fu risalito,  mancato poco che col nostro spavento non ci compromettessimo.... Domani voglio subito andarmene a portare un voto alla Santissima Annunziata!
Bobi si sentiva come pazzo dalla gioia.
Non mi scopriranno, non mi scopriranno mai! ripeteva fra s, se tu non mi denunzi.
Come tutti i delinquenti suoi pari passava agevolmente dal massimo sconforto alla massima fiducia: da un estremo all'altro.
Dopo pochi giorni la Lina part, ma prima di partire, trovandosi sola con Bobi, gli disse nel modo pi severo e pi deciso:
Abbi prudenza.... e veglia ad ogni minuto.... Bada di non ti fidare!... E pensa che non basta che tu sii salvo, ma bisogna trovar testimoni, cercar un mezzo per salvare quel ragazzo che  innocente.... Nello non deve andare in galera per te!... Del resto anch'io penser giorno o notte a ci che potremo fare....
Lucertolo per, dopo quello che gli era accaduto nella casupola della Lina, provava di tanto In tanto vive inquietudini.
L'istinto, di rado fallibile, che possiedono tutti i grandi e accorti poliziotti, tutti gli agenti, per cui la polizia  un'arte, una passione, lo cominciava a avvertire lentamente che la ragazza forse si era burlata di lui.
Si cominci a domandare: chi poteva essere l'amante fuggito per i tetti?
Bisognava scoprirlo.
Poi seppe che la Lina era partita.
Dov'era andata, con chi?
Nessuno gli dava risposte soddisfacenti.
Ed egli si sentiva molto perplesso.
Bisognava scuoprire....
Ma la Lina era stata fino allora al servizio del pittore Gandi, il signore assassinato nel Vicolo della Luna....
Perch lasciava il padrone ammalato cos a un tratto, e si allontanava dalla citt?
Altro motivo d'indagini.
Cos di deduzione in deduzione, Lucertolo era arrivato a formarsi una terribile congettura, sorgeva in lui un'idea, allora incerta, esitante, ma che doveva a poco a poco ingrandirsi, farsi gigante, dominarla, diventare l'unica preoccupazione della sua vita.
Lucertolo, riandando nella sua mente i pi minuti incidenti, si rammentava bene che il giorno in cui aveva incontrato la Lina sotto le Loggie del Mercato Nuovo, la ragazza, appena egli le diresse la parola, impallid, si confuse.
Perch?
Un giorno, mentre meditava intorno al tema, ormai a lui prediletto, si batt la fronte.
Ho trovato! ho trovato! esclam il birre. Il modo di uscire da tutti i miei dubbi  semplice....  indispensabile che io diriga per ora tutte le mie ricerche ad un solo scopo: a sapere cio dove Bobi pass quella notte, in cui io andai in casa sua.
Ormai Lucertolo sentiva, o per dir meglio presentiva che doveva esserci un certo nesso fra la famiglia Carminati e il delitto consumato in via della Luna.
Ma le ragioni sottili per cui si potevano coinvolgere quelle due persone nella istruzione del processo di Nello, metterle in relazione diretta col delitto commesso, sino allora gli sfuggivano.
Un filo ci era, secondo lui, ma era troppo sottile per poterlo scorgere subito.
Tuttavia Lucertolo era persuaso di aver messo finalmente il piede nella vera strada delle sue ricerche.
E a tali nuove ricerche egli ormai avrebbe consacrato la sua anima, il suo ingegno, le sue forze di poliziotto.
Nello per lui non era il vero colpevole, la scoperta del principale autore dell'assassinio, il portar luce in un fatto cos misterioso, e che tanto eccitava la pubblica attenzione, lo avrebbe riempito di gloria: lo avrebbe reso prezioso ai suoi superiori.
All'opera! all'opera!... si ripeteva spesso Lucertolo. E coraggio, e costanza!... La vittoria deve alla fine esser mia!



29.

Ma  tempo che io dica partitamente dell'ordinamento della polizia toscana in que' tempi, a migliore e pi piena intelligenza di quanto ho raccontato sin ora e del molto che ho da raccontare.
E volentieri mi ci accingo, perch indarno si cercherebbero tali notizie nei libri, e io le ho pazientemente attinte dalla viva voce dei pochi vecchi superstiti, alcuni de' quali appartenuti alla stessa polizia ne' tempi di cui discorro.
E tali ricordi io stimo preziosi, poich la tradizione di essi, fino a oggi serbata intatta, si andr col tempo alterando, e non confortata da alcun documento sar, fra non lunga pezza, guasta del tutto e corrotta.
Il servizio della polizia in Firenze, per esempio, nel 1831, era cos ben regolato e distribuito, che nessuna parte della citt o dei suburbii sfuggiva alla ordinaria vigilanza degli esecutori.
Firenze era allora divisa in tre quartieri, come gi ho accennato: Santa Croce, Santa Maria Novella e Santo Spirito.
Senza parlare del giorno, tutta la notte i quartieri erano perlustrati fino all'alba, ora nella quale si faceva il cos detto giro dei cartelli, per staccare i foglietti sediziosi, se talvolta qualcuno ne era affisso, e pi che altro le satire, gli epigrammi manoscritti, e le iscrizioni oscene allora, come oggi, frequenti.
La sera, dopo l'un'ora di notte, cominciavano le ronde dei volanti, dirette da un graduato, in ogni quartiere.
Si faceva la visita dei pubblici ridotti, delle bettole, osterie, infime locande, case di mala fama, e vi si arrestavano i pregiudicati, le persone sospette in materia di furti, o di tendenze a disordini, risse e disturbi alla pubblica tranquillit.
Dopo la mezzanotte principiava il servizio dei piantoni. Un volante solo, armato di sciabola e munito di lanterna era, secondo il linguaggio che si adoperava, impostato in un certo punto e aveva una periferia da vigilare.
Il piantone del Ponte Vecchio, dove ebbero sempre, da antico, lor botteghe gli orefici, era il pi importante e veniva affidato ai volanti pi attivi e pi coraggiosi.
Vi era poi una ronda di due volanti e un agente graduato per ogni quartiere, la quale andava ad assicurarsi che non fossero usciti di casa i precettati, cui era proibito uscire di notte tempo, e sorvegliava i piantoni perch stessero all'erta, e si accostava loro per sapere che cosa ci fosse di nuovo.
Nel caso, che occorresse man forte o per qualche arresto, o per altri avvenimenti, i volanti di piantone, e le ronde si chiamavano, come gi sa il lettore, col grido di chi.
Un diplomatico inglese, alloggiato in un albergo, inconsapevole dell'uso, sporse reclami contro queste grida notturne, che gli turbavano il sonno. Avuto contezza di quello che le grida significassero, lo prese vaghezza di sapere per filo e per segno i particolari del servizio di polizia, e tutto l'ordinamento del corpo degli esecutori.
Qualche anno dopo, il Governo inglese mandava in Firenze persone incaricate di studiare pi a fondo la cosa. La presidenza del buon governo fu compiacentissima nel dare le pi ampie notizie, resultato delle quali fu un rinnovamento nella istituzione dei policemen in Londra e nel Regno Unito. E invero i policemen fanno un servizio come si faceva nell'antica capitale toscana dagli esecutori, con la differenza col di un progressivo miglioramento a seconda dei tempi, recanti maggior sentore di civilt.
Entro il ghetto, circoscritto allora dalle porte che in sulla sera si chiudevano, e che furono poi tolte, per ordine del governo, mentre imperversava il cholera nel 1835, vi era un guardiolo per residenza di due volanti e un agente.
A turno, uno dei volanti stava sempre in giro, di giorno e di notte, per quelle piazze, viuzze e androni.
Gli ebrei, con linguaggio loro proprio, chiamavano Terzanini i birri e Rosce l'agente, e mostravano molta affezione a questi uomini, che li difendevano ne' soprusi, li proteggevano da soperchierie.
Vigilavano i suburbii tre squadre di famigli (era questo il nome dato nelle campagne agli esecutori); ciascuna comandata da un caporale o da un sotto caporale.
Tali squadre, e le altre di Campi e della Lastra a Signa, che conservavano la primitiva denominazione di famigli e di caporali, mentre la polizia interna di Firenze, dopo il dominio francese, era stata riformata, dipendevano dal Capitan Bargello di Brozzi, che aveva residenza nel palazzo degli Otto, al primo piano, in faccia al grande scalone.
Attigue a quelle dove il Bargello di Brozzi risiedeva erano le stanze per gli esami dei detenuti, e nella gran sala, detta dei condannati, alla quale si accedeva da tali stanze, si applicavano le staffilate.
Un commissario di polizia pi rigido degli altri, nel calore delle sue riprensioni a qualche donna di partito, o ai pi trincati furfanti, era solito minacciare di far loro dare 25 staffilate; e allorch saliva a buono in sulle furie, tuonava: "Non 25, ne avrai 50!"
E, a proposito della birresca oltracotanza e del terrore, in certi casi salutare, dalla polizia inspirato a que' tempi, sono di credere debba riuscire curiosa la seguente narrazione, scrittami da un vecchio testimone oculare e degno.
E la riproduco nella sua semplice schiettezza:
"Una sera mi trovai in via Palazzuolo a vedere arrestare uno. Eran due birri soli; l'arrestato si butt in terra per non andar coi birri: questi presero un baroccino da un ortolano vicino e un mazzo di funi da una bottega. Lo caricarono come se fosse stato una balla di carbone e lo legarono al barroccino. Un birro fece da ciucio e l'altro si messe dietro a spingere il barroccino. Ci saranno state pi di 100 persone; nessuno rifiat. Da Palazzuolo fu portato cos legato fino in Valfonda, ove era il commissariato di polizia.
"Seppi che il giorno dopo a cotesto giovanotto furono date 25 legnate sulle natiche.
"In tutti i commissariati vi era una panca nella quale venivano paternamente amministrate coram populo le "scilaccate" Ad arbitrio del commissario erano applicate dall'aguzzino del boia per le trasgressioni ai precetti, per le disobbedienze alla polizia, per i piccoli furti, per gli scandali delle meretrici e cose simili."
L'uffizio dell'Ispettore della polizia era pure al primo piano del palazzo degli Otto, ma in parte opposta a quella dove, come ho indicato, aveva sua residenza il Bargello di Brezzi, cio da via del Palagio, nel quartiere ove forni sue gesta il duca di Atene. Al mezzanino sottoposto erano le stanze del tenente dello Scrivano della Piazza.
Negli anditi e nelle stanze d'aspetto di questi locali erano in pittura raffigurati gli stemmi e i nomi dei capitani bargelli di Firenze fino da' tempi pi remoti: ricordi distrutti, quando si mise mano a voler ridurre il palazzo nella sua pristina forma.
Gli agenti e i volanti, di notte cingevano la sciabola con una tracolla, la quale aveva una placca d'ottone sul davanti, indicante la qualit del funzionario.
Di giorno portavano un buon bastone di marruca i subalterni, e di anima di leccio, o di canna di zucchero i graduati, e se ne servivano spesso come poderoso argomento a far cessare le risse, i clamori, i giuochi sul suolo pubblico.
In propria difesa cacciavano mano alle pistole, o pi comunemente al coltello in asta, che tenevano sempre nella tasca interna, a sinistra, della giacchetta.
Nessuno andava sfornito delle tacchelle, piccolo arnese formato da due nottolini di bossolo, e da una funicella con nodi, che stringevano al polso degli arrestati, in modo da far loro vedere le stelle, se fossero giovani, aitanti della persona e tentassero di fuggire.
I famigli de' suburbii andavano attorno nella giornata col bastone e il coltello; la notte portavano lo schioppo.
Noter che i loro schioppi erano singolarissimi, cio con le incassature di noce intagliate, o smaltate di fiorami d'argento; la canna damascata piuttosto corta, e acciarini a pietra. Avevano insomma apparenze di armi da museo; tenuti per sempre puliti e lucidi, e innescati in maniera da non fallire il colpo, al bisogno.
Nessuna uniforme, o divisa.
In Firenze i graduati, in specie i giovani, indossavano soprabito, o giubba lunga, a coda di rondine, come allora usava, e cappello a cilindro stretto, alto, giusta le foggie che erano in voga.
I comuni, e in particolare quelli pi attempati, vestivano alla meglio a modo di popolani, e per lo pi con giacca di velluto come gli esecutori di provincia.
L'Ispettore, lo Scrivano della Piazza, il Tenente e il Bargello di Brozzi vestivano signorilmente e al grave e sostenuto portamento li avresti detti tanti magistrati!
L'Ispettore, in certe circostanze, portava la spada.
Il popolino aveva facile dimestichezza coi birri, e scherzava con loro, in specie con quelli pi conosciuti e a' quali aveva apposto bizzarri soprannomi.
Ai tempi che descrivo, un birro, soprannominato il Bello, otteneva invidiati trionfi, faceva stragi nei cuori delle pi vispe e simpatiche popolane.
Sotto il granduca Pietro Leopoldo, il corpo degli esecutori di polizia aveva acquistato il colmo della possanza, in quantoch, adoprato primieramente dal principe stesso contro i nobili, arriv davvero a soprastare a tutti.
Ma se a qualche storico parve soverchiante quella regia polizia, i fini dell'immortale sovrano filosofo pur adonestavano i mezzi di cui si serviva, e specialmente l'ardito zelo dei suoi capitan-bargelli.
Allora gli esecutori vestivano, come soleva dirsi, alla brava, ma questi in uniforme: calzoni corti, stivali alti, giubbetto a vita, tutto bottoni d'argento a due file e cappello a tre punte. La penna d'oca o di tacchino sul cappello denotava che il birro sapeva scrivere, e che, secondo il gergo, era stoffa da far carriera.
I loro schioppi erano ricchi di fregi d'argento. Alla vita tenevano una cintura alta, di pelle, chiamata la padrona, nella quale erano infilate le cartucce di palle incatenate, il coltello in asta, e le pistole arabescate di fregi d'argento come lo schioppo.
Le palle incatenate, di cui si servivano, erano proiettili terribili. Fra le due palle di piombo ordinarie vi era quasi 50 centimetri di fil di ferro attortigliato in guisa che sembrava un pacchetto di campanelline interposto fra una palla e l'altra. I capi dei tortigli s'infilavano nella stampa di maniera che quando si faceva il getto del piombo strutto questi capi si fondevano entro la palla. Un tal proiettile uscito dalla canna dello schioppo si distendeva per largo quanto era lungo il fil di ferro; quindi gli spari non andavano mai a vuoto, dato pure che la mira sgarrasse di qualche centimetro. Le ferite erano insanabili. Per vedere l'effetto di queste palle incatenate, bastava esplodere lo schioppo in un campo di grano alto, nel quale formava una lunga striscia di spighe scapezzate e abbattute, unita a modo di solco.
Prima dell'invenzione dell'archibuso, i birri avevano per arme l'alabarda, o asta, come comunemente la denominavano.
E il brioso poeta Saccenti in una delle sue poesie sui birri ne fa motto, dicendo;

Chi ha quella in man, dai ladri non ha pena
Perch puzza di birro che avvelena! 



30.

Ripiglio il filo del racconto.
Cinque o sei giorni dopo quello, in cui di primissima ora Lucertolo era salito in casa della Lina, e le aveva fatto quell'immenso spavento, che il lettore conosce, il birro, col cappello sugli occhi, le mani nelle tasche della carniera e il bastone stretto sotto l'ascella sinistra, passeggiava, circa le 9 della mattina, solo, meditabondo, a lenti passi, per la via Calzaioli.
Lucertolo.... Ehi, Lucertolo!... Come va, Lucertolo? gli gridavano dalle botteghe i ragazzi, i commessi, occupati a accomodar le mostre e le vetrine.
Tutti conoscevano il birro ed egli ordinariamente non si faceva pregare a sciogliere lo scilinguagnolo o a metter fuori le sue barzellette.
Ma quella mattina era serio, rannuvolato, poco propenso agli scherzi.
E continuava pel suo cammino, senza badare a rispondere a chi lo chiamava.
E bisognava che il birro fosse davvero assorto ne' suoi pensieri e proprio mulinasse qualche cosa di grave per non dare ascolto a tutti coloro che lo punzecchiavano.
La strada era s angusta da non riuscir agevole l'evitare o il mostrare di non udire una persona che volesse fermarvi, e vi indirizzasse la parola.
Molto pi che Lucertolo aveva gi oltrepassato di una diecina di passi il tratto fra la chiesa di Orsanmichele e la chiesa di San Carlo, dal qual punto la via Calzaioli era allora sino alla piazza del Duomo angusta, come oggi la via Condotta: anzi verso la met, dove faceva una curva, il baratto dei veicoli non era soltanto difficile, ma impossibile, ed era necessario che uno dei due guidatori, quello che arrivava secondo a un certo segno, o limite, indicato nel muro, tornasse indietro e lasciasse passare l'altro.
Talvolta avveniva che un carico di fascine, o di paglia, o di fieno portava via gli ombrelli, le scarpe, le filze di spugne, e i tanti altri articoli, che penzolavano in mostra fuori delle botteghe, nel fondo delle quali appena filtrava uno scarso raggio di luce.
Se per caso due veicoli si incontravano, le persone, che si abbattevano a quell'incontro, erano costrette a fermarsi e schierarsi sopra gli stretti marciapiedi, e dove questi non continuavano, a ripararsi nelle entrature delle case.
Le botteghe nella via Calzaioli erano quasi tutte occupate allora da modestissimi commercianti: calzolai, ombrellai, chincaglieri, setolinai, negozianti di pannine. In due diversi tratti vi era la taberna di uno di quegli oscuri artisti della marmitta, che la gente salutava col nome di brodaj: la cucina economica del popolo a que' tempi. Con una crazia, sette centesimi, si faceva colazione!...
I caff erano rari; i primarii erano allora i caff del Giappone in Piazza del Granduca, accanto alle loggie dei Lanzi, il caff Fanone in Mercato Nuovo, e il caff della Rosa in Piazza San Giovanni.
Lucertolo era gi arrivato alla met di via Calzaioli.
Il suo nome fu pronunziato da una voce robusta. Gli era impossibile far vista di non averla udita.
Il birro si volse a destra verso una piazzetta interna, che rimaneva fra due ale di case e vide un uomo magro, di alta statura, il quale la traversava dirigendosi verso di lui.
L'uomo si era mosso dalla sozza osteria delle Bertuccie, che rimaneva nel fondo della piazzetta, sulla quale poi i mercanti Buonaiuti fabbricarono il loro Bazar, che  finito come il popolino presagiva allora col seguente epigramma, che andava di bocca in bocca:

State allegri, fiorentini,
Che il Bazar  gi ultimato,
Non temete che rovini
Perch gli  forte inchiodato! (indebitato)

La famigerata e lurida osteria dalla quale si era staccato l'uomo, che andava incontro a Lucertolo, era frequentata in special modo da Romagnoli, che giungevano alle porte di Firenze con sfilate di muli carichi a bastina, poich la Romagna toscana non avesse straide rotabili.
Sai, Lucertolo, ho parlato con costui! disse l'uomo magro, allampanato, accennando nell'interno dell'osteria.  lui, proprio lui, che  uscito colla Sguancia gioved sera....
Eh? domand Lucertolo meravigliato.
Quanto  vero il lume degli occhi! riprese l'altro, e credi che gli ho parlato in modo che non poteva scapparmi....
Ma allora.... Bobi gioved sera era in casa... era lui che fuggiva pei tetti.... E io!...
Potrebbe darsi che fosse stato anche un amante della ragazza, come essa ti ha raccontato.... chi sa.... ma  positivo che Bobi non ha passato la notte, come ti ha detto.... Perch dunque ha mentito?
Ma sei sicuro?...
Cos sicuro, come che io sono Zampa di Ferro, rispose l'uomo asciutto e di alta statura, il quale non era altri che il celebre birro.
E poi mi sono procurato una prova....
Quale?... quale?... parla.
Sono stato stamani alla Palla.... La Sguancia  indemoniata.... Ha la malattia!...
Oh! disse Lucertolo, spiccando un piccolo salto e alzando in aria, molto in alto, l'indice della mano destra, mentre atteggiava il volto ad un'espressione indescrivibile. La malattia! e Lucertolo sghignazzava, sembrava nuotasse nella contentezza. Bisogna, soggiunse, attaccare un voto a quel Romagnolo.... Persona poco pulita.... ma che brava persona.... Eh!... Zampa di Ferro?
A spiegare la conversazione, che si scambiavano i due interlocutori,  mestieri dire come l'osteria delle Bertuccie frequentata, secondo abbiamo accennato, da Romagnoli, era schivata dai Fiorentini, poich gli ospiti che vi arrivavano erano quasi tutti tribolati da una schifosa malattia sulla testa, malattia contagiosa e che allora infuriava in tutta la rozza gente delle Romagne.
Va bene! va bene! continu Lucertolo, che si era messo di nuovo le mani nelle tasche, e col bastone sotto l'ascella proseguiva nel suo cammino, accanto a Zampa di Ferro, sempre tutto pensieroso e tenendo gli occhi bassi, come se il lastrico della strada lo occupasse molto.
E vi sarebbe stato di che. Il piano stradale era di forma concava, con la fogna nel mezzo, di modo che si riuniva e si accumulava nel centro ogni lordura. Il lastrico era formato da alti pezzi di pietra viva, di taglio irregolare, e presentava come un mosaico a zig-zag.
Aggiungete che varie case avevano le facciate con intonaco a semplice arricciatura; il che aggiunto all'altezza delle fabbriche, delle torri, oggi in parte demolite, come quella degli Adimari, gettava tetraggine nella angusta straduzza, tutta fitta di botteghe.
Lucertolo e Zampa di Ferro erano arrivati sulla piazza del Duomo e si erano fermati fra la chiesa della Misericordia e lo sbocco della via Calzaioli.
In quel punto erano allora i banchi dei librai, che smerciavano i fondi di magazzino, e urlavano a squarciagola per tutta la giornata.
"Una crazia il volume!... tenete, pigghiate.... e diventate saponi! (diventate dotti)"
Ora, disse Lucertolo a Zampa di Ferro, dirigendosi verso il Mercato, bisogna che tu venga con me.... Dobbiamo cominciare un'altra ricerca.... Credi, l'arrestato non  il vero autore dell'assassinio!
Zampa di Ferro faceva un gesto di dubbio.
Tu pensi dunque che perdiamo il tempo?
Io sono pronto ad aiutarti in tutto, ma le prove contro Nello sono gravi.... E contro Bobi Carminati che cosa c'! I nostri sospetti, ma sono deboli, e finora, bisogna pur dirlo, fondati su motivi futilissimi.
E cos, chiacchierando fra loro con grande precauzione per non esser uditi, i birri entrarono nel Mercato. 



31.

A Nello era stato gi comunicato il libello del fisco, o come oggi si dice l'atto di accusa.
Un bel giorno erano andati a cavarlo dalla sua prigione e lo avevano portato, tutto tremante, davanti il cancelliere, che gli aveva letto la formula d'inquisizione.
Dalla risposta alla inquisizione si ricavavano le costanti negazioni dell'imputato.
La cancelleria criminale credeva ad un barocco sistema di difesa, che egli avesse architettato, e col quale immaginasse, confessandosi autore del furto, far escludere il titolo pi grave del reato, indurre il sospetto di complici, recar nel processo dubbiezze e confusione.
Ecco il documento, che il cancelliere rimetteva negli atti del processo:

"Fatto estrarre di carcere l'inquisito, costituito personalmente, ecc., per ammetterlo alla risposta dell'inquisizione contro di lui formata, quale lettagli a sua chiara e piena intelligenza, conforme asser ed a quella rispondendo; neg e nega in parte il contenuto di essa, onde gli furono assegnati 10 giorni di tempo a fare le sue difese, e fu rimandato al suo luogo, presenti i due prescritti testimoni, ecc.
"Confess e confessa il capo 5 e 6 relativo al furto degli oggetti commesso sul corpo del ferito; neg e nega il 1, 3 e 4 relativo all'omicidio, rimettendosi a' suoi costituti."
Comunicato il libello d'inquisizione, il processo si considerava come pubblicato.
L'avvocato dell'inquisito poteva esaminarne gli atti e chiedere che fossero riuditi i testimoni fiscali.
A tale scopo doveva produrre una "cedola degl'interrogatorii" su' quali desiderava fossero sperimentati i testimoni, che voleva ripetere, e questi interrogatorii, dopo che il giudice li aveva studiati, e ne aveva risecati "gl'impertinenti, gl'intenzionali e gli altri non ammissibili" si leggevano ai testimoni, e si ricevevano le loro risposte, e si scrivevano precedute da tale formula:

"Addi..i.

Come personalmente avanti citato, ecc.
"N., uno de' testimoni fiscali da ripetersi a forma dell'istanza dell'inquisito, previo l'esame sopra gli interrogatorii presentati per parte di detto inquisito con iscrittura del d.... che per salvis exceptionibus, gli fu deferito il giuramento di dir la verit in ginocchioni sopra l'immagine di Ges Crocifisso a forma dell'istanza conforme giur, tacta dica imagine (toccata la detta imagine), cerziorato precedentemente a forma della legge, e dipoi fu interrogato sopra il primo interrogatorio, che gli fu letto, ecc."

Per, se i testimoni nella ripetizione si ritrattavano di quello che avevano precedentemente deposto "in tutto o nel sostanziale" si mettevano in carcere fi alla spedizione della causa: "per esaminare e risolvere" se meritassero d'essere inquisiti di falsit!
Gl'imputati erano poveri, d'ordinario difesi da un magistrato, che aveva nome di avvocato de' poveri, e pagato sul pubblico erario.
Per nel caso di Nello, attratto non da amore di cercar fama, ma da un sentimento di vera piet, si era offerto a difensore il notissimo avvocato Arzellini, luminare del foro toscano, autore di elaboratissime opere.
L'avvocato si rec subito a visitare il prigioniero.
Dopo che l'ebbe veduto, dopo i primi colloquii con lui, acquist la convinzione tenace, irremovibile che non fosse reo.
Certo, come pensava l'illustre giurisperito, la condizione di Nello non era buona, era anzi aggravata da fortissimi indizii.
L'avvocato era un uomo sui sessant'anni; piuttosto piccolo di statura e tarchiato; quasi tutto calvo, con due occhi vivacissimi; la parola pronta, vibrante, che traboccava dal cuore generoso, facile, aperto agli affetti; il gesto scultorio, pieno di dignit, che accompagnava solennemente le belle e grandi cose che egli sapeva dire, inspirato dal suo ingegno, dal suo amor di verit, dalla sua dottrina.
Aveva lunghissima pratica dei tribunali, delle prigioni, dei giudici e dei delinquenti.
Seguiva un metodo, che aveva sperimentato quasi sicuro, per acquistare la certezza se i suoi clienti fossero veramente rei dell'accusa ad essi imputata.
Nei primi giorni, li colmava di carezze, di riguardi, si faceva loro amico, mostrava loro piena fiducia.
A un tratto cambiava aspetto.
Il difensore buono, indulgente, quasi tenero, diventava un giudice implacabile, inesorabile.
Torturava il prigioniero, che aveva dinanzi, coi pi sottili interrogatorii: il suo accorgimento, la sua parola maestrevole gli porgevano le armi pi forbite e pi acconcie all'attacco.
Il prigioniero rimaneva atterrito, confuso, sbalordito in quel vortice, in quella tempesta di destrissime domande, che gli piombava addosso all'improvviso.
L'avvocato parlava minaccioso, severo; fulminava con lo sguardo; penetrava con l'accento nell'intimo dei cuori pi impietrati.
Gli bastava di sorprendere una debolezza, un momento di esitanza, di veder un volto impallidire, per acquistare quella certezza, che insufficiente al giudice per pronunziare la sentenza, egli pensava opportunissima all'avvocato per regolare la sua difesa, per salvare il reo, suo malgrado, dai pericoli in cui egli stesso si getta con idiote e pertinaci negazioni contro la pi spiccata e conosciuta verit.
Ma se gli riusciva di persuadersi che l'uomo, che egli andava a visitare nel carcere, che la societ abbandonava e contro il quale stavano per inveire tutte le severit della legge, era innocente, allora il suo zelo non sapeva limiti: egli si consacrava corpo ed anima alla difesa: disputava in una lotta energica, disperata, la vittima ai cavilli, alle persecuzioni, ai feroci attacchi del Fisco.
Questa volta l'avvocato Arzellini aveva contro di s un avversario formidabile.
L'Auditore fiscale in persona avrebbe preso la parola nel processo, avrebbe egli stesso sostenuta l'accusa contro Nello.
L'autorit del magistrato era grandissima. Le opere da lui scritte sono tuttora citate come classiche dagli studiosi del Diritto.
Anch'egli aveva la parola fluida, colorita, lo stile incisivo e immaginoso, il gesto pieno di maest.
La sua argomentazione stringente, vigorosa, incalzava l'avversario, lo circuiva, lo spingeva nelle sue ultime trincee. Egli tuonava contro l'accusato e il suo difensore, parlava con la solennit di un sacerdote, col calore di un onesto e coraggioso cittadino, della societ offesa, del diritto conculcato, del suo penoso dovere, della necessit di esempi salutari.
I magistrati gli porgevano ascolto come al pi dotto fra tutti loro: le sue conclusioni fornivano quasi sempre la base della sentenza.
La lotta fra l'Auditore fiscale e l'avvocato Arzellini doveva essere, come vedr il lettore, una lotta di atleti, durante il processo: doveva appassionare il pubblico e turbare persino la calma, la tranquillit nell'aula della giustizia. 



32.

Dopo avere accompagnato Antonietta, il Tittoli se n'era tornato nelle Romagne a esercitare le sue delazioni. Si era mescolato di nuovo agli agitatori, ai capi delle stte, e aveva preparato nuovi rapporti al presidente del buon Governo e ai Ministri di Stato.
Come tutti gli uomini di viva immaginazione e di un'acuta sensibilit, riusciva facilmente ad illudersi: gli pareva che nel mestiere da lui esercitato ci fosse qualche cosa di utile all'ordinamento sociale, poich quelle stte della Romagna, a di lui avviso, procedessero scomposte, turbolente, mosse da tristi divisamenti; pensava che egli faceva il bene di tutti, contribuendo a smascherare i biechi e troppo arrischiati propositi di certe conventicole, dalle quali uscivano idee, che, se un giorno altri si fosse spinto ad attuare, sarebbero costate molto sangue, avrebbero destato tra cittadini livori insanabili, e a nulla avrebbero approdato. Quindi or considerava come assegnata a s una missione provvidenziale.
Si trattenne circa due settimane, quindi si rimise in viaggio per Firenze.
Una mattina, mentre egli, arrivato a Porta Romana, aspettava che la diligenza fosse visitata dal portiere e che le formalit per la consegna dei passaporti fossero effettuate, nella sua casipola in via degli Amieri accadeva una scena spaventevole.
Due giorni innanzi nessuno dei pigionali sino ad ora molto inoltrata del pomeriggio aveva veduto la vecchia Tittoli, e l'aveva sentita muoversi dalla sua soffitta.
Nacquero sospetti.
Due donne andarono a bussare alla porta.
Nessuno rispose.
Allora quelle donne spinsero la porta, che facilmente si apr.
Nella stanza d'ingresso non ci era alcuno: regnava nella soffitta un immenso silenzio.
Le due pigionali rimasero sgomente.
Brigida!... Brigida! chiam una di esse frapponendo un certo intervallo fra le due chiamate.
Il nome della vecchia pronunziato cos ad alta voce, echeggi come un suono lugubre e sinistro sotto gl'impalcati della soffitta, ma non fu data risposta.
Le due donne, tenendosi per mano, si fecero avanti, pallide, esterrefatte, camminando in punta di piedi, al tempo stesso trepidanti di curiosit e di paura.
Arrivarono all'uscio della squallida cameruccia ove dormiva la vecchia e cercarono di aprirlo.
L'uscio si apr un poco, appena la larghezza di un palmo: quindi trov un ostacolo.
Una delle donne affacci con gran cautela la sua piccola testa a quello spiraglio dell'uscio socchiuso, guard per la camera e si ritrasse subito, urlando:
Ges mio! Ges mio!
Che c'? disse la Nencia.
Uh! la Brigida  morta....  stesa qui dietro l'uscio intirizzita.
E la desolata Crezina si fregava gli occhi con una cocca del grembiule.
Le donne scesero. Chiamarono altri pigionali e tutti in un attimo corsero su nella soffitta.
L'uscio fu aperto: la vecchia fu raccolta da terra e adagiata sul letto.
Era ghiacciata, non si moveva: credevano che fosse morta.
Venne un medico e dichiar che la vecchia doveva esser caduta a quel modo dietro l'uscio la sera, entrando in camera per coricarsi, colpita da apoplessia.
Il medico verific che lo funzioni vitali erano come sospese, ma che lentamente la vecchia forse si riavrebbe, per precipitare poi in una crisi, che sarebbe stata decisiva.
La sera infatti la vecchia era capace di moversi e di proferire qualche parola.
Il braccio, la gamba sinistra per erano interamente paralizzati, ed essa poteva appena, parlando, muovere il labbro inferiore.
La mattina in cui il Tittoli arrivava alle porte di Firenze sua madre aveva ricevuto, verso le 7, i sacramenti.
Il curato della parrocchia si era recato egli stesso ad amministrarli alla buona vecchierella, che conosceva da anni.
Quando il prete arriv nell'angusta viuzza, accompagnato dai chierici, preceduto da un sagrestano che sonava il campanello, le donnaccole, i ragazzi traevano gi da tutte le parti e facevano ressa davanti alla casipola.
Animo, su!... Fate largo! disse a un tratto una voce grossa, e un omaccione si fece in mezzo a quella piccola calca, amministrando qualche scapaccione con le sue mani pesanti sulle nuche scoperte dei ragazzi, e allontanando sgarbatamente le donne.  questa la devozione che avete pel Sagramento?
E colui che parlava in tal guisa era Lucertolo, abbattutosi a passare di l nel suo giro per il Mercato.
Gettato il suo rabbuffo, entr nella casupola tutto maestoso, e sal le scale.
Lucertolo non era molto devoto, come forse il lettore potrebbe immaginare. Ma era ipocrita, e come tanti e tanti in quei tempi, mostrandosi religioso, cercava cuoprire molte magagne.
Il famoso birro, uomo senza scrupoli, senza alcuna moralit, prepotente, rabbioso, violento, viveva fra dissolutezze e soprusi, aveva un solo pensiero: quello di apparire destrissimo nella sua professione per arrivare ad un grado pi elevato, per avere il denaro, che diveniva sempre pi necessario alla vita che menava di sordide crapule.
L'idea del denaro lo inebriava, lo confondeva. Ecco perch egli avrebbe rischiato la vita per seguire la traccia di un delinquente, per arrivare il primo a scoprire un delitto, per eseguire, come dicono gli agenti della polizia nel loro linguaggio, qualche segnalata operazione.
Aveva la forza, il coraggio, ma il sentimento dell'onest gli mancava, o aveva scarso.
Entr anch'egli nella cameruccia della vecchia, mentre il prete, accanto al letto, compieva la estrema cerimonia.
Sul gramo corpicello dell'ammalata, le cui linee aduste si disegnavano sotto le coperte, il sacerdote aveva gettato la stola.
Il birre si butt subito in ginocchio sulla soglia della porta, prendendo sembiante dell'uomo pi compunto.
Un quarto d'ora dopo, il prete era uscito.
Il birro, rimasto l'ultimo, era in procinto di uscire anch'egli, ma la vecchia, che aveva ravvisato l'agente, gli fece cenno di rimanere.
Il birro si accost al letto della morente.
Si trovava nella stanza la Nencia, amica della Tittoli e che l'aveva assistita e vegliata sempre.
La vecchia le ammicc che si avvicinasse e le mormor una o due parole all'orecchio.
Vuol rimanere sola con voi! disse la Nencia a Lucertolo. Io scendo a prendere un bicchiere di latte.
La vecchia cap che era sola con l'agente di polizia; fece uno sforzo per alzarsi alquanto sul letto, ma subito ricadde gi, come affranta da quello sforzo.
Al... za.... te.... mi! mormor con un filo di voce.
Il birro l'alz e la sorresse nelle sue braccia.
Il volto della vecchia, in cui gi apparivano i tratti della morte, era orribile a vedersi.
Concentrando tutta la sua potenza vitale in un ultimo atto di volont, la vecchia, sostenuta da Lucertolo, si spenzol da un lato del letto.
L!... l!... essa diceva, proferendo a stento il monosillabo, e accennando col dito sotto il letto.
Lucertolo le adagi di nuovo la testa sul capezzale.
Poi guard sotto il letto.
Vide un'antica cassa coperta di polvere.
Vi batt una mano, guardando la vecchia.
Essa agitava il capo con un movimento quasi convulso.
Lucertolo trasse fuori la cassa.
Parve che quella vista desse alla vecchia una nuova energia.
Riusc da s a spenzolarsi un poco dal letto e con un dito indicava a Lucertolo che levasse il coperchio.
Tirato su il coperchio, il birro vide un panno bianco, lacero in vari punti.
Lo tolse via, e sotto di esso scorse un vestito di seta di foggia ormai disusata: il vestito di nozze della povera Brigida.
In un cantuccio della cassa era un mazzetto di miseri fiori d'arancio in giaconetta.
Un improvviso rossore sal alle guancie emaciate della vecchia alla vista di quei ricordi....
La vecchia piegava il dito in atto di invitare Lucertolo a continuare a togliere dalla cassa gli oggetti.
Dopo il vestito, trov una quantit di biancheria.
Finalmente giunse al fondo della cassa.
Non vedeva altro.
Che cosa voleva da lui quella vecchia?
Gi Lucertolo si sentiva come in preda ad una specie di febbre.
Continuava a guardare la donna morente, che col suo dito scarno lo invitava sempre ad alzare un qualche oggetto.
Ma che doveva alzare?
Nella cassa non vi era pi nulla.
Esamin ben bene, frettoloso, ansante, divorato da un angoscioso e interno tormento.
Tenendo una mano sul fondo della cassa, verso la quale la vecchia figgeva di continuo gli occhi, Lucertolo lo sent muovere.
La sua fisonomia brill di cupidigia.
Chin la testa quasi entro la cassa e in un attimo quello che era a lui sembrato il fondo dell'antico mobile fu sollevato.
Nel vuoto che era fra il vero fondo, e questo fondo simulato, Lucertolo scorse un involto non piccolo, legato con un panno bianco, un pezzo di lenzuolo. Vi mise la mano. E incontanente ud un rumore di monete.
Sciolse l'involto.
Cinque o seicento grosse monete d'argento, sfavillarono a' suoi occhi abbagliati.
Io muo.... io, disse la vecchia, quasi soffocata da un rantolo, li da... re.... te a Car....
E la madre di Carlo Tittoli spir, senza poter giungere a pronunziare intero il nome dell'amato figliuolo.
Lucertolo era fuori di s.
Richiuse l'involto, e lo pos sul pavimento, ricacci uno a uno tutti gli oggetti nella cassa, con atti da forsennato, la spinse di nuovo sotto il letto, si alz, prese l'involto, e strettolo ben bene, volle nasconderselo nella tasca pi profonda della carniera.
Ma l'involto non c'entrava: egli allora lo riapr; ne fece tre parti e riusc a accomodarsele indosso.
La madre di Carlo era morta sicura che, affidato ad un agente della polizia, il tesoro da lei accumulato in quarant'anni di sottili e tenaci risparmi, sarebbe stato salvato da mani rapaci e sarebbe pervenuto come ultimo ricordo al figliuolo, a cui essa aveva unicamente pensato, sostenendo tante e straordinarie privazioni!
In quel momento stesso Lucertolo ud il rumore di un passo nella stanza d'ingresso.
La porta della casa era rimasta aperta.
Forse qualcuno lo aveva veduto!
I capelli gli si rizzarono sulla fronte.
Fu preso da un sentimento di angoscia e di raccapriccio.
Fisse lo sguardo sulla morta, mentre con la mano, che gli tremava, apriva l'uscio della camera.
Apertolo, si trov quasi dinanzi a Carlo Tittoli, che si avanzava pallido, minaccioso, terribile, come uomo che sta per prendere una risoluzione suprema. 



33.

Che cosa fate qui? domand il Tittoli, sorpreso di veder il birro uscir dalla camera di sua madre.
Lucertolo si trovava in uno stato indescrivibile.
Era divenuto livido, gli occhi gli si erano quasi velati, e quell'uomo robustissimo si sentiva mancare le forze.
L'idea del delitto commesso, della violazione dei desideri espressi da una morente, il terrore di essere scoperto, di essere stato veduto, lo conturbavano a tal segno che egli fu per gettarsi ai piedi del Tittoli, e implorare la sua piet.
Che fate? torn a ripetere il Tittoli.
Lucertolo istintivamente, senza rendersi conto dell'atto che compieva, accenn col dito verso l'uscio della camera, il quale si era richiuso.
Allora il Tittoli cap che doveva essere accaduto qualche cosa di grave.
Altrimenti perch Lucertolo sarebbe stato cos livido, cos sconvolto?
Gi alla porta di strada, egli aveva incontrato gruppi di gente. Taluno gli aveva detto che sua madre da due giorni stava male: null'altro.
Chi c' nella camera? domand il Tittoli, come se volesse interpretare il gesto fatto da Lucertolo.
Nessuno! rispose questi, balbettando.
Nessuno!
E Carlo Tittoli, come invaso da un triste presentimento, esitava ad entrare.
Ma gett il tabarro sopra una sedia, e dirigendosi di nuovo a Lucertolo continu, abbassando la voce:
Dunque mia madre  l.... sola? Voi siete salito.... per un gentile pensiero verso di lei.... verso di me.
Lucertolo cominciava a tremare di gioia sotto il suo ampio pastrano, le cui larghe pieghe nascondevano il tesoro che egli aveva spartito nelle tasche profonde della carniera.
Ditemi!... prosegu il Tittoli. Credete che mia madre possa avere una commozione troppo forte, se io entro nella camera all'improvviso?... Ma siete sempre turbato?... Mia madre sarebbe forse.... e voi state a guardia della casa, come un agente incaricato di vigilarla?...
Il birro non replicava. Col capo basso, gli occhi quasi lacrimosi, pareva esprimesse un immenso dolore.
Ho capito!... ho capito!... grid il Tittoli finalmente, mettendosi le mani tra i capelli. Non profanate pi con la vostra presenza questo luogo.... Mia madre  morta!... Uscite!... uscite!...
E, preso il birro per un braccio, lo mise fuori della casa. Lucertolo gi aveva infilato la scala e se ne andava via svelto, leggero come uno scojattolo, non ostante il peso delle monete, che aveva addosso.
Egli non aveva risposto parola al Tittoli; a misura che questi lo andava interrogando, il birro si era fatto pi cupo: piegava la testa come se non potesse sorreggerla sotto il peso della sventura toccata al Tittoli e alla quale voleva mostrare di prendere tanta parte.
Aveva cercato, senza dir motto, di far comprendere al Tittoli l'immensa catastrofe, e, gettando il cuore di lui in una angoscia profonda, spingerlo al letto di sua madre, distrarlo da ogni altro pensiero, e cos egli aver tempo di mettere in salvo s e il denaro!
Ma quando Lucertolo fu appena arrivato a mezza scala si sent richiamare. Rabbrivid. Una idea aveva traversato la mente del Tittoli, e scendeva, tutto ansante, incontro al birro.
Mia madre, egli mormor allorch si trovarono di nuovo l'uno di faccia all'altro, vi ha detto nulla per me?...
Lucertolo si appoggi contro il muro per non cadere. Il sangue gli si era ghiacciato nelle vene.
No! rispose, accennando col dito, e con voce mezzo soffocata, non ha par....lato!
Il Tittoli gli aveva gi volto le spalle e risaliva in furia. Lucertolo, un minuto dopo, si trovava ben lontano da via degli Amieri.
Carlo Tittoli, tornato in casa, richiuse la porta, poi s'avvi per entrare in camera di sua madre.
Non osava. Si sent come inchiodato sul pavimento, incapace a fare un passo. Una calma immensa era nelle misere stanze. Al di l dell'uscio della camera non si sentiva il menomo rumore. Un insieme di suoni confusi, di voci indistinte saliva su dalla strada. Per alcuni secondi il Tittoli rimase immobile, con le mani alle tempie, che gli ardevano. Poi con un atto risoluto, energico, si avvicin all'uscio della camera. Lo apr adagio, adagio. Subito i suoi occhi videro il cadavere. La luce entrava piena, abbondante dalla finestra, le cui imposte erano spalancate: un raggio di sole batteva ai piedi della morta. Lo spettacolo era orribile. Il volto della vecchia si era straordinariamente contraffatto in uno spasimo atroce, durante la rapida agonia.
O mamma! o mamma! grid Carlo Tittoli, gettandosi in ginocchio accanto al letto, e cuoprendo di baci e di carezze i capelli, bianchi, il volto e le mani della morta. O mamma! e per tutto ove posava le labbra cadevano le sue lacrime.
Le alz il capo, le gett un braccio intorno al collo, si avviticchi a quel gramo corpicello, congiunse le sue alle labbra fredde del cadavere, come se avesse creduto poter infondervi di nuovo la vita.
O mamma! o cara, o povera mamma mia! ripeteva il Tittoli tra i singhiozzi. Morta cos!... morta senza di me!... Ma ti verr presto a raggiungere, verr presto a unirmi a te, angiolo mio! continu il Tittoli, come se avesse parlato ad una amante.
Pos di nuovo il capo della vecchia sul guanciale e dette libero sfogo al suo pianto. Di rado lacrime furono pi strazianti e pi sincere. Tutti i dolori, tutte le sventure di quell'uomo in apparenza cos fortunato, erano moltiplicate dal dolore, dalla sventura che ora subiva. Senza la madre adorata, sentiva raddoppiato l'orrore della sua solitudine nel mondo, ove egli non aveva pi un cuore che l'amasse. Si divincolava, si disperava, prendeva una risoluzione fatale!
Pass circa un'ora in quelle smanie intorno al letto della morta. Poi si alz, dicendo fra s:
Ora  il momento di compiere il mio dovere!
Si curv sul cadavere, chiuse pietosamente gli occhi di sua madre, baciandole e ribaciandole le palpebre. Quindi cerc qua e l in varii cassetti, nei pochi mobili, che eran nella camera, ma pareva sconsolato di non trovare quello che cercava.
Finalmente vide la cassa, che era sotto il letto, la trasse fuora, l'apr e ne cav il vestito di nozze che circa sessantanni prima aveva portato sua madre. L'abito, che le era servito per entrare in una vita di gioie, di felicit, doveva ora vestirlo per entrare nella tomba!
Carlo Tittoli acconci sopra una sedia tutto quello che voleva fosse messo indosso a sua madre; i suoi piccoli gioielli, le sue piccole trine, tutto quello che la buona e cara donna aveva posseduto di migliore e supplic la Nencia di adempiere a quell'ufficio.
Egli usc di casa e torn poco dopo, con le braccia cariche di fiori.
Quando sua madre fu vestita, ben adagiata sul letto, il Tittoli fece cenno alla Nencia che poteva andarsene, e rimasto solo, quasi baciandoli a uno a uno, egli sparse tutti quei fiori delicatamente intorno al cadavere: chiuse ermeticamente la finestra, accese alcuni lumi, e si butt in ginocchio presso il letto, mormorando preghiere e singhiozzando. Cos pass tutta la notte, senza mai muoversi, senza prender cibo, senza sentire il freddo che gli entrava nell'ossa. Sul far del giorno si alz, corse ad aprire la finestra. I lumi, i fiori, le emanazioni del cadavere, l'aria di quella stanza lo soffocavano!
Sorgeva l'aurora e pel cielo si diffondevano i primi sprazzi della luce mattutina. I lumi tremavano; Carlo, volgendosi indietro, ebbe come una visione, gli parve che il cadavere di sua madre si movesse. Torn vicino al letto, gett di nuovo le braccia al collo della morta, e varie ore dopo fu trovato svenuto in tale atteggiamento....
In quel medesimo tempo Lucertolo era inquietissimo: temeva la Nencia avesse detto al Tittoli che la vecchia era voluta rimaner sola con lui.
Come conciliare un tal fatto con quello da lui asserito: che cio la vecchia non aveva parlato?
Qui depongo per un istante la penna, prima di andare ad assistere al processo di Nello.
Il PROCESSO BARTELLONI  il titolo di un altro romanzo che former il seguito dell'ASSASSINIO NEL VICOLO DELLA LUNA.
...
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...
FINE.